ZI04092309 - 23/09/2004
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Perché Dio ci parla anche nel linguaggio dei segni


Intervista ad un sacerdote impegnato nel servizio pastorale dei sordi


ROMA, giovedì, 23 settembre 2004 (ZENIT.org).- Di recente si è concluso a Roma il 12° Meeting del Gruppo Internazionale Ecumenico di Lavoro per il Servizio Pastorale dei Sordi (IEWG), iniziato precedentemente ad Assisi, e che ha visto riunirsi insieme sacerdoti, religiosi, ministri di culto, catechisti luterani, anglicani e cattolici intorno al tema “La traduzione della Bibbia nel linguaggio dei sordi”.

Per l’occasione ZENIT è riuscita ad intervistare don Luigi Cortesi, membro del Direttivo del Gruppo promotore dell’evento e da lunghi anni impegnato in questo ambito specifico della pastorale.

Innanzitutto, ci parli un po’ delle sue esperienze e di quando si è sviluppato in lei un vero interesse pastorale verso gli ipoudenti o i sordomuti?

Don Luigi Cortesi: Sono un sacerdote diocesano di Bergamo, ed ho lavorato nella parrocchia e nell’oratorio prima di ricevere dal mio vescovo – essendo in possesso dei titoli accademici necessari per farlo – l ’incombenza di occuparmi dei sordi.

L’interesse è nato non appena ho assunto l’incarico di Direttore dell’Istituto sordo-muti di Bergamo, trasformandolo poi in scuola audio-fonetica ed integrando tutti i ragazzi sordi nell’ambito delle scuole normali.

Da lì abbiamo creato anche la prima scuola media statale per i sordi in Italia nel lontano 1966.

E’ vero che l’incombenza affidatami era quella di fornire un’istruzione però contemporaneamente si evidenziava l’esigenza di una preparazione adeguata ai sacramenti, alla vita e quindi anche al matrimonio, per venire incontro anche al loro desiderio di realizzarsi pienamente attraverso la formazione di una famiglia.

Tuttavia, il mio desiderio di creare una preparazione religiosa per i sordi risale in realtà all’inizio della mia attività di insegnante, di docente e di direttore di scuola.

Mi sono occupato infatti di educatori di sordi. Sono stato docente presso la scuola di specializzazione di Milano, commissario al ministero della pubblica istruzione per vari esami e poi sono entrato nella Federazione Mondiale dei Sordi, e in particolare nella sua Commissione spirituale.

Adesso mi sto occupando dell’integrazione delle religioni cristiane nel servizio dei sordi attraverso l’ International Ecumenical Working Group of Pastoral Care Among Deaf People (Gruppo Internazionale Ecumenico di Lavoro per il Servizio Pastorale dei Sordi), presieduto dal pastore luterano Terje Johnsen e che è composto per il 55% da comunità luterane, il 20% da gli anglicani e per il restante 25% da cattolici.

Arriviamo al tema oggetto del vostro meeting biennale conclusosi di recente e incentrato su “la traduzione della Bibbia nel linguaggio dei segni”. Come si articola questo lavoro da voi portato avanti e qual è la sua finalità?

Don Luigi Cortesi: Prima di tutto bisogna fare un passo indietro e dire che questo Gruppo ecumenico è nato circa trent’anni fa, nei paesi di lingua tedesca, perché soprattutto lì si avvertiva l’esigenza di una integrazione ecumenica delle chiese nello sforzo di servire i sordi, e successivamente si è diffuso velocemente in Europa e quindi in altre zone.

Proprio attraverso questo gruppo noi cattolici siamo riusciti con i fratelli delle Chiese protestanti a coprire tutto il mondo dell’America latina e dell’ Africa attraverso tutta una rete di scuole.

I Cattolici hanno preso in modo particolare il Ruanda, il Congo, e altre nazioni dell’Africa, chiese dell’Argentina e del Brasile. I fratelli di lingua nordica, anglosassone, in genere i Protestanti hanno preso l’Africa del Sud e alcuni Paesi del centro America.

