ROMA, domenica, 5 dicembre 2004 (ZENIT.org).- Correva l’anno 1974 quando il dottor Joaquín Navarro-Valls sollevò insieme al gesuita Giovanni Caprile una polemica pubblica in merito alla scarsa informazione ufficiale circa il Sinodo sull’evangelizzazione. Relatore al Sinodo era il cardinale Karol Wojtyla.
Dieci anni dopo, il 4 dicembre del 1984, il cardinale Wojtyla, successivamente divenuto Papa con il nome di Giovanni Paolo II, nominò Navarro-Valls, direttore della Sala Stampa della Santa Sede.
La nomina di un laico, membro dell’Opus Dei, alla Sala Stampa vaticana suscitò allora un certo scalpore, ma nessuno poteva immaginare come sarebbero cambiati i rapporti con i giornalisti e con i mezzi di comunicazione di massa.
Non è facile rendersene conto perché fa ormai parte del quotidiano, ma Giovanni Paolo II ha rivoluzionato l’immagine del papato e della Curia nei mass media. É stato il primo Papa a tenere delle conferenze stampa, a rispondere alle domande dei giornalisti, a permettere la pubblicazione di un libro con una sua intervista.
La scelta di Navarro-Valls faceva parte di questa rivoluzione. Con l’arrivo di Navarro-Valls alla Sala Stampa vaticana, infatti, si sono moltiplicati gli incontri con i giornalisti, i briefing, ed è cresciuta la disponibilità dei documenti che vengono distribuiti sotto embargo, ecc. Attualmente più dell’80% delle notizie sulle attività della Chiesa e del Papa provengono dalla Sala Stampa vaticana.
In una intervista concessa tempo addietro al giornalista Antonio Gaspari, Navarro-Valls, ha raccontato: “Il lavoro che cerchiamo di svolgere nella Sala Stampa vaticana è quello di combattere i pregiudizi, che alle volte rimangono tali non per colpa nostra, ma per testardaggine di alcune persone”.
In occasione del ventesimo anniversario della sua nomina a direttore della Sala Stampa vaticana, la redazione di ZENIT ha deciso di pubblicare il testo di quell’intervista.
Può farci qualche esempio di come è cambiato il rapporto con i giornalisti?
Navarro-Valls: Gli esempi sono molteplici, ne citerò qualcuno che mi sembra significativo. I giornalisti hanno potuto seguire Giovanni Paolo II ovunque. Il Papa ha permesso alla telecamere di filmare anche il suo incontro nel carcere di Rebibbia con Ali Agca, l’uomo che aveva tentato di ucciderlo.
Non ha mai imposto censure, nemmeno quando si trattava della sua salute. Quando nel luglio del 1992 gli scoprirono un cancro, prima di sapere se il tumore era benigno o maligno, mi chiamò e mi disse: “Io all’Angelus dirò questo, lei informi i giornalisti come meglio crede”.
Durante tutti i suoi periodi di ricovero nell’ospedale, abbiamo fornito una informazione volutamente esaustiva. Dopo l’intervento alla gamba per la rottura del femore, abbiamo mostrato alla troupe della Rai (Radiotelevisione Italiana) la lastra radiologica con la protesi inserita nella gamba. Per questo comportamento così trasparente ho ricevuto anche qualche critica.
Vorrei sottolineare che dietro a questo atteggiamento non c’è solo una tecnica informativa ma anche un modo di concepire la Chiesa e la figura stessa del Papa.
Quali erano i suoi rapporti con il Santo Padre e che cosa ha pensato quando è stato chiamato a dirigere la Sala Stampa vaticana?
Navarro-Valls: Quando appresi che il Papa mi aveva nominato direttore della Sala Stampa, fui preso da molti dubbi, ma il tempo era limitato. Ero allora presidente dell’International Press Club, i 500 giornalisti che stanno a Roma mi avevano rieletto per la seconda volta, anche se in quel periodo avevo deciso di concludere la mia avventura giornalistica per rientrare in Spagna nel ruolo iniziale della mia carriera e cioè nella facoltà di medicina dove insegnavo.
La mia conoscenza del Papa era allora abbastanza limitata. Avevo fatto dei viaggi come giornalista al suo seguito e poco di più. Spesso mi sono domandato perché avesse scelto proprio me.
Certo godevo della fiducia dei giornalisti della stampa estera che mi avevano eletto loro presidente, ma non credo che questo fosse l'elemento decisivo.
Penso invece che nei disegni del Santo Padre ci fosse un desiderio di andare incontro alle attese che fin dall’inizio del suo pontificato si erano create a livello planetario.
