ZI08010808 - 08/01/2008
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I Gesuiti sperano di poter tornare presto in Cina


Vivono “il tempo dell'attesa”, dice il Superiore Generale


CITTA' DEL VATICANO, martedì, 8 gennaio 2008 (ZENIT.org).- I Gesuiti vivono “il tempo dell'attesa” sperando di poter tornare presto in Cina, dove sono stati presenti fin dalle origini della loro Congregazione.

Lo ha rivelato il loro Superiore Generale, padre Peter-Hans Kolvenbach S.I., che ha presentato le proprie dimissioni – accettate da Benedetto XVI – per ragioni d'età (quest'anno compirà 80 anni).

Questo lunedì si è aperta a Roma la 35ª Congregazione Generale della Compagnia di Gesù, convocata per accettare le dimissioni di padre Kolvenbach – che continuerà ad essere membro della Congregazione – ed eleggere il suo successore.

Ai lavori dell’assemblea partecipano 225 Gesuiti, di cui 217 elettori. 18 delegati provengono dall’Africa, 40 dall’America Latina, 64 da Asia e Australia, 69 dall’Europa e 34 dall’America del Nord.

Scegliendo il nuovo Superiore Generale, ha affermato padre Kolvenbach in un'intervista rilasciata a “L'Osservatore Romano” (5 gennaio 2008), la Compagnia di Gesù “dice ciò che si attende per il suo avvenire: un profeta o un saggio, un innovatore o un moderatore, un contemplativo o un attivo, un uomo di punta o un uomo di unione”.

La Congregazione Generale, ha aggiunto, “comincia con una valutazione della sua situazione presente, con un discernimento su ciò che nella Compagnia è luce o piuttosto ombra nel suo servizio alla Chiesa e al mondo. È da questa valutazione che deve scoccare la 'scintilla': ecco il gesuita di cui abbiamo bisogno per progredire sulla via di Dio”.

Il filo conduttore che lega tutti i Gesuiti, anche se operano in contesti diversi nelle varie zone del pianeta, è la missione, ha osservato il Superiore Generale.

“Ciò comporta una presenza alle frontiere, che una volta erano piuttosto frontiere geografiche della cristianità; oggi sono piuttosto le frontiere tra Vangelo e cultura, tra fede cristiana e scienza, tra Chiesa e società, tra la 'buona notizia' e un mondo turbato e sconvolto”.

“Secondo le esigenze di questa missione vi sarà sempre una incredibile varietà di scelte e di opere apostoliche, ma in tutte si troveranno riunite queste tre responsabilità: annunciare la parola di Dio, condividere la vita di Cristo, testimoniare la carità che lo Spirito sollecita e alimenta”.

Parlando della missione, una menzione speciale spetta all'annuncio del Vangelo in Cina, dove i Gesuiti sono presenti fin dai primi tempi della Compagnia, “a cominciare dal sogno di san Francesco Saverio, per continuare con la meravigliosa attività apostolica di Matteo Ricci e dei suoi compagni”.

“Riuscirono a predicare Cristo con il linguaggio della cultura e della mentalità cinese, superando i pregiudizi e i sentimenti di superiorità europei”, ha ricordato padre Kolvenbach.

Questa tradizione spinge i membri della Compagnia di Gesù a non distogliere lo sguardo dalla Cina, al punto che la Congregazione “non ha mai rinunciato al desiderio di servire il popolo cinese nelle sue aspirazioni spirituali”.

Per questo motivo, quando nel 1949 i Gesuiti vennero espulsi dalla Cina, molti di loro rimasero nei Paesi vicini “aspettando una buona occasione per tornare al loro posto”.

“Per la Compagnia di Gesù, a parte una presenza attuale assai modesta, è ancora il tempo dell'attesa – ha confessato –. Attesa che gli sforzi della Santa Sede per riprendere le relazioni con la Cina ci permettano di tornare a una missione così legata alla storia della Compagnia”.

Affrontando il tema del dialogo interreligioso, il Superiore Generale ha affermato che perché un dialogo sia possibile è necessario “cominciare con un sincero rispetto mutuo che vada al di là della mera cortesia”.

Senza questo, ha confessato, “non ci sarà dialogo, ma al più confronto”.

Un secondo passo, ha proseguito, è stato indicato da Giovanni Paolo II quando parlava del “dialogo della vita”, cioè “condividere i desideri e i problemi di ogni comunità umana”.

In questa atmosfera di condivisione dei desideri e di ricerca dei rimedi può avvenire, secondo padre Kolvenbach, “un dialogo religioso con scambio di esperienze spirituali e di pratiche religiose in cui si ritrovano sentimenti religiosi genuini nonostante le ovvie divergenze”.

“Infine c'è il dialogo religioso fondato negli elementi teologici di ambedue le religioni”, “riservato ai teologi”.

Nel caso del dialogo con i musulmani, ha commentato, i teologi dovrebbero “arrestarsi rispettosamente dinanzi a un problema insolubile: la fede dei cristiani nella Santa Trinità non può ridursi alla formulazione di un monoteismo puro come quello professato dall'islam”.

Questa difficoltà teologica, ha concluso, non dovrebbe tuttavia essere un ostacolo al dialogo della vita, “perché tanto i cristiani quanto i musulmani hanno un vero senso religioso della vita e condividono la persuasione che 'non di solo pane vive l'uomo'”.


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