Adesso si può affermare che le scuole per i sordi sono diffuse ovunque. Infatti i religiosi e le religiose che si occupavano dei sordi in Italia, una volta attuata l’integrazione scolastica nel nostro Paese, hanno assistito praticamente ad uno svuotamento delle loro scuole.

Ma chi aveva buona volontà di lavorare, e lo spirito del Signore dà anche la sua grazia, si è poi spostato là dove c’era maggiormente bisogno, e quindi quello che inizialmente poteva sembrare un effetto controproducente in Italia, si è rivelato in realtà un effetto molto producente nelle terre di missione.

Attraverso questo gruppo ecumenico, ogni due anni, noi studiamo un tema fra quelli particolarmente sentiti al momento in cui si studia l’impostazione di un meeting.

Ebbene per questo incontro si è visto che era importante riuscire a tradurre la Bibbia nel linguaggio accessibile a tutti i sordi: un compito questo non troppo leggero perché non si tratta di una semplice traslitterazione, ma occorrono innanzitutto conoscenze precise di esegesi biblica per cui ci avvaliamo della consulenza di competenti in questi settori, oltre alle persone impegnate che sono perlopiù soprattutto sacerdoti e pastori che hanno compiuto studi teologici e che quindi hanno studiato anche esegesi biblica.

In secondo luogo, è una lingua nuova che si sta codificando in tutto il mondo e allora in quanto tale è ancora mancante di molti termini. Infatti anche nelle lingue dei segni esistono dei “dialetti” diversificati e, sebbene in Italia si sia quasi giunti ad uno standard di lingua unificata, nel mondo le lingue dei segni sono all’incirca 5 mila.

Inoltre è necessario coniare dei nuovi termini, che non si possono inventare dal nulla, ma che devono essere creati secondo prospettive tipiche di una lingua e con una significazione che abbia una evidenza intrinseca per cui la lingua dei segni diventi particolarmente agevole per coloro che ne fanno uso.

In pratica il progetto cardine di questo incontro consiste nel creare una Bibbia universale nella lingua dei segni affidando ad ogni nazione il compito di tradurre un libro in particolare della Scrittura, che poi sarà oggetto di dibattito al prossimo meeting.

Quindi stiamo portando avanti questo lavoro su una base scientifico-linguistica, su una base di esegesi biblica tenendo d’occhio ovviamente la liturgia e la teologia perché si tratti di un servizio completo di pastorale per i sordi.

Ci può dire se ci sono degli impacci a livello ecumenico fra le diverse chiese nel portare avanti questo progetto. Se i diversi approcci alla parola rivelata si riflettono in qualche modo in questo lavoro?

Don Luigi Cortesi: L’approccio ecumenico, bisogna tener presente che non è né semplice né facile. Perché è fatto dagli uomini e dove ci sono gli uomini ci sono le loro esigenze, la loro cultura, lo spirito anche nazionalistico, lo spirito di chiusura sulla propria Chiesa, per cui ci sono tutti i lati possibilmente negativi che gli uomini portano con sé, anche se al di sopra di tutto soffia lo Spirito Santo.

Tuttavia nel nostro settore specifico c’è qualcosa che ci agevola ed è la comune conoscenza delle tematiche audio-fonologiche, rieducative, riabilitative, mediche – perché molti di noi sono anche specializzati nel campo medico – per cui questa base culturale e scientifica ci porta su un terreno particolarmente agevole sul quale impostare la nostra collaborazione.

Molte delle difficoltà che nascono in campo teologico, biblico ecc. da noi vengono smussate per il fatto di avere già un terreno solido sul quale camminare, sul quale muoverci.

Quali sono i principali pronunciamenti magisteriali riguardanti la pastorale dei sordomuti e quando la Conferenza Episcopale Italiana ha incominciato sempre più a incentivare questo servizio, promuovendo anche una pastorale ad hoc a livello parrocchiale?

