ROMA, sabato, 19 gennaio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo l'intervista al padre Peter-Hans Kolvenbach S.I., ex Superiore Generale della Compagnia di Gesù, apparsa sulla rivista dei gesuiti “La Civiltà Cattolica”.
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D.: Qual è il suo stato d’animo alla fine del suo servizio di Superiore Generale?
Il mio stato d’animo, ora che sono giunto alla fine, non è molto diverso dall’inizio di questo lungo servizio di Superiore Generale. Il 13 settembre 1983 la scelta dei miei confratelli in un primo momento mi ha sorpreso, ma mi ha dato anche la fiducia che il Signore, che ha voluto così, mi avrebbe accompagnato in questa responsabilità ecclesiale. Vivendo per lunghi anni in un Vicino Oriente esplosivo, avevo imparato a vivere in una situazione conflittuale. Così sarei stato ben preparato ad assumere il governo della Compagnia, nella quale non mancavano membri allora in forte tensione con la Santa Sede.
È vero che i padri Dezza e Pittau avevano già ristabilito un rapporto di fiducia con la Santa Sede. È anche vero che io avevo tutto da imparare dalla Compagnia universale, di fronte a tendenze secolarizzanti e a una teologia della liberazione la cui esistenza era sconosciuta nel Vicino Oriente. Più grave era il fatto che il mio compianto predecessore, padre Pedro Arrupe, non poteva fisicamente dirmi nulla dell’applicazione del Concilio Vaticano II, a cui si era generosamente dedicato nella Compagnia e nella vita consacrata. C’era però la Curia, con tante assistenze e segretariati, che mi hanno introdotto nella vita e nell’attività apostolica della Compagnia. Poi migliaia di incontri, di persona o per corrispondenza, mi hanno aiutato a compiere la missione che mi era stata affidata. Camminando nella sequela di Cristo sulle vie di Dio, non si eviteranno mai tensioni e conflitti. Non è però mancata mai l’unione degli spiriti e dei cuori, soprattutto nei momenti più difficili.
Quasi 25 anni sono un tempo lungo, e ora la Compagnia ha bisogno di una nuova partenza e di sangue nuovo. Le conseguenze dell’età contribuiscono a formulare questo giudizio per il bene della Compagnia. Il Santo Padre ha benevolmente permesso che la Congregazione Generale discuta e accetti questa scadenza delle mie dimissioni. Io parto come sono arrivato, riconoscendo che il Signore ha voluto servirsi della sua minima Compagnia per la sua maggior gloria sotto il vessillo della croce e sotto il suo Vicario in terra.
D.: Il suo generalato è stato lungo (e non poteva essere diversamente perché è stato eletto a vita): quali sono stati i momenti più significativi per la Compagnia durante questi anni?
È difficile rispondere in poche parole a questa domanda, non soltanto perché i gesuiti lavorano un po’ dovunque nei cinque continenti, ma soprattutto perché a causa della loro spiritualità incarnata sono solidali con tutte le gioie e le pene della Chiesa e del mondo. Il fatto più significativo è che la presenza ecclesiale e la missione della Compagnia rimangono importanti. Essa è ben consapevole che il Signore si attende da lei una missione evangelizzatrice, chiara ed esplicita, servendosi di tutti gli strumenti apostolici che sono le numerose istituzioni educative e i meno numerosi centri sociali, specialmente al servizio dei rifugiati e di altre persone «in movimento», e che sono pure le parrocchie in numero crescente e i centri di ogni genere, dove è molto sensibile l’irradiazione degli Esercizi Spirituali, aiutando ciascuno e ciascuna a trovare la sua via personale verso Dio.
Tutta questa attività apostolica sarebbe impossibile senza la collaborazione di un numero crescente di laici, spesso motivati dalla spiritualità ignaziana nella loro partecipazione di qualità all’opera della Compagnia. Con il rischio di non essere compresa o apprezzata, la missione della Compagnia rimane in dialogo con il mondo del nostro tempo e si colloca per vocazione alle frontiere dell’incredulità o della cattiva credenza, per portarvi la Buona Notizia del Signore.
