ZI07122510 - 25/12/2007
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La legge sull’aborto, tra magistero della Chiesa e comunità politica


ROMA, martedì, 25 dicembre 2007 (ZENIT.org).- Di seguito pubblichiamo una riflessione del prof. Bruno Esposito, O. P., Decano della Facoltà di Diritto Canonico della Pontificia Università san Tommaso d’Aquino-“Angelicum” di Roma.

* * *

In questo Santo Natale, festa della vita, non sembra fuori luogo proporre qualche riflessione al riguardo. Lo facciamo partendo dall’ampia risonanza data dai mass media nel recente passato al n. 83 dell’Esortazione Apostolica postsinodale Sacramentum caritatis. In esso il Santo Padre, parlando delle esigenze intrinseche che comporta il ricevere il sacramento dell’Eucarestia da parte di ogni battezzato (“coerenza eucaristica”), ha ribadito, tra gli altri, l’impegno specifico di coloro che sono impegnati nella vita politica, affermando che: “Pertanto, i politici e i legislatori cattolici, consapevoli della loro grave responsabilità sociale, devono sentirsi particolarmente interpellati dalla loro coscienza, rettamente formata, a presentare e sostenere leggi ispirate ai valori fondati nella natura umana”.

Questa ovvia conclusione, riproposta dal Pontefice a tutti i battezzati nel mondo, ha ancora una volta provocato una ridda di reazioni alcune delle quali del tutto irrazionali, se non addirittura isteriche, con accuse alla Chiesa cattolica d’ingerenza negli affari interni di uno Stato sovrano. Pur nel rispetto sentito e sincero della diversità d’opinione, ma anzi proprio per questo, affinché non si elabori e si giustifichi a riguardo una sorta di teoria del “pluralismo a senso unico”, dove è ammessa alla fine ed ha diritto di cittadinanza solo un’opinione, pensiamo che non sia superfluo, cogliendo l’occasione di quest’ultima querelle, oltre ovviamente l’altra riguardante le unioni di fatto, chiarire alcuni aspetti intorno ai quali si registra non poca confusione.

Desideriamo condividere qui, alcune semplici riflessioni riguardanti piuttosto la questione previa e più generale circa il diritto del Magistero d’intervenire in ambito politico quando è in gioco la vita e la dignità della persona umana. Successivamente cercheremo di dare un’applicazione di quanto detto specificamente alla legge sull’aborto. Legge che purtroppo da troppi anni è parte dell’ordinamento giuridico di tanti Stati e che l’opinione pubblica percepisce sempre più come “scontata” e frutto di modernità e civiltà.

Circa il primo punto sarebbe opportuno per tutti, cattolici e non cattolici, rileggere l’illuminante contenuto del n. 76 della Costituzione Pastorale Gaudium et spes. In esso i Padri conciliari hanno ricordato con estrema chiarezza ed equilibrio il vero e sano rapporto che deve realizzarsi tra Chiesa e Comunità politica. Premesso che ciascuna è indipendente ed autonoma l’una dall’altra nel proprio campo, pur se nell’unico servizio alle stesse persone umane, si afferma con cristallina chiarezza però, ed allo stesso tempo, per la Chiesa il diritto di predicare sempre ed ovunque la fede ed insegnare la sua dottrina sociale, ed in particolare “... dare il suo giudizio morale, anche su cose che riguardano l’ordine politico, quando ciò sia richiesto dai diritti fondamentali della persona e della salvezza delle anime”.

