ROMA, lunedì, 15 ottobre 2007 (ZENIT.org).- La Santa Sede ha esortato la comunità internazionale a lavorare per porre fine alla piaga delle “bombe a grappolo”, pericolo fondamentale per le popolazioni civili dei Paesi interessati dai conflitti.
Per valutare l’impatto di questo tipo di armi e le misure necessarie alla loro eliminazione, Belgrado ha ospitato nei giorni scorsi un incontro al quale hanno partecipato organizzazioni non governative e sopravvissuti alle esplosioni, provenienti da 22 Paesi.
L’Arcivescovo Silvano Maria Tomasi, Osservatore permanente della Santa Sede presso l’ufficio delle Nazioni Unite a Ginevra, ha affrontato il tema con l’emittente pontificia, ricordando in primo luogo che le bombe a grappolo “non esplodono subito, rimangono sul terreno e continuano a creare vittime per anni dopo essere state lanciate”.
Di fronte a questa situazione, “la comunità internazionale – spinta anche da motivazioni etiche, proposte dalla missione della Santa Sede – si sta muovendo in maniera molto costruttiva e con una risposta sempre più numerosa da parte di vari Paesi, per cercare di arrivare eventualmente ad un nuovo Trattato, complementare a quelli che già esistono, per l’eliminazione di questo tipo di bombe”.
La comunità internazionale e le organizzazioni di volontariato “possono e devono partecipare a questo processo”, ha osservato.
Secondo il presule, bisogna procedere “su due rotaie”: la prima è quella del processo di Oslo, “al quale partecipano sempre più Paesi nuovi, Paesi africani, Paesi del Medio Oriente, e praticamente tutti gli Stati che devono confrontarsi con questo problema sul loro territorio”.
Il contributo della Santa Sede, ha proseguito, “è quello di cercare di dare e di far capire che la priorità deve essere data alle vittime di questo tipo di bombe, in modo che si responsabilizzi sia lo Stato che la comunità internazionale ad aiutare non solo le vittime individuali, ma anche le loro famiglie e le comunità nelle quali queste vittime vivono”.
Quanto al secondo aspetto, “si deve mettere l’accento sul fatto che, mentre lo Stato è il primo responsabile per bonificare il territorio dalla presenza di questi ordigni, è importante che la comunità internazionale mostri la sua solidarietà, sia provvedendo con tecnologia che provvedendo con mezzi e aiuti di vario tipo, per fare in modo che si possa creare un ambiente risanato dove la gente possa vivere e lo sviluppo sociale possa prendere campo”.
In base alle stime delle organizzazioni specializzate, almeno 75 Paesi al mondo detengono tra i loro armamenti bombe a grappolo, mentre 34 sono i Paesi che le producono.
ZI07101511 - 15/10/2007
Permalink: http://www.zenit.org/article-12207?l=italian
La Santa Sede esorta a porre fine alla piaga delle “bombe a grappolo”
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