Tutto questo servizio è reso in condizioni di fragilità e di precarietà. Anche se in alcuni continenti le vocazioni non mancano — il numero dei novizi si mantiene attorno agli 800 —, in certe zone, come nel continente europeo, il ricambio è insufficiente e creerà fatalmente problemi per lo sviluppo, o almeno per il mantenimento, dell’attività missionaria. La prossima Congregazione Generale dovrà discernere come far fronte a un compito missionario che supera sempre più le nostre reali possibilità, con il pericolo incombente che uno sforzo sovrumano di mantenere tutta questa attività apostolica finisca per soffocare la sua ragione d’essere: «Aiutare le persone a incontrare Dio nella loro vita», perché questo ne è il principio e la fine, come diceva sant’Ignazio.
D.: Nella vita di un Ordine, come in quella di ogni persona, esistono momenti e scelte positive e negative: secondo lei, in questi anni quali sono state le decisioni, le situazioni che avrebbe preferito non avvenissero?
Fra le tante situazioni che si preferirebbe non conoscere, vorrei ricordarne due. Anzitutto il clima nervoso e teso nel quale devono lavorare tutti coloro che vorrebbero servire la Chiesa con la loro iniziativa, la creatività e la ricerca, in particolare i teologi. I Papi — da Paolo VI a Benedetto XVI, passando per Giovanni Paolo II —hanno esplicitamente desiderato che la Compagnia mantenga una solida formazione, per potersi impegnare nei settori di attività di punta e più difficili, nell’incontro delle ideologie, sul fronte dei conflitti sociali. Questo compito profondamente missionario, anche se assunto con uno spirito moderato e rispettoso della fede, ben presto è fatto oggetto di contestazione e di sospetto. È stata già l’esperienza di Matteo Ricci come di Pierre Teilhard de Chardin nel mondo scientifico, di san Roberto Bellarmino e del padre Henri de Lubac, prima disprezzati, poi apprezzati e riconosciuti. Durante questo lungo generalato il magistero della Chiesa ha dovuto pronunciarsi sul lavoro di pionieri, svolto nell’ambito del dialogo interreligioso, del dialogo con il mondo postmoderno, dell’incontro con le spiritualità dell’India, dell’atteggiamento verso certi teologi della liberazione. Questi interventi hanno consentito a tali ricerche teologiche di collocarsi più correttamente nei confronti della fede cattolica.
Quando tali interventi della Santa Sede giungono al grande pubblico attraverso la stampa e la televisione, mancano il tempo e lo spazio per dire tutta la verità, e questi commenti dei mezzi di comunicazione prendono facilmente il posto del giudizio competente. Non c’è niente di strano che i teologi si scoraggino nel ministero che la Chiesa si attende da loro, con vigore e creatività.
L’altro fatto che si sarebbe voluto non esistesse è la pubblicità che si è data, specialmente nei Paesi di lingua inglese, agli abusi sessuali commessi da preti e religiosi. È doloroso constatare che, dopo tanti anni di inchieste, non si finisce di scoprire nuovi casi. Oltre al fatto del peccato grave che ogni abuso sessuale comporta, e oltre all’offesa grave fatta a una persona umana, che esige un giusto risarcimento, la funesta pubblicità che la stampa sembra dare volentieri a tali fatti, senza dubbio condannabili, compromette seriamente la credibilità della Chiesa e della Compagnia nella loro efficacia apostolica.
D.: Nella sua esperienza di Superiore Generale, anche all’interno dell’Unione Superiori Generali, lei ha potuto verificare una certa «stanchezza» della vita religiosa oggi, specialmente nelle società occidentali. Di quali segni ha bisogno la vita religiosa per rinnovarsi e continuare ad essere significativa per il Regno di Dio e i nostri contemporanei? È possibile trovarli o bisogna attendere che lo Spirito di Dio doni alla Chiesa un nuovo Santo fondatore o rifondatore?