Per rispondere alle sfide della comunicazione globale bisognava cambiare molte cose, il linguaggio, la struttura e soprattutto la mentalità. All’inizio del mio lavoro una parte importante del tempo l’ho dedicata a capire bene che cosa è la Curia romana, a comprendere bene quali fossero i temi di ogni dicastero in modo da poter stabilire le basi per una effettiva ed efficace collaborazione interattiva.
Poi naturalmente abbiamo cercato di operare quei cambiamenti strutturali che fossero funzionali allo svolgimento di un lavoro di informazione continua.
Quali sono stati i problemi che avete dovuto affrontare?
Navarro-Valls: I cambiamenti che il Papa voleva fare nel senso della trasmissione di un messaggio a livello universale implicavano una collaborazione stretta con i mezzi di comunicazione. Il problema è che la logica della Chiesa e quella dei mezzi di comunicazione sono diverse.
La logica dei mass media è condizionata in maniera assoluta dai fatti quotidiani. Le idee non vengono approfondite ma presentate attraverso posizioni personali, in questo modo anche i parametri culturali di questioni non sostanziali diventano definitivi.
La notizia poi deve essere sempre qualcosa che colpisce, non importa se in bene o in male. Questi sono quelli che i teorici della comunicazione chiamano i limiti strutturali del giornalismo. D’altra parte abbiamo invece la logica della Chiesa dove tutto si guarda con tempi lunghi e dove ogni particolare è parte dell’insieme, dove la coerenza e l’unità del tutto implica che non si può dividere la dottrina morale dalla vita dell’uomo e dall’affiliazione divina.
Il problema per noi era come fare in modo che queste due logiche così diverse potessero convivere. La risposta che ci conforta è in questo pontificato che è riuscito a coniugare queste due logiche. Giovanni Paolo II non è andato dietro all’opinione pubblica, al contrario i mezzi di comunicazione di massa hanno seguito il Pontefice.
Questo pontificato ha rinnovato il linguaggio con cui si rivolge alla gente, ha saputo toccare i temi centrali di quella entità che chiamiamo la modernità, ed ha fornito risposte dentro e fuori la geografia cristiana ai problemi dell'uomo. L’interesse è stato enorme e non accenna a diminuire.
Come si svolge la giornata tipo del direttore della Sala Stampa vaticana?
Navarro-Valls: La mia giornata inizia molto presto al mattino intorno alle sei con la rassegna stampa che una volta non si faceva, e in seguito venne fatta utilizzando solo la stampa italiana, adesso invece è virtualmente universale.
Grazie alla rete telematica siamo in grado di acquisire tutti gli articoli che ci interessano e che vengono pubblicati nelle varie parti del mondo. La rassegna stampa è classificata in cinque tematiche: “Evidenza”, cioè le notizie di prima pagina, le più rilevanti; “Santa Sede” informazioni relative al Vaticano; “Chiese Locali” relativa alle attività che la varie Chiese svolgono; “Morale e società”, che riguarda gli stili di vita; infine la “Politica internazionale” i grandi temi sui quali noi siamo interrogati ogni giorno dai giornalisti.
Quando arrivo in ufficio il primo lavoro è l’analisi della rassegna stampa. Dall’analisi dei temi del giorno si passa a studiare la giornata della Santa Sede. Si parte dall’attività del Papa, per andare all’eventuale rilascio dei documenti, alle attività dei dicasteri di Curia, alla segnalazione e alla spiegazione dei viaggi importanti di rappresentanti della Santa Sede e così via. Si trattano tutti i fatti rilevanti, che vengono poi ripresi dal Bollettino della Sala Stampa che viene distribuito ogni giorno dopo le ore 12.00.
Prima delle dieci del mattino abbiamo la riunione di lavoro per verificare come i temi da noi proposti il giorno prima sono stati ripresi dai mezzi di comunicazione e discutiamo come effettuare gli eventuali aggiustamenti e miglioramenti. Nel frattempo questo ufficio già dal mattino comincia a ricevere chiamate telefoniche, fax o e -mail di richiesta di informazioni provenienti dall’Oriente.
Verso mezzogiorno è l’Europa che si sveglia fino alle cinque del pomeriggio quando Canada, Stati Uniti ed i paesi dell’America Latina iniziano a chiedere.
Una delle difficoltà di questo ufficio è che deve lavorare tenendo conto del fuso orario di tutto il mondo, così arrivano richieste nell’arco delle 24 ore e bisogna essere sempre reperibili. Quando la mia informazione non è sufficiente per dare risposte adeguate mi rivolgo alla prima e seconda sezione della Segreteria di Stato, per questo motivo ho un rapporto permanente con il Segretario di Stato.
