ZI07092313 - 23/09/2007
Permalink: http://www.zenit.org/article-11966?l=italian

La diplomazia divina


Il ruolo della religione nel contesto internazionale


Di Padre John Flynn, L.C.

ROMA, domenica, 23 settembre 2007 (ZENIT.org).- Nell’ambito dei numerosi libri che attaccano la religione, una delle accuse più ricorrenti è che la fede sarebbe responsabile di alimentare i conflitti politici. Evidentemente non si può negare che la religione costituisce talvolta un elemento che provoca dissenso. D’altra parte essa può anche rappresentare una potente spinta positiva nella politica sia nazionale che internazionale.

Uno studio pubblicato a luglio dal “Center for Strategic and International Studies” (CSIS) con sede a Washingon, fornisce un’interessante sguardo sul rapporto tra il fattore religioso e la politica estera degli Stati Uniti.

Il rapporto, dal titolo “Mixed Blessings: U.S. Government Engagement With Religion in Conflict-Prone Settings”, osserva che le organizzazioni religiose hanno svolto un ruolo molto importante nell’elaborazione della politica estera degli Stati Uniti relativa al Sudan e alla Cina. Inoltre, il terrorismo di stampo religioso, che minaccia la stabilità, ha indotto gli Stati Uniti ad impegnarsi in Paesi come l’Iraq e l’Afghanistan dove la religione svolge un ruolo primario.

Tuttavia, nonostante l’importanza del fattore religioso, vi è stata in generale una carenza nel comprenderne il ruolo, una carenza che secondo il CSIS ha rovinato la politica USA fino al punto di rivelarsi dannosa per la stessa sicurezza nazionale del Paese.

Questa inadeguatezza deriva da una serie di cause, secondo il rapporto.

-- I funzionari pubblici sono spesso poco propensi a considerare la questione religiosa. Molte persone nel Governo vedono la religione come un elemento pericoloso e conflittuale che è meglio tenere fuori dall’analisi.

-- L’approccio ufficiale verso la religione è limitato e spesso la considera come una forza monolitica e problematica, ponendo eccessiva attenzione sull’elemento terroristico nell’Islam e talvolta riducendo la religione ad una questione marginale e culturale.

-- La capacità delle istituzioni di comprendere e affrontare il tema della religione è ostacolata da limiti giuridici, da una carenza di conoscenza e formazione religiosa, e da una mancanza di strutture competenti a trattare con le organizzazioni religiose e i loro rappresentanti.

Guerra e pace

La parte centrale del rapporto è dedicata all’analisi di come il Governo statunitense considera la religione nei suoi rapporti internazionali. La religione è poi analizzata sia come fonte di conflittualità, sia come soluzione dei conflitti.

Come evidenzia il rapporto, la religione può essere per certi versi un fattore aggravante nei conflitti, provocando scontri fra comunità di fede, repressione di minoranze religiose e contrasti fra i gruppi religiosi e il Governo sul controllo dello Stato.

Per quanto riguarda gli aspetti positivi, il CSIS ricorda che le organizzazioni religiose e i suoi leader possono spesso svolgere un’azione diplomatica efficace, grazie alla loro credibilità in seno alle comunità locali. Questo le conferisce ciò che il rapporto considera “uno strumento unico per promuovere la riconciliazione tra parti confliggenti”. Un esempio citato dallo studio è la Comunità di Sant’Egidio, che ha svolto un ruolo decisivo nella risoluzione del conflitto in Mozambico.

La religione può poi aiutare le persone e le comunità a recuperarsi dopo la fine dei conflitti e ad offrire loro un luogo dove poter discutere su come raggiungere un maggior grado di tolleranza.

Un altro modo in cui la religione contribuisce positivamente alle comunità è attraverso l’aiuto ai bisognosi. L’opera caritatevole svolta da molte comunità di fede svolge spesso un ruolo essenziale nello sviluppo delle nazioni. Secondo il rapporto, ad esempio, più della metà degli ospedali operanti in Africa sono diretti da organizzazioni religiose.

In alcuni Paesi il Governo americano fornisce aiuti in collaborazione con organizzazioni religiose. Un esempio in questo senso è quello del Burundi, dove un’agenzia USA ha collaborato con Catholic Relief Services per favorire l’istituzione di una commissione per la pace e la riconciliazione, composta di membri di diverso orientamento etnico e religioso.

Ad oggi, gran parte dell’aiuto statale è stato veicolato attraverso organizzazioni cristiane. Degli 1,7 miliardi di dollari (1,2 miliardi di euro) che tra il 2001 al 2005 sono stati assegnati alle organizzazioni religiose, il 98% è andato a quelle cristiane.

