ZI07092105 - 21/09/2007
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Le tasse, tra dovere morale e principio di sussidiarietà


Intervista al professor Flavio Felice, docente di Dottrine Economiche e Politiche


ROMA, venerdì, 21 settembre 2007 (ZENIT.org).- In occasione della Udienza generale del 19 settembre, Benedetto XVI, durante una cetechesi incentrata sulla figura di San Giovanni Crisostomo, Padre della Chiesa vissuto nel III sec., ha osservato, con una battuta a braccio, che nella contrarietà delle persone verso le tasse “si vede che alcune cose nella storia non cambiano”.

Traendo spunto da una serie di Omelie pronunciate dal Santo durante la “cosiddetta rivolta delle statue”, avvenuta nel 387, quando la popolazione dell'Impero in Oriente abbatté le statue imperiali in segno di protesta contro l'esagerato, il Papa è sembrato quindi ritornare sul tema che ha catalizzato il dibattito estivo sul dovere morale di pagare le tasse.

Tutto ha inizio quando il Presidente del Consiglio Romano Prodi, in un'intervista a “Famiglia Cristiana” (n. 31, 5 agosto 2007), aveva invitato la Chiesa a mobilitarsi sul fronte dell'evasione fiscale, affermando che “per cambiare mentalità occorre che tutti, a partire dagli educatori, facciano la loro parte, scuola e Chiesa comprese”, e si era domandato: “Perché quando vado a Messa questo tema, che pure ha una forte carica etica, non è quasi mai toccato nelle omelie?”.

Successivamente, il 19 agosto scorso, a margine del suo intervento inaugurale per il Meeting per l’Amicizia fra i Popoli di Rimini, il Segretario di Stato vaticano, il Cardinale Tarcisio Bertone, ha dichiarato che “naturalmente [...] tutti devono pagare le tasse perché è un nostro dovere e questo deve essere fatto secondo leggi giuste” e che “il politico cristiano deve essere attento nel destinare i proventi delle tasse a opere giuste e all’aiuto dei più poveri e bisognosi”.

Inoltre, dopo aver ricordato che anche il Vangelo indica di “dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” e come “anche San Paolo inviti a pagare le tasse”, il porporato aveva aggiunto: “Il Salmo 71 dovrebbe essere il programma del politico cristiano: rendere giustizia ai poveri e salvare la vita ai miseri. Il politico deve avere attenzione ai più deboli e poveri e far sì che non ci siano ingiustizie nella distribuzione delle risorse dello Stato”.

Per ricostruire il dibattito e meglio comprendere un tema così ampio e dai tanti risvolti, ZENIT ha intervistato il professor Flavio Felice, docente straordinario di Dottrine Economiche e Politiche alla Pontificia Università Lateranense di Roma e Direttore del “Tocqueville-Acton Centro Studi e Documentazione”.

Il professor Felice, curatore di diversi volumi, ha pubblicato per i tipi della Rubettino Prospettiva “Neocon” ( 2005) e Capitalismo e Cristianesimo (2002).

Innanzitutto, qual è il suo commento alle parole pronunciate, ad agosto, dal Cardinale Bertone sulla questione fiscale?

Flavio Felice: A mio avviso il Cardinal Bertone ha bene espresso il principio secondo cui tutti dobbiamo pagare le tasse, perché mediante le istituzioni democratiche abbiamo optato per una soluzione del dilemma tra quali beni debbano essere erogati dal pubblico e quali dal privato, tale da comportare un determinato livello di spesa. Quindi, in definitiva, le tasse servono a finanziare la spesa pubblica e il livello di quest’ultima non rappresenta in nessun modo un dogma politico, né tanto meno religioso. Ne consegue che anche i metodi di finanziamento di tale spesa devono essere lasciati all’autonomia della politica, ovvero del cittadino sovrano, il quale dovrebbe poter essere messo nelle condizioni di scegliere tra opzioni alternative.

Ad ogni modo, il Cardinal Bertone non si è limitato ad affermare il dovere di pagare le tasse, ma ha anche affermato che le imposte devono rispondere a un principio di giustizia. Tralasciamo le questioni metafisiche su che cosa sia giusto oppure no, mi chiedo: se la maggioranza dei cittadini sovrani dovessero ritenere eccessivo il carico fiscale, riconoscendo pienamente l’autonomia dell’ordine religioso da quello politico, non sarebbe dovere del legislatore registrare tale considerazione e modificare il livello di spesa pubblica per consentire un minore carico fiscale? In termini politici, allora, quando una legge è ritenuta ingiusta?