Devo dire che la disponibilità delle persone che lavorano in Segreteria di Stato ed in particolare del cardinale Angelo Sodano è straordinaria. La stessa disponibilità l’ho sempre avuta dal Santo Padre con cui ho un incontro regolare. Se vedo nella mattinata che il Papa riceve una personalità sui cui sarò interpellato dall’opinione pubblica, salgo subito e appena il Santo Padre ha finito chiedo i temi discussi.
Vorrei sottolineare che in tanti anni di collaborazione con il Pontefice mai mi sono sentito dire “guardi questa informazione è soltanto per lei”.
Ha mai suggerito al Santo Padre come comportarsi di fronte ai mass media?
Navarro-Valls: Suggerimenti al Santo Padre ne ho dati pochissimi: particolari assolutamente elementari e strettamente necessari. Ma sono i segni del suo pontificato che hanno avuto una enorme ricaduta sui media.
Sono segni che hanno una forte valenza simbolica, rinviano a qualcosa che appartiene ad una sfera più alta. Il Papa non si è mai preoccupato di un ritorno di immagine. Un critico del “New York Times” dopo aver studiato a lungo il Papa in TV si è fatto la convinzione che Giovanni Paolo II va contro tutti i canoni standard dell’apparire in TV, e da questo viene il suo successo: lui ignora la televisione, e per questo la domina.
Il Papa si è mai lamentato di quanto scrivono di lui i giornalisti?
Navarro-Valls: Mai che io sappia, e mai con me. Neanche per vignette o satire che avrebbero potuto ferirlo. Le uniche occasioni in cui l’ho sentito dire che bisognava reagire erano quelle in cui venivano distorti i punti essenziali della Dottrina. L’ho trovato sempre molto comprensivo nei confronti dei giornalisti e del loro difficile lavoro d’informazione.
Neanche le tante voci sulla sua salute sono riuscite a fargli perdere la pazienza?
Navarro-Valls: Ciò che non accetta non sono le voci sulla sua salute, ma la speculazione sulla sua capacità o meno di fare il Papa. Giovanni Paolo II non accetta che per un malanno qualsiasi venga messa in forse la teologia morale. Non è geloso della sua immagine. Non teme di farsi scorgere sofferente, sa bene che il dolore è un’esperienza tipica della vita di ogni uomo.
Lei è forse l’uomo più conosciuto dell’Opus Dei, questo le ha mai creato dei problemi?
Navarro-Valls: L’Opus Dei per me è una scelta personale, il modo con cui vivo nella grande famiglia della Chiesa. E questa appartenenza non mi ha creato problemi nel rapporto con gli altri perché svolgo un lavoro professionale.
Per questo motivo non mi sono mai preoccupato di sapere che tipo di religione professano i giornalisti che sono accreditati alla Sala Stampa vaticana. L’unico ed esclusivo parametro di cui noi teniamo conto quando arrivano le richieste di accredito è la professionalità.
Ci sono dei criteri che lei indicherebbe per essere un buon vaticanista?
Navarro-Valls: Non è mio costume dare consigli ai colleghi. Posso però riferire della mia esperienza professionale come giornalista perché prima avevo fatto il medico e l’insegnante. Sono stato corrispondente all’estero in un’area del mondo che è il Mediterraneo orientale dove le religioni giocano un ruolo fondamentale.
Sia in Grecia, che in Turchia, così come in Israele e nei paesi musulmani del Nord Africa la mia esperienza è stata che non potevi capire certi fatti della vita pubblica o sociale di questi Paesi se non studiavi il retroterra religioso.
Per lo stesso motivo è molto difficile capire certe posizioni della Santa Sede se non si conosce l’antropologia cristiana la dottrina e l’etica della Chiesa. Leggere i fatti vaticani con parametri puramente politici, significa non capire niente.
Con questo non voglio dire che bisogna diventare cattolici per essere dei buoni vaticanisti. Io non mi sono fatto musulmano per capire perché è stato assassinato Sadat. Per fare una buona informazione bisogna tener conto di una serie di parametri religiosi, etici, storici, culturali. Tanto più è vasta la visione del giornalista, tanto migliori e completi saranno i suoi servizi.
ZI04120509 - 05/12/2004
Permalink: http://www.zenit.org/article-2832?l=italian
Joaquín Navarro-Valls racconta com’è essere direttore della Sala Stampa della Santa Sede
Il portavoce vaticano celebra i vent’anni della sua nomina a tale incarico
© Innovative Media, Inc.
La riproduzione dei Servizi di ZENIT richiede il permesso espresso dell'editore.
![]() |
invialo ad un amico | ![]() |
commenta questa notizia |
![]() |
anteprima di stampa | ![]() |
formato PDF |
![]() |
sopra |
















