di padre Angelo del Favero*
ROMA, venerdì, 30 gennaio 2009 (ZENIT.org).-“Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare dicendo: “Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!” E Gesù gli ordinò: “Taci! Esci da lui!” E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: “Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!” (Mc 1,23-27).
Il tema della XXXI Giornata per la Vita (“La forza della vita nella sofferenza”) trova nel Vangelo di oggi il suo principio e il suo fondamento, immediatamente comprensibili se aggiungiamo due parole al titolo: “La forza della vita nella sofferenza è Gesù”.
Gesù, infatti, è:
“la Via” della sofferenza, poiché ha voluto percorrerne fino in fondo l’aspra salita sotto il peso della croce, carico immane di tutte le nostre sofferenze, alle quali è così offerta una traccia luminosa da seguire liberamente dietro a Lui;
“la Verità” della sofferenza, perché solo in Lui che l’ha redenta per amore essa trova il suo senso profondo, quello di poter essere trasformata in grazia e forza vitale;
“la Vita” della sofferenza, perché è il Crocifisso che la feconda e la vivifica mediante la fede, al modo del chicco di grano morente nella terra.
La Giornata per la Vita nasce come questo chicco di grano dall’infinita sofferenza dell’aborto volontario, all’indomani della sciagurata legge che nel 1978 lo ha introdotto in Italia. Essa è stata istituita dai Vescovi anzitutto per “annunciare il Vangelo della vita in tutto il mondo e ad ogni creatura” (Giovanni Paolo II, Enciclica “Evangelium Vitae”, n. 3), un Vangelo che l’evangelista Giovanni sintetizza così: “Per questo si manifestò il Figlio di Dio: per distruggere le opere del diavolo” (1 Gv 3,8b).
Sono parole illuminanti, che vanno ascoltate con timore e tremore.
La causa prima dello sterminio di milioni e milioni di esseri umani è il diavolo: dai campi di sterminio nazisti e comunisti agli attuali campi di sterminio dei bambini non nati. Parlo dei laboratori di ricerca sugli embrioni, dei frigoriferi dove questi sono congelati, delle sale operatorie ove si praticano gli aborti legali, abominio di una infinita desolazione: quella di fare del grembo materno il patibolo del bambino. Tragedia che avviene anche in casa, e in ogni luogo in cui muore il bambino per effetto dei vari mezzi intercettivi e contragestativi, come la RU 486. Sì, tale primo movente mortale è satana, “omicida fin dal principio” e principio di ogni volontaria uccisione dell’uomo, lungo l’intero arco della sua esistenza. L’uomo che uccide l’uomo è artefice delle opere del diavolo.
E’ Gesù stesso a dichiararlo altrove a quei Giudei che rifiutavano ciecamente di credergli: “Per quale motivo non comprendete il mio linguaggio? Perché non potete dare ascolto alla mia parola! Voi avete per padre il diavolo e volete compiere i desideri del padre vostro. Egli era omicida fin dal principio e non stava saldo nella verità, perché in lui non c’è verità. Quando dice il falso, dice ciò che è suo, perché è menzognero e padre della menzogna” (Gv 8,43-44).
La strategia omicida di satana sceglie proprio la sofferenza per distruggere l’uomo, poiché questa rappresenta, per così dire, il “tallone d’Achille” di Dio nel rapporto con la Sua creatura. E con tale espressione non intendo solo indicare la nativa fragilità umana, portata a vacillare nella fede sotto i colpi della sofferenza, ma mi riferisco all’analisi morale e sociale fatta da Giovanni Paolo II: “L’unico fine che conta è il perseguimento del proprio benessere materiale...dimenticando le dimensioni più profonde – relazionali, spirituali e religiose – dell’esistenza”, (per cui) “la sofferenza, inevitabile peso dell’esistenza umana ma anche fattore di possibile crescita personale, viene “censurata”, respinta come inutile, anzi combattuta come male da evitare sempre e comunque. Quando non la si può superare e la prospettiva di un benessere almeno futuro svanisce, allora pare che la vita abbia perso significato e cresce nell’uomo la tentazione di rivendicare il diritto alla sua soppressione” (E.V., n.23).
Oggi è anche Paolo ad aprirci gli occhi su tale occulto piano di morte, mediante una pagina della Prima Lettera ai Corinti, (comprensibile solo nel contesto generale dell’intero capitolo 7): “Fratelli, io vorrei che foste senza preoccupazioni: chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore; chi è sposato invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, e si trova diviso!...Questo lo dico per il vostro bene...perché vi comportiate degnamente e restiate fedeli al Signore, senza deviazioni” (1 Cor 7,32-35).