Non direi che la vita religiosa sia stanca: essa piuttosto si scopre davanti a una nuova situazione nella Chiesa. A partire dal Concilio Vaticano II i vescovi esercitano la loro responsabilità pastorale in comunione con tutte le forze vive delle loro Chiese locali, e i laici assumono molto più che in passato l’impegno per le Chiese, soprattutto nei movimenti ecclesiali. In questa nuova situazione la vita consacrata ha perduto tanti servizi prima resi in esclusività; anche la vocazione alla santità non è più sua propria, perché tutti vi sono chiamati. In queste nuove prospettive la vita consacrata si sente più che mai con il Concilio un «dono dello Spirito per la Chiesa», con tutta la gratuità e anche la precarietà che un dono comporta.
Il Signore che cosa vuole che siamo per la sua Chiesa? Anche se la Chiesa non volesse perdere tutto ciò che la vita consacrata opera e fa, tuttavia il dono dello Spirito in tutta questa attività impressionante ed esemplare consiste nell’essere tra gli uomini i testimoni viventi del Signore in preghiera, come manifesta la vita contemplativa, del Signore povero, come manifesta la tradizione francescana, del Signore in missione, come è presente nella spiritualità ignaziana, del Signore vicino a ogni miseria umana, come avviene in tante famiglie religiose di carità spirituale e materiale. Con un ritorno a questa sorgente della vita consacrata che è il Signore, lo Spirito indicherà ciò che è da rinnovare e da continuare al servizio della Chiesa. Poiché la vita consacrata è un dono, nessuna famiglia religiosa può considerarsi indispensabile o eterna. Ancora oggi lo Spirito suscita nuove forme di vita consacrata come altrettanti nuovi doni alla Chiesa. Madre Teresa di Calcutta e Charles de Foucauld non sono che due beati fra tanti altri fondatori e fondatrici, che, mossi dallo Spirito, hanno iniziato una nuova vita tra i consacrati.
Ma essere un dono implica pure — come dimostra ampiamente la vita e la morte di tante famiglie religiose — che a un certo momento la Chiesa ha bisogno di altri doni. La scomparsa di questa o quella famiglia religiosa resterà sempre per noi un fatto doloroso e misterioso, che ha senso soltanto nel mistero pasquale, che illuminerà sempre quelli e quelle che seguono il Signore più da vicino.
D.: In questi anni certamente l’impegno a favore dei rifugiati nel mondo, il cui numero cresce ogni giorno, ha caratterizzato, almeno a livello di immagine, il servizio apostolico della Compagnia, oltre che la collaborazione con i laici (discussa da parte di alcuni per le modalità in cui viene attuata). La Congregazione per la Dottrina della Fede ha recentemente rinnovato l’invito a tutti a non abbandonare il lavoro di evangelizzazione e di annuncio. Nel rispetto delle scelte della Congregazione Generale in corso, che cosa si attende lei da tale impegno?
La missione evangelizzatrice della Chiesa è una responsabilità unica che si sviluppa in una grande varietà di modi. San Luca ci racconta nel suo Vangelo che alcuni inviati di Giovanni Battista domandano a Gesù: «Sei tu colui che deve venire?» (Lc 7,19). E il Signore risponde richiamandosi ai suoi atti e gesti nella loro diversità: «I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano [...], ai poveri è annunciata la Buona Notizia» (Lc 7,22).
Il Papa Giovanni Paolo II ha tradotto questa missione di Cristo per il nostro tempo scrivendo che l’annuncio della Buona Notizia passa attraverso le dimensioni essenziali della testimonianza di una vita e della proclamazione della Parola di Dio, dell’invito alla conversione e della nascita di nuove Chiese locali, attraverso il dialogo e l’inculturazione, vivendo il comandamento nuovo dell’amore e impegnandosi nella promozione della giustizia voluta da Dio.