Don Luigi Cortesi: La Chiesa cattolica e anche le chiese protestanti si sono interessate già da molto tempo ai sordi. Ma lo hanno fatto in modo speciale attraverso le istituzioni scolastiche. In Italia quasi tutte le province avevano un istituto per sordi, quindi una scuola specializzata, fondato nel 99% dei casi da personale religioso.

La prima scuola in assoluto per sordomuti in Italia fu fondata dall’abate Tommaso Silvestri, ancora prima della rivoluzione francese, addirittura nello Stato Pontificio, nel 1784, il quale introdusse in Italia il metodo dell’abate De L’Epée della scuola di Parigi.

Si trattava di una scuola a metà fra lingua parlata e lingua segnica, che si poneva come obiettivo specifico di creare la possibilità per i sordi di ricevere i sacramenti in piena coscienza, e non sub conditione come se fossero dei menomati.

Del resto la prima scuola per sordomuti in assoluto nel mondo è quella dell’abate Pedro Ponce de Léon, in Spagna nel 1566.

Ma la strada era quella dell’apprendimento della lingua e di altre conoscenze per far in modo che la mente del sordo si aprisse.

Nell’800 la Chiesa cattolica si occupava dei sordi come le Chiese protestanti del resto, ma delegava questo incarico agli istituti. La grande evoluzione è avvenuta intorno agli anni ’70 e ’80 del secolo scorso, quando ormai i sordi venivano inseriti nelle scuole comuni e non essendo più scuole dei sordi bisognava dare loro anche un’istruzione religiosa.

Nacque allora il problema di preparare anche all’interno delle singole diocesi del personale che fosse capace di dare ai sordi l’istruzione necessaria per accedere ai sacramenti e soprattutto per acquisire una morale e un comportamento congrui e pienamente cristiani.

Di questo compito se ne occupò in modo particolare l’Ufficio catechistico, perché sembrava che quello fosse il settore, lo spiraglio più importante che esigeva un intervento immediato.

Per il fatto che questi ragazzi inseriti nelle scuole comuni hanno avuto nei primi anni dei traumi notevoli, perché il sistema d'insegnamento non era ancora preparato e perchè anche la via del sostegno, che per un po’ venne intrapresa, si rivelò fallimentare, non essendo specializzata.

Comunque anche quando la scuola non andava del tutto male, il settore religioso restava tuttavia escluso, e bisognava perciò creare nelle diocesi prima e nelle parrocchie poi una mentalità obiettiva di intervento.

E questo è stato fatto dall’Ufficio catechistico attraverso qualche convegno e attraverso i sussidi video – da parte di chiunque se ne volesse far carico – per apprendere il linguaggio dei segni.

Direi che è importante ricordare un intervento dell’attuale Papa quando era ancora arcivescovo di Cracovia: fu lui, infatti, che autorizzò per primo al mondo la possibilità di celebrare la Santa messa nella lingua dei segni.

Cosa che sollevò numerose obiezioni da parte dei teologi perché il sacramento è fatto di materia e forma o formule, noi diremmo oggi. Quindi se non si pronunciano le parole il sacramento non vale.

Ebbene l’attuale Papa ebbe il coraggio di ammettere, quando era arcivescovo, che la lingua dei segni era una lingua come le altre lingue, e con pari dignità. Quindi anch’essa poteva essere forma sacramentale, e di conseguenza forma dell’Eucaristia.

E da allora non ci sono più remore, non ci sono più problemi perché è stata generalmente ammessa la liceità della messa celebrata nella lingua dei segni, come supporto, quando sono presenti persone udenti, o come possibilità integrale quando sono presenti solamente dei sordi.

Bisogna specificare una cosa importante: mentre nei paesi nordici la celebrazione, la predica, la catechesi può avvenire generalmente, e avviene solo nella lingua dei segni, avendo essi una lunga tradizione in questo, ed essendo le loro lingue più difficili da pronunciare e ancora più difficili da leggere sulle labbra perché cariche di ambiguità, le lingue di origine latina sono molto più chiare, esplicite, sia per la lettura labiale sia per il modo di articolare tutto il resto del discorso.