L’apostolo, denunciando l’erotismo esasperato in cui era immersa la città di Corinto, talmente diffuso da aver rovinato anche la fede della comunità cristiana, esalta il valore della verginità rispetto alla scelta coniugale. La verginità acquista allora “il valore di segno provocatorio. Non è l’esaltazione di uno stato “anagrafico”, né di una situazione fisiologica in quanto tale, bensì è agli occhi di Paolo l’espressione di una dedizione assoluta al regno di Dio, all’amore del prossimo, alla libertà della donazione di sé” (G. Ravasi, in “Paulus”, novembre 2008, p. 35).
Giovanni Paolo II, nella Evangelium Vitae, ha denunciato apertamente lo stesso peccato di immoralità, sottolineandone la conseguenza più drammatica, quella dell’aborto: “La banalizzazione della sessualità è tra i principali fattori che stanno all’origine del disprezzo della vita nascente” (E.V., n. 97).
Ma non si tratta solo della distruzione della vita nascente, bensì della “perdita della stima e del rispetto del valore della vita in ogni fase dell’umana esistenza”.
E’ quanto è emerso con ogni planetaria evidenza nel recente VI Incontro mondiale delle Famiglie, a Città del Messico: “La dissociazione dell’attività sessuale dalla coniugalità, dalla fedeltà, dalla fecondità, ha portato a considerare i rapporti sessuali come un mezzo per il godimento individuale e materiale; a ritenere giusto – se non addirittura doveroso – soddisfare quegli istinti che non si vuol dominare; a guardare al divorzio e ai rapporti pre ed extra-matrimoniali come la “normalità” del vivere il rapporto uomo-donna. La riduzione della sessualità alla sola dimensione dell’istinto ha poi favorito, nelle sue manifestazioni più estreme ed infime il diffondersi della pornografia e della violenza sessuale: una sessualità resa cattiva e brutta fino alla ripugnanza con il conseguente smarrimento del senso morale e l’incremento dell’agire violento. Una sessualità non più a dimensione umana e di cui la persona non è sempre in grado di accettarne le dinamiche” (Maria Luisa Di Pietro).
Il senso dell’esortazione verginale di Paolo lo comprendiamo bene alla luce di quella “educazione alla castità” sulla quale si è soffermato anche Giovanni Paolo II nell’Evangelium vitae: “Non ci si può, quindi, esimere dall’offrire soprattutto agli adolescenti e ai giovani l’autentica formazione alla castità, quale virtù che favorisce la maturità della persona e la rende capace di rispettare il significato sponsale del corpo” (E.V., n.97). La necessità di tale virtù anche nel matrimonio emerge chiara dall’Esortazione Apostolica Familiaris Consortio, al n. 33: “Castità non significa affatto né rifiuto né disistima della sessualità umana: significa piuttosto energia spirituale, che sa difendere l’amore dai pericoli dell’egoismo e dell’aggressività e sa promuoverlo verso la sua piena realizzazione”.
Una voce davvero profetica quella del Papa della vita, al quale fa pensare la profezia di Mosè contenuta nella Prima Lettura: “Io susciterò loro un profeta in mezzo ai loro fratelli e gli porrò in bocca le mie parole ed egli dirà loro quanto io gli comanderò” (Dt 18,18).
Anche il Messaggio dei Vescovi fa implicito riferimento all’energia fondamentale della castità, contemplata nella figura di Maria incrollabile presso la croce del suo Figlio. Conclude infatti così: “Quando il peso della vita appare intollerabile, viene in nostro soccorso la virtù della fortezza. E’ la virtù di chi non si abbandona allo sconforto: confida negli amici; da alla propria vita un obiettivo e lo persegue con tenacia. E’ sorretta e consolidata da Gesù Cristo, sofferente sulla croce, a tu per tu con il mistero del dolore e della morte.”
Presso la croce, ai piedi di Gesù, c’era sua Madre, che per tre ore rimase in piedi senza crollare, né fisicamente per l’esaurimento della forze, né spiritualmente per il venir meno della fede. La presenza di Maria fu determinante perché il suo Figlio sfinito non soccombesse all’estrema sofferenza della morte di croce (“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”- salmo 22/21,2); con la sua fortezza Ella lo aiutò a ritrovare fiducia nel suo Abbà amato (“Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”- Lc 23,46). Tale fortezza scaturiva come roccia dalla purezza immacolata del suo cuore, della sua anima e della sua mente, mentre era sorretta e consolidata dal suo medesimo Figlio, dal Quale fu pre-redenta.
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* Padre Angelo, cardiologo, nel 1978 ha co-fondato uno dei primi Centri di Aiuto alla Vita nei pressi del Duomo di Trento. E' diventato carmelitano nel 1987. E' stato ordinato sacerdote nel 1991 ed è stato Consigliere spirituale nel santuario di Tombetta, vicino a Verona. Attualmente si dedica alla spiritualità della vita nel convento Carmelitano di Bolzano, presso la parrocchia Madonna del Carmine.
