Come si enuclea dal testo citato, i Padri conciliari hanno solo manifestato un’esigenza propria alla missione della Chiesa, che, propriamente parlando, non rivendica tanto il diritto di fronte alla Comunità politica di poter esporre il deposito della fede e d’insegnare il modo coerente di viverla, ma piuttosto ricorda a se stessa il dovere di farlo per non tradire il mandato che le è stato affidato dal Suo Fondatore. Ciò facendo la Chiesa non fa altro che proporre il messaggio liberante della verità evangelica e non desidera affatto imporlo a chicchessia. Cosa che d’altra parte, oggi più che mai che nel passato, sortirebbe l’effetto opposto. Questo non vuol dire, però, che attraverso i modi e nei luoghi e tempi opportuni della vita politica e sociale chi ha l’autorità nella Chiesa non debba fare presente l’importanza di certe scelte. Nello svolgere questo suo preciso compito il Magistero non fa che ricordare a tutti, le esigenze intrinseche ed inderogabili della natura umana, esigenze che ovviamente per chi si professa credente, sono vincolanti in un modo tutto proprio alla luce della Rivelazione ed in vista della salvezza eterna.

In questo contesto, prendiamo ora in esame, quasi come esemplificazione ed applicazione di quanto appena detto, il caso della legalizzazione dell’aborto in molti dei contemporanei ordinamenti giuridici, presentata dalla “cultura” contemporanea come conquista di civiltà, “diritto inviolabile” della donna moderna. Anche se rimane e rimarrà per sempre, oggettivamente, un abominevole delitto (cf Gaudium et spes, n. 51) che vuole essere fatto passare per un diritto (cf Evangelium vitae, n. 4), in quanto uccisione dell’innocente per antonomasia. Infatti, la pretesa di legittimare giuridicamente l’aborto, rifiuta di vedere l’intrinseca contraddizione giuridica sulla quale riposa. Infatti, se l’idea di “Stato di diritto” è nata e si è affermata nel corso del tempo per il suo essere salvaguardia dei diritti di tutti, contro ogni anarchia o totalitarismo, come si può ammettere nel suo ordinamento giuridico una legge che fa del diritto fondamentale e primo, cioè del diritto alla vita, oggetto di una arbitraria concessione? Se ognuno di noi è venuto alla vita perché la propria madre gli ha fatto questa “grazia”, ecco che non si può più parlare di vero e proprio “diritto”, ma allora si sfalda rovinosamente tutta la concezione e la conseguente struttura del moderno Stato di diritto, in quanto, appunto, del suo primo e fondamentale diritto se ne fa al massimo una grazia!

Ora se il Magistero non si stanca di ripetere in tutte le sedi ed in ogni occasione, anche a costo dell’impopolarità e di accuse d’ingerenza, il valore supremo ed inviolabile della vita fin dal suo concepimento, lo fa nella coscienza che questo è un suo preciso dovere. Dovere che pur nascendo ed illuminato dalla fede sa che non può rimanere relegato in essa. Tutto questo ha un significato specifico per tutti quei parlamentari che si professano cattolici. La difesa della vita non è questione confessionale, dove basta professarsi non credenti per trovare giustificazione a scelte e comportamenti che sono contro la ragione, la verità, il diritto e la giustizia.

Con la vita e la dignità della persona umana tocchiamo ambiti e decisioni che non sono soggetti al mero consenso della maggioranza per poter essere moralmente adottati. Tutto ciò esige dal Magistero ed in particolare da quei battezzati impegnati nell’amministrazione della cosa pubblica, il dovere d’intervenire nell’ambito politico evitando quel complesso d’inferiorità che spesse volte ha giocato un ruolo considerevole, con risultati nefasti, nell’impegno politico dei cattolici. Il dialogo è importante e doveroso, ma fermo restando l’importanza della ricerca della verità e della giustizia che mai potranno essere sacrificati sull’altare del compromesso, dell’opportunismo o del cinico utilitarismo, soprattutto quando su quell’altare saranno sacrificati degli innocenti.

Queste brevi e semplici riflessioni ci portano a sperare, ma soprattutto ci impegnano a pregare il Signore, affinché i cattolici oggi si rendano sempre più conto della necessità di arrivare a quella fede adulta, necessaria ed indispensabile a poter annunciare e testimoniare al mondo di oggi la bellezza ed il fascino della fede. Una fede, frutto di un rapporto vissuto con Colui che ci ha tanto amato fino a dare la vita per noi sulla croce, che non è mai contro l’uomo, ma sempre per tutto l’uomo e per tutti gli uomini.


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