ZI08021002 - 10/02/2008
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Il senso etico dello sport: la vicenda di Oskar Pistorius


ROMA, domenica, 10 febbraio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito per la rubrica di Bioetica l'intervento di Carlo Valerio Bellieni, Dirigente del Dipartimento Terapia Intensiva Neonatale del Policlinico Universitario "Le Scotte" di Siena e membro della Pontificia Accademia Pro Vita.

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La vicenda di Oskar Pistorius (v. video), l'atleta sudafricano che vuole partecipare alle Olimpiadi pur essendo disabile, ci chiede due osservazioni etiche.

La prima riguarda il valore dello sport nella società occidentale. Per questo rimandiamo al bellissimo documento: "Beyond therapy: biotechnology and the pursuit of happiness" del President's Council of Bioethics, di cui sottolineiamo la parte che riguarda lo sport. Quale è infatti il senso etico dello sport, per cui vale la pena gareggiare e impegnarsi? Sicuramente non il gusto della vittoria fine a se stessa, perché questa, pur desiderabile, può essere frutto di una visione egocentrica e supponente della competizione. Che oltretutto porta a vedere come "fallimento" il semplice non vincere.

Lo stesso dicasi per l'ottenimento di record, e tanto più per l'accumulo di denaro. Infatti c'è qualcosa di più nello sport che supera tutto questo, pur comprendendolo, e che ne determina la nobiltà. E' la ricerca continua, determinata e ragionevole del miglioramento di sé. Questo implica l'affermazione che migliorare le proprie prestazioni fisiche non è in antitesi al migliorare le proprie attitudini spirituali, anzi - in taluni sport in modo più evidente - migliorare le une aiuta a migliorare le altre: la capacità di disciplina, di sacrificio, di solidarietà con i compagni di squadra che emergono nello sport ben fatto sono un valore di cui la società non si può privare.

Certo, questo ha come presupposto che i risultati vengano ottenuti esprimendo al fondo le proprie capacità umane, non barando con l'aiuto di doping, steroidi o di una tecnologia che renda superfluo lo sforzo umano. Tutto questo è presente nello sforzo di Oskar Pistorius, che a buon motivo chiede di poter gareggiare a Pechino. Si può obiettare che lui usa uno strumento tecnico (una protesi) che altri atleti non hanno. Ma certamente questo non fa venir meno tutte quelle condizioni cui abbiamo ora accennato (impegno, solidarietà, disciplina) e ha come scopo quello di metterlo alla pari degli altri atleti.

Certo, gli altri atleti non corrono con strumenti meccanici. Ma, restando ancora da dimostrare che questi diano un vantaggio ad un atleta che non ha le gambe, qualora lo dessero è più importante decidere chi arriva primo al traguardo o favorire uno sport che vince i limiti della natura, esaltando l'umano, la possenza fisica, l'indomita volontà? Per questo chiediamo assolutamente di permettere a questo atleta di gareggiare a Pechino.

Sembra poi che le gesta di Pistorius abbiano incentivato la diffusione tra i ragazzi di un facsimile delle sue protesi, in una forma che può essere utile a chi invece ha entrambe le gambe, a scopo di divertimento, per fare corse in libertà e ad alta velocità. Non sappiamo se l'apparecchio esistesse da prima, ma dal record di Pistorius ha avuto un boom, e prevediamo un impulso nella ricerca di un miglioramento dell'attrezzo stesso.

Già: se la scienza non disdegna di approfondire la ricerca pregiudizialmente, perché pensa che alcuni malati semplicemente è meglio non considerarli, può trovare delle soluzioni utili per tutti proprio dall'impegno nella ricerca di soluzioni per i malati.

In altre parole, dagli studi sui disabili possono venire vantaggi per l'intera società. Bruno Nibbi, istruttore di Judo, racconta nel libro "La risorsa Down" (SEF Ed.) come l'inserire negli allenamenti accanto agli atleti normodotati degli atleti disabili abbia portato i primi a imparare tantissimo: l'autocontrollo, la disciplina, lo spirito di squadra.

Dalla cura e non dall'abbandono dei malati si sono trovati strumenti per la cura del dolore di tutti, delle medicine per tutti, delle soluzioni per la vivibilità delle città a vantaggio di tutti. E' una sfida che la nostra società, incline a lasciare le briciole a chi non è "normale" (e intendiamo per "non normale" non solo quelli che hanno gravi malattie, ma anche gli obesi, bassi, scarsi a scuola...) deve raccogliere: tutti siamo una risorsa.


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