La preoccupazione della Chiesa è che tutte queste attività si distacchino dalla loro ragione d’essere, che è l’annuncio della fede, e diventino attività forse buone in sé, ma nelle quali la missione evangelizzatrice non è più chiaramente visibile e sensibile. C’è una filantropia senza Dio e soltanto umana. La carità cristiana non è soltanto una beneficenza accompagnata da qualche parola del Vangelo. Essa proclama Cristo quando fa sempre il primo passo per andare in aiuto senza attendere un contraccambio, quando serve tutti e tutte, senza preferenze o esclusioni e soprattutto quando, come Cristo, non si accontenta di donare le proprie cose, ma dona la sua persona, la sua vita per amici e nemici.
Già il Papa Paolo VI aveva insistito su una proclamazione integrale del Vangelo nel mondo d’oggi, e che non si isolasse o accentuasse unilateralmente una dimensione della missione a scapito di un’altra, cioè concretamente che non si separasse la promozione della giustizia dalla sua sorgente, che è l’annuncio della Buona Notizia che è Cristo.
La Congregazione Generale dovrà valutare in quale misura tutto questo ventaglio di ministeri che la Compagnia assume — ministeri educativi e scientifici, pastorali e sociali — mantengono esplicitamente la vitalità e la proclamazione della fede, soprattutto dove il Signore non è conosciuto o è mal conosciuto. Si tratta di servire in tutto la missione di Cristo.
D.: Come valuta lo stato attuale della Compagnia circa la sua unità e coesione, un valore sommo secondo l’ispirazione di sant’Ignazio?
Sant’Ignazio insisteva sull’unità della fede nelle file dei gesuiti, ma la sua grande preoccupazione era piuttosto l’unione degli spiriti e dei cuori nella Compagnia. Fin dall’inizio la Compagnia era e voleva essere segnata dalla diversità di nazioni e di culture, di caratteri e di scelte apostoliche. I primi gesuiti si paragonavano volentieri al corpo degli apostoli attorno a Gesù, dove Pietro non era Giovanni, e Tommaso non era Giuda. Inoltre, poiché ancora oggi i gesuiti hanno il mondo intero come «casa» e sono sparsi nelle diverse parti del mondo, è necessario, come scriveva già sant’Ignazio, cercare ciò che può aiutare un’unione «che è costantemente da rifare, perché ci sono mille ragioni per disfarla». Inevitabilmente ci sono state e ci saranno tensioni tra i gesuiti. Era anche il motivo per cui sant’Ignazio e i primi compagni sono andati a Roma per trovare nell’unione con il Vicario di Cristo in terra, il Pastore universale, le vie da percorrere e le vie da evitare.
Quando il padre Arrupe, dopo il Vaticano II, intraprendeva profeticamente la via tracciata dal Concilio, ha provocato forti tensioni in una parte importante della Compagnia, che ha chiesto al Papa Paolo VI il privilegio di rimanere gesuiti autentici. Il Papa ha risolto la questione in favore del padre Arrupe, e quella tensione non ha avuto come conseguenza una divisione o una separazione. Poiché la spiritualità della Compagnia è incarnata nella realtà della vita, ogni tensione nella Chiesa e nel mondo può avere ripercussioni nella Compagnia. È quasi un miracolo e certamente un dono di Dio che, nonostante la diversità sconcertante nella Compagnia, l’unione degli spiriti e dei cuori rimanga come un bene forte in questa «via verso Dio» che è la Compagnia di Gesù.
D.: Un settore nel quale la Compagnia è impegnata sin dalla sua fondazione, sia pure, com’è ovvio, con modalità diverse a seconda dei tempi e dei luoghi, è quello della cultura, che lei ha accompagnato durante il suo generalato. Ritiene che la cultura oggi costituisca ancora uno strumento al servizio dell’evangelizzazione, e in che modo?