Prospettiva spirituale

Un altro sguardo al rapporto tra religione e politica estera americana è contenuto in un articolo pubblicato il 14 maggio sulla rivista Weekly Standard a firma di John J. Dilulio Jr., che per un certo periodo nel 2001 è stato primo direttore dell’ufficio governativo per le attività religiose e comunitarie (Faith-Based and Community Initiatives), e che ha intitolato il suo articolo “Spiritualpolitique”.

Dal Brasile al Belize, da Beirut a Boston, ha osservato, “la religione, in una miriade di forme e modi diversi, ha superato la modernità e la postmodernità”.

Dilulio ha spiegato che con il termine “spiritualpolitique” egli intende una visione della religione che tiene conto del proprio potere di plasmare la politica interna e internazionale dei Paesi. Significa anche considerare la religione non come un qualcosa che si pone in contrasto con la modernità, ma come una realtà predicata e praticata da molte persone.

Persino nelle democrazie più stabili è necessario che ci rendiamo conto, ha osservato Dilulio, che le differenze religiose svolgono un ruolo importante. Nei Paesi in cui la democrazia e lo Stato di diritto sono ancora in fase di formazione, la religione può essere un fattore che complica il raggiungimento dell’unità nazionale.

Pertanto si è raccomandato che i responsabili dei Governi si sveglino e prestino la dovuta attenzione al ruolo della religione e al suo impatto sulla politica globale.

La religione in azione

Una considerazione più ampia dell’impatto della religione sui conflitti è contenuto in un libro pubblicato qualche mese fa, dal titolo “Peacemakers in Action: Profiles of Religion in Conflict Resolution”. Il libro, una raccolta di saggi a cura di David Little, traccia il profilo di diverse figure religiose che hanno aiutato a promuovere la pace.

Un utile capitolo di Little riporta qualche conclusione che si può trarre dal libro. Egli esorta il lettore ad evitare due semplificazioni eccessive. La prima è che la religione può essere vista al meglio come violenza o come scontro di civiltà. La seconda è che la religione “buona” porta sempre la pace.

Molte delle testimonianze contenute nel libro dimostrano in modo eloquente l’infondatezza della prima semplificazione, sottolinea Little. La religione è peraltro solo uno di un insieme di fattori che concorrono a far esplodere la violenza.

Anche la seconda affermazione è insostenibile, aggiunge Little. L’esperienza in situazioni come il conflitto successivo alla discregazione della Yugoslavia insegna che la religione e persino lo stesso clero, può alimentare le ostilità.

L’autore quindi elenca una serie di lezioni che possono essere tratte dai casi riportati nel libro, tra cui le seguenti:

-- La religione non è né la causa unica della violenza, ne per contro è priva di influenza, soprattutto nelle sue forme più estremistiche, sul decorso e sulla natura della violenza.

-- La religione non è solo una fonte di conflitti violenti, ma anche una fonte di pace.

-- La religione, intesa correttamente, manifesta la tendenza a favorire la pace attraverso strumenti non violenti e a combinare la promozione della pace con quella della giustizia.

-- La religione, dedicata alla promozione della giustizia e della pace attraverso metodi pacifici, spesso innesca una risposta ostile e violenta, almento nel breve periodo.

Fede e pace

Guardando alle personalità religiose riportate nel libro, Little osserva che la loro fede ha rappresentato un fondamento importante nel lavoro di promozione della pace. Essi hanno tratto ispirazione, motivazione e perseveranza dalle tradizione teologiche della loro fede.

La religione può anche contribuire alla costruzione di istituzioni dirette a migliorare e a sostenere l’armonia sociale e l’unità civile. Inoltre, le organizzazioni non governative e gli individui possono promuovere un contesto capace di indurre alla pace e ai negoziati per la risoluzione dei conflitti.

Benedetto XVI è intervenuto sul tema del rapporto tra fede religiosa e pace, nel suo messaggio per la Giornata mondiale della pace, celebrata dalla Chiesa il 1° gennaio scorso. Egli ha definito “inaccettabili” quelle concezioni di Dio che incoraggiano l’intolleranza e la violenza (n. 10). Una guerra in nome di Dio non è mai accettabile, ha avvertito il Pontefice.

“Perché ogni cristiano si senta impegnato ad essere infaticabile operatore di pace e strenuo difensore della dignità della persona umana e dei suoi inalienabili diritti”, ha esortato a conclusione del suo messaggio. Un appello che dovrebbe trovare ascolto nel cuore di tutti i credenti.


© Innovative Media, Inc.

La riproduzione dei Servizi di ZENIT richiede il permesso espresso dell'editore.


  • Chiavi indicizzate:
  • pace

invialo ad un amico commenta questa notizia
anteprima di stampa formato PDF
sopra


ZENIT via e-mail | ZENIT in rss | regala ZENIT | raccomanda ZENIT | aiuta ZENIT

| condizioni d'uso | invia notizie o comunicati | contattaci | pagina principale

© Innovative Media, Inc.