Perché mai la vision prodiana sul livello di spesa pubblica e sul relativo carico fiscale (e viceversa) dovrebbero rappresentare una sorta di paradigma del “buon politico”, ovvero del cristiano impegnato in politica? Le alternative sono tali e tante alla Tax Prodian Vision che non si capisce il motivo per cui, affermare che bisogna pagare le tasse quando sono poste da leggi giuste, svincolerebbe il nostro Premier – che si è detto "d'accordo con tutte le parole del Cardinale Bertone" – dal dover rendere conto dell’equità della sua politica fiscale; un rendere conto al cittadino sovrano.

Quindi, se ho capito bene, la Dottrina sociale della Chiesa applica il principio di sussidiarietà anche al fisco, per cui lo Stato non può essere una struttura autoreferenziale che arroga a sé il compito di redistribuitore per eccellenza di ricchezza, e che persegue la giustizia, stabilisce in cosa consista l’equità, così da monopolizzare l’ambito pubblico?

Flavio Felice: Infatti, il Cardinale Bertone ha aggiunto che il politico cristiano deve essere attento “nel destinare i proventi delle tasse a opere giuste e all’aiuto dei più poveri”. Ebbene, tralasciando le questioni di ordine morale, soltanto uno statalista fuori stagione può credere che allo “Stato” spetti il compito esclusivo e di prima istanza di aiutare i poveri. Tutta la dottrina sociale della Chiesa, dalla Rerum novarum (1891) alla Centesimus annus (1991), passando per la Quadragesimo anno (1931), ci dice che nel campo dell’ordine sociale vale il principio di sussidiarietà: prima dello Stato vengono le associazioni, i corpi intermedi, i “piccoli plotoni”, i mondi vitali, tutte quelle realtà spontanee che per ragioni logiche, morali ed economiche vengono prima dello Stato.

Nella prima Enciclica sociale, la famosa Rerum novarum scritta da Leone XIII, si dice: “Siccome il diritto alla proprietà privata deriva non da una legge umana ma da quella naturale, lo Stato non può annientarlo, ma solamente temperarne l’uso e armonizzarlo col bene comune. E’ ingiustizia ed inumanità esigere dai privati più del dovere sotto pretesto di imposte”; in altre parole “la privata proprietà non deve essere oppressa da imposte eccessive”.

Allo Stato spetta un compito di supplente, e come tutti sanno i supplenti sono tempo determinato. Proprio nella Centesimus annus leggiamo: “Intervenendo direttamente e deresponsabilizzando la società, lo stato assistenziale provoca la perdita di energie umane e l'aumento esagerato degli apparati pubblici, dominati da logiche burocratiche più che dalla preoccupazione di servire gli utenti, con enorme crescita delle spese” (n. 48).

L’attuale Pontefice, al centro della sua prima Enciclica, la Deus caritas est, ha posto alcune questioni di ordine sociale, ed in particolare i temi della giustizia e della carità. L’articolazione della carità sociale indicata da Ratzinger prevede la figura del “prossimo” e non dello Stato paternalista che tutto sa, tutto fa e tutto può: “Lo Stato che vuole provvedere a tutto, che assorbe tutto in sé, diventa in definitiva un’istanza burocratica che non può assicurare l’essenziale di cui l’uomo sofferente – ogni uomo – ha bisogno” (n. 28b).

Allo Stato, Benedetto XVI, al pari di Pio XI, Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, nega il ruolo di ente che “regoli” e “domini” la complessità della vita sociale, ad esso spetta il compito, semmai, di “riconoscere” e di “sostenere” le iniziative che sorgono dalle diverse organizzazioni sociali che spontaneamente emergono dalla società civile, secondo la più classica esposizione del principio di sussidiarietà. Assistiamo, quindi, ad un’autentica rivoluzione paradigmatica in ambito socio-politico-economico, preparato in più di un secolo di storia della moderna dottrina sociale (1891-2006), che interessa anche l’articolazione dello Stato e la teoria del welfare: è il definitivo passaggio dal paternalismo di stato al paradigma dell’autogeverno (o della sussdiarietà).

La continuità della linea esposta dal Cardinale Bertone è ancor più evidente se si considera l’invito rivolto dal Segretario di Stato ai cristiani impegnati in politica. È compito, pertanto, di tutte le donne e di tutti gli uomini che compongono la complessa rete della società civile impegnarsi secondo le proprie capacità, aspirazioni e possibilità per dar vita ad un insieme di organismi posti al servizio di quella fondamentale norma che regola l’esistenza dello Stato. La sussidiarietà, allora, è il nome che assumono oggigiorno le tradizionali nozioni di solidarietà e di giustizia sociale, vissute nella dimensione integrale della Caritas.

