GINEVRA, domenica, 1° giugno 2008 (ZENIT.org).- L'approvazione, avvenuta il 30 maggio a Dublino, di una convenzione internazionale per la messa a bando delle bombe a grappolo pone fine a "una pagina di crudeltà", ha affermato l'Arcivescovo Silvano Maria Tomasi.
Il presule ha guidato alla Conferenza una delegazione vaticana composta anche da Antoine Abi-Ghanem, Attaché della Missione della Santa Sede di Ginevra, Paolo Conversi della Segreteria di Stato e Tommaso Di Ruzza del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace.
Monsignor Tomasi, osservatore permanente della Santa Sede presso l'Ufficio ONU di Ginevra, ha definito ai microfoni della "Radio Vaticana" questa misura "un passo enorme", che "apre un capitolo nuovo nel diritto umanitario".
Per l'ottenimento del risultato, riconosce, la delegazione della Santa Sede "ha giocato un ruolo chiave, nel senso che è stata un poco il ponte tra vari gruppi e varie istituzioni di Stati, portando ad una convinzione positiva per un documento, uno strumento che sia, come il Papa ha detto, forte e credibile. Ed è esattamente così".
Il 3 dicembre prossimo verrà ufficialmente firmato a Oslo un trattato che prevede la distruzione e la fine dell'utilizzo delle bombe a grappolo da parte dei firmatari entro otto anni.
La presenza alla conferenza diplomatica 111 Paesi come membri e 20 come osservatori, sostiene l'Arcivescovo, mostra che "la comunità internazionale è abbastanza compatta su questa visione di mettere fine a una pagina di crudeltà, direi, nell'uso di questi ordigni, che vanno indiscriminatamente a colpire le popolazioni civili".
Circa la mancata partecipazione al negoziato di Paesi come Stati Uniti, Israele, Russia, Cina, India e Pakistan, che producono e utilizzano questo tipo di armi, per il presule dimostra che "il cammino per completare il lavoro è ancora lungo".
"Adesso, però, quello che era per molti di noi inaccettabile dal punto di vista etico, è diventato anche illegale dal punto di vista del diritto internazionale - osserva -. Perciò abbiamo fiducia che questa pressione e questa volontà chiara della comunità internazionale avrà un peso anche nelle decisioni e considerazioni dei Paesi che non erano presenti".
"Dobbiamo continuare a lottare per dare sicurezza al nostro mondo", ha dichiarato; "bisogna lavorare per trasformare le risorse umane e materiali che si investono nel campo militare - basti pensare che l'anno scorso sono stati investiti 1200 miliardi di dollari solo negli armamenti -, usare tutte queste risorse per metterle al servizio delle opere di pace e di sviluppo, specialmente per i Paesi più poveri".
"Si assicura la pace attraverso la giustizia, attraverso la distribuzione dei beni di questo mondo in maniera più equa, cercando di rendere la globalizzazione in corso un meccanismo che porti benessere non solo ad alcuni, ma a tutti".
Le bombe a grappolo, ha ricordato l'Arcivescovo Tomasi in un'intervista a "L'Osservatore Romano", "sono la causa di gravi problemi umanitari sia durante un conflitto armato, dal momento che esse colpiscono in maniera indiscriminata civili e combattenti, sia dopo un conflitto armato, perché possono giacere inesplose sul terreno e colpire anche dopo molti anni dalla loro dispersione".
Nonostante ci siano stati momenti critici nel negoziato in vista del bando, riconosce, "i risultati hanno superato le aspettative".
Tra i problemi emersi, oltre alla mancata partecipazione di Paesi importanti, figura quello della definizione del tipo di munizioni a grappolo da vietare. Il rischio, ha osservato, "era quello di legare il divieto alle sole caratteristiche tecniche e al grado di sviluppo tecnologico di tali ordigni".
La definizione prevista dalla Convenzione fa tuttavia salva "la priorità delle esigenze umanitarie": "si è infatti giunti ad un consenso sul divieto delle munizioni a grappolo contrarie agli standard previsti dal diritto umanitario, che rappresentano la grande maggioranza di quelle esistenti e la totalità di quelle sinora utilizzate".
Un secondo problema, ha proseguito, è stato quello della cosiddetta "inter-operabilità", perché vari Stati hanno manifestato "la difficoltà di conciliare il divieto delle munizioni a grappolo con altri impegni assunti a livello bilaterale, o con la possibilità di prendere parte a operazioni militari multilaterali nelle quali siano presenti Stati che non sono parte della Convenzione sulle munizioni a grappolo, e che continueranno a possedere e usare questo tipo di ordigno".
L'attiva partecipazione della Santa Sede, ha sottolineato il presule, è stata dettata da una duplice esigenza: "rispondere a un grave problema umanitario e contribuire allo sviluppo del diritto internazionale".
"La drammatica esperienza delle comunità cristiane che gestiscono gli ospedali e le altre strutture di assistenza, specialmente nei Paesi in via di sviluppo che subiscono quotidianamente le gravi conseguenze delle munizioni a grappolo, ha spinto la Santa Sede a prendere parte attiva alla messa al bando internazionale di questo tipo di ordigno".
Secondo l'Arcivescovo, la nuova Convenzione sulle munizioni a grappolo "può essere accolta come un importante strumento internazionale in materia di disarmo e soprattutto come uno strumento che apporta novità nel diritto umanitario".
Dando un ruolo primario all'assistenza delle vittime, "conferma l'intuizione originale della dottrina sociale della Chiesa, per cui il concetto di sicurezza non può essere legato solo alla sicurezza militare, ma alla presenza di tutte quelle condizioni che permettono il pieno sviluppo della persona umana".
