Per cui nelle nostre lingue neolatine il segno per lungo tempo è stato il supporto della lingua parlata. Noi diamo anche molta importanza alla lingua parlata perché essa è quella comune, della cultura, di tutti gli uomini e noi non vogliamo creare in nessun modo dei ghetti, vogliamo fare in modo che essi possano venire integrati.

E perciò vorremmo dare loro tutto quello che è necessario e quindi insieme alla lingua parlata anche la capacità piena di comprensione: sia attraverso la lingua dei segni che attraverso la dattilologia, cioè l’alfabeto manuale che si usa come “cute speech”, come sostegno alla pronuncia delle parole o alla conoscenza nella comunicazione parlata.

In Italia quante sono le parrocchie dov’è possibile assistere a celebrazioni tradotte simultaneamente nel linguaggio dei segni? E, lei in quanto parroco, come porta avanti la pastorale dei sordi?

Don Luigi Cortesi: Bisogna tener presente che le parrocchie preparate a fare questo non sono tante. Anche perché i sordi sono molto distribuiti. E molto parrocchie spesso non hanno dei sordomuti, hanno delle persone anziane sorde, ma la cosa è assolutamente diversa.

Nella mia parrocchia io ho risolto il problema delle persone anziane colpite da sordità distribuendo tutte le domeniche il formulario pieno della messa per cui esse non hanno bisogno della lingua dei segni, ma ascoltano fin dove possono ascoltare magari anche con le protesi a raggi infrarossi che le mettono in diretta comunicazione con il sistema di amplificazione della Chiesa.

Oppure attraverso il foglio dove la messa e le letture bibliche, in modo particolare, sono descritte e anche illustrate con un breve cappello che riassume anche il senso dell’omelia.

Mentre laddove ci sono dei sordi si ricorre a due sistemi: uno è quello di creare una Chiesa particolare nell’ambito di una città o di un paese molto importante dove, in un giorno determinato – una domenica ovviamente, o una vigilia di festa – e in un orario determinato, ci sia un sacerdote che possa celebrare parlando e "segnando".

Oppure in certi momenti particolari – Natale, Pasqua, corsi di esercizi – ci sono degli interventi di sussidi particolari per i sordi che vengono offerti dal Movimento Apostolico Sordi che in Italia è molto attivo e conta molti aderenti.

Proprio attraverso questo movimento noi ci ripromettiamo di poter colmare le distanze che abbiamo con gli altri paesi perché c’è da dire che in Italia non abbiamo nessun sacerdote sordomuto, e con questa parola voglio indicare la persona colpita da sordità sin dalla nascita se non dalla prima infanzia.

Anche se si dovrebbe usare solamente il termine sordo, come sostengono loro, oppure il termine non-udente come generalmente si preferisce.

Facendo una stima approssimativa i non-udenti nel mondo sono circa 60 milioni, di cui solamente in Italia ve ne sono 50 mila, in maggioranza di fede cattolica.

Abbiamo 70 suore sordomute, uscite anche dalle nostre scuole di formazione, mentre nel mondo abbiamo 9 sacerdoti cattolici sordomuti e abbiamo tantissimi pastori sia maschi che femmine nei Paesi anglicani, luterani, protestanti in genere, che sono sordi dalla nascita ed esercitano pienamente il loro ministero.

Inoltre, si è visto che là dove ci sono dei sacerdoti sordi il ministero fra i sordi è molto più proficuo ed agevole, ma diventa più proficuo anche fra gli udenti, perché è interessante questo aspetto: la nostra predicazione, la nostra teologia, forse anche la nostra liturgia sono troppo verbose, bisogna arrivare al centro e alla sostanza, e la lingua dei segni costringe proprio a questo ad essere essenziali, ad essere chiari nel pensiero, ad essere schematici nell’esposizione e nell’espressione.

Quindi questa possibilità di diffondere maggiormente una cultura che presti attenzione alle persone sorde ricade poi su tutta la Chiesa come possibilità di ministero molto più efficace anche per tante altre persone, che in Chiesa dicono spesso di annoiarsi, di sentirsi estraniate.


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