La negazione di tale principio di carità personale in nome di un welfare che si pretende definitivamente giusto ed onnipotente, scrive Ratzinger nella Deus caritas est, non è altro che il tentativo di nascondere dietro ipotetiche buone intenzioni la più esacerbata visione materialistica dell’uomo: “il pregiudizio secondo cui l’uomo vivrebbe di ‘solo pane’”. Per Ratzinger e per l’intera tradizione della dottrina sociale della Chiesa, una simile prospettiva antropologica umilierebbe l’uomo e finirebbe per disconoscere ciò che di più umano c’è nell’uomo: la sua tensione ad amare.

Quindi in ciascuno di noi è iscritta la vocazione al bene comune?

Flavio Felice: Ciò che la tradizione del Magistero sociale insegna è che ciascuna persona per vocazione è chiamata, in quanto imago Dei, a contribuire con le proprie energie e sostanze all’edificazione del bene comune. Egli, dal momento che è stato creato ad immagine e somiglianza del Creatore, ne condivide in un certo senso la vocazione a rendere più accogliente ed ospitale il mondo nel quale vive. Lo fa lavorando, intraprendendo, ricercando ed anche versando il proprio tributo.

È chiaro che non è possibile ridurre il contributo al bene comune a nessuno di questi singoli – ed altri singoli – elementi.

Invero, analizzando il concetto di bene comune, si rende necessaria la distinzione fra il suo oggetto formale ed il suo contenuto materiale. Formalmente il bene comune non muta al variare delle circostanze, mentre il contenuto materiale cambia radicalmente. Oggi, ad esempio, il concetto di bene comune richiama l’attenzione dei governanti su aspetti del tutto ignorati nelle precedenti epoche: assistenza medica, autostrade, controllo dei tassi d’inflazione, istruzione pubblica, diritto al lavoro, bilancio dello Stato in pareggio, etc...

Riflettendo sull’oggetto materiale – avendo come orizzonte di riferimento il contenuto stesso della dottrina sociale della Chiesa –, in un’economia di mercato che punti ad una crescita prolungata e stabile, tra le altre opzioni, si rende indispensabile una costituzione fiscale che contemperi ragioni di equità e di sviluppo. In questo contesto, come ha giustamente fatto notare il prof. Francesco Forte nel suo breve saggio: L’etica della tassazione (Magna Carta, 2007), al mercato spetta il compito primario di rendere possibile la crescita economica.

Dunque, il fisco è concepito come il sistema dei prezzi dei servizi che il pubblico offre agli individui, alle famiglie e alle imprese. Sicché, una costituzione fiscale adeguata dovrà tutelare e premiare chi risparmia, coloro che con le loro attività aumentano la produttività del lavoro, nonché chi, in forza della creatività e della “prontezza imprenditoriale”, rischia innovando.

L’indispensabile indicazione di un limite del deficit pubblico comporta necessariamente un margine alle spese da parte dell’ente che determina il livello fiscale. Di conseguenza, la quantità e la qualità della spesa finiscono per interessare direttamente i singoli, le famiglie e le imprese, i quali altro non sono se non i terminali di quella spesa per la quale pagano le imposte.

Si comprende come il disequilibrio tra spese ed imposte rappresenti la prima ragione della mancata crescita economica e la fondamentale causa dell’impossibilità da parte dell’ente pubblico di offrire servizi adeguati rispetto al carico fiscale.

Infine, come commenta il riferimento ironico di Benedetto XVI agli insegnamenti della storia sulla costante avversione dei popoli all'eccessiva onerosità delle tasse?

Flavio Felice: Credo che si possa onestamente riconoscere come il riferimento ironico di Benedetto XVI ad un Padre della Chiesa del terzo secolo abbia il merito di evidenziare una realtà storica con profonde ricadute sull’azione politica.

Si tratta di una realtà che, a partire dal dato meramente economico, invero, interessa la dimensione esistenziale più intima degli esseri umani, delle loro famiglie, del loro lavoro e delle loro imprese, finendo per interpellare le ragioni del loro essere e sentirsi liberalmente – più o meno – parte attiva e solidale all’interno di un qualsiasi corpo sociale.

È un tema la cui urgenza è sotto gli occhi di tutti. Di questo, mi auguro, al di là dell’ironia, voglia prendere atto chi ha responsabilità politica: a qualsiasi livello, che sia al Governo o all’apposizione. È in gioco nient’altro che la libera e pacifica coesione sociale del Paese!


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