Sant’Ignazio amava le espressioni culturali del suo tempo. Amava la musica e le danze, la letteratura cavalleresca e la calligrafia. Chiamato ad essere servitore della missione di Cristo, amava le grandi città, dove la popolazione si sforza di condurre la cultura umana al suo culmine. In una visione mistica vedeva Dio al lavoro e all’opera nelle culture umane.
Di qui da parte dei gesuiti un approccio positivo, benché sempre critico, riguardo alle culture presenti nei luoghi e negli ambienti nei quali erano chiamati a lavorare. Gli alunni dei collegi ricevevano un’educazione cristiana che passava anche attraverso l’umanesimo classico, le arti e il teatro. Nell’incontro con le altre culture europee i gesuiti non sono sempre riusciti a integrarsi veramente in una cultura che non era la loro, con l’eccezione di esempi in Cina e nell’America Latina.
C’è voluto del tempo per imparare la lezione della torre di Babele, dove Dio rifiuta la nascita di una cultura artificialmente uniforme per tutti e guarda alla festa di Pentecoste, quando tutti nella loro cultura ricevono e riconoscono le meraviglie di Dio. Per toccare il cuore dell’uomo, bisogna passare per il suo particolare ambiente culturale con tratti positivi e negativi che attraverso la nostra missione il Vangelo deve raggiungere. Ogni credente ha la propria fede inculturata, che, secondo la parola di Giovanni Paolo II, non deve imporre all’altro, ma deve proporla in un incontro inter-culturale alla ricerca del nostro unico Signore.
Parlando propriamente, noi non evangelizziamo le culture: noi siamo chiamati a portare la Buona Notizia che è il Signore agli uomini nella loro cultura, perché senza tener conto dell’esperienza culturale di ciascuno il Vangelo non parla. Soprattutto in presenza di culture moderne e postmoderne, di culture secolarizzate e agnostiche, siamo chiamati a vivere in ogni cultura umana la dinamica della cultura d’amore che il Signore non manca di stimolare e di creare in noi. In questo senso la cultura è piuttosto il terreno che lo strumento dell’evangelizzazione.
D.: Infine una domanda sulla «Civiltà Cattolica»: noi dipendiamo, da un punto di vista religioso, direttamente dal Superiore Generale, oltre ad avere un particolare legame con la Santa Sede, che ci rende un’opera «unica» e particolare all’interno della Compagnia. Vede un futuro per il nostro lavoro o «i tempi sono cambiati» e dobbiamo pensare ad altro, pur nel rispetto del nostro statuto pontificio?
Dal 5 aprile 1850 la Civiltà Cattolica rende alla Santa Sede il servizio di disporre di una rivista nella quale in sintonia con il Vaticano le parole dei Sommi Pontefici possono essere illustrate e i fatti e i gesti della Chiesa trovano uno strumento competente di comunicazione.
Oggi le «notizie religiose» fanno più facilmente parte dell’attualità, ma nei mezzi di comunicazione mancano il tempo e lo spazio per esprimere tutta l’importanza di queste notizie. Di qui un indispensabile ricorso alle riviste, dove La Civiltà Cattolica occupa una posizione unica grazie al suo legame con la Santa Sede. In questo senso la rivista si è resa indispensabile. Anche se può contare su un pubblico di lettori fedele e relativamente stabile, corre il rischio di dover fare fronte alla crisi generalizzata delle riviste, provocata dalla diminuzione di interesse da parte del pubblico e di conseguenza del numero di lettori. Le riviste sono in competizione con tante altre fonti di informazione più accessibili e più attuali. Anche La Civiltà Cattolica dovrà essere sempre più attenta alle trasformazioni in atto nei mezzi di comunicazione per adeguarvisi con prontezza, e così rimanere interessante e continuare con successo ancora maggiore il suo servizio al popolo di Dio.
© La Civiltà Cattolica 2008 I 107-114 quaderno 3782
















