ZI05031810 - 18/03/2005
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Il Patriarca latino di Gerusalemme sull’essere cristiani tra musulmani ed ebrei (I)


Intervista con monsignor Michel Sabbah


GERUSALEMME, venerdì, 18 marzo 2005 (ZENIT.org).- “Se anche ci fosse un solo cristiano, con la Fede potrebbe ‘trasportare’ tutta la società”, sostiene Sua Beatitudine monsignor Michel Sabbah nell’affrontare la questione delle relazioni tra la minoranza cristiana in Terra Santa e il resto delle popolazioni costituite da musulmani ed ebrei.

Patriarca latino di Gerusalemme dal 1987, monsignor Sabbah, in questa prima parte dell’intervista raccolta per ZENIT dal dottor Gianluca Solera – Consigliere al Parlamento Europeo –, ci parla delle relazioni sociali e del dialogo inter-religioso fra i fedeli delle tre religioni abramitiche.

Sua Eccellenza, la prima domanda che vorrei rivolgerle riguarda la presenza cristiana in Terra Santa. I cristiani attualmente non rappresentano più del 2-2,5% della popolazione di Israele e Territori palestinesi insieme. Prima dell’istituzione dello Stato di Israele, i cristiani a Gerusalemme ad esempio rappresentavano un terzo della popolazione. Che cosa vuol dire essere minoranza per un cristiano oggi in Terra Santa?

Mons. Michel Sabbah: Bisogna distinguere tra il lato sociale, sociologico di condizione di minoranza e quello religioso. Da quest’ultimo punto di vista, non si tratta di essere maggioranza o minoranza, si tratta di essere cristiani. Cristo disse: “Se avete Fede, potete trasportare le montagne”.

Dunque, se anche ci fosse un solo cristiano, con la Fede potrebbe “trasportare” tutta la società. Se viviamo bene la nostra Fede, siamo liberati dal complesso del piccolo numero. Dal punto di vista sociale, siamo evidentemente una comunità di persone che possono vivere le tensioni tipiche di una relazione tra maggioranza e minoranza, in particolare nell’impegno e nell’amministrazione della vita pubblica.

Tuttavia, un cristiano non è solamente cristiano, è anche parte del suo popolo. Come palestinese, come cittadino, il complesso di minoranza per un cristiano non dovrebbe esistere. Questo richiede evidentemente un’educazione, una presa di coscienza.

Qual è il ruolo dei cristiani palestinesi nella società palestinese?

Mons. Michel Sabbah: Il cristiano appartiene alla Chiesa, ma appartiene anche alla sua società, e ha diritti e doveri nei suoi confronti esattamente come un musulmano. I cristiani sono stati presenti, e lo sono ancora, in vari campi della vita pubblica, nei diversi partiti politici, nella resistenza all’occupazione militare, nell’esigere libertà e dignità come tutti i Palestinesi.

Eppure un cristiano ha una visione particolare in un conflitto, quella della non-violenza. Quella del perdono e dell’amore. Perdono e amore non vogliono dire abbandonare i propri diritti. Al contrario, con l’amore ed il perdono si diventa più forti nell'esigere i propri diritti violati dall’oppressore o dall’occupante...

Eppure la metà dei cristiani palestinesi vive ormai fuori dalla Terra Santa. Che relazioni vi sono tra i cristiani palestinesi emigrati e quelli che sono rimasti? E la Chiesa aiuta i cristiani palestinesi che vogliono ritornare in Palestina?

Mons. Michel Sabbah: C’è un rapporto di famiglia... Bisogna comunque distinguere tra l’emigrazione della fine del secolo XIX – inizio del secolo XX, che ha interrotto quasi qualsiasi relazione con la terra di origine e non parla più l’arabo, e quella più recente.

L’attuale presidente del Salvador, ad esempio, è originario di Betlemme, ed il suo avversario alle ultime elezioni è pure di Betlemme. Entrambi raggiunsero l’America centrale al principio del secolo scorso. Quelli invece che sono partiti dopo l’istituzione dello Stato di Israele, mantengono i contatti, visitano la famiglia, mandano denaro, ecc.

Per quanto riguarda il ruolo della Chiesa, abbiamo mandato sacerdoti in tre parrocchie per i nostri fedeli emigrati di rito latino in America del Nord, dove s’è creata anche la Holy Land Christian Ecumenical Foundation, una Fondazione ecumenica per raggruppare gli immigrati cristiani palestinesi, non solamente cattolici.

In Israele è presente anche una piccola comunità di ebrei di fede cristiana (circa 250-300 cattolici e 4-5 mila protestanti). Che rapporti vi sono tra palestinesi ed ebrei di fede cristiana?

Mons. Michel Sabbah: Bisogna distinguere tra gli arabi cristiani che vivono in Israele e quelli che vivono nei Territori Occupati. I primi sono in contatto con gli ebrei cristiani, e spesso pregano insieme nelle stesse parrocchie. Normalmente, gli ebrei di fede cristiana hanno un servizio religioso speciale in lingua ebraica, come a Jaffa, Tel Aviv e Gerusalemme. A Beersheva, invece, la parrocchia è ebrea, e gli arabi cristiani pregano presso di loro. Tra di loro vi sono poi contatti quotidiani. Con i palestinesi cristiani dei Territori, invece, i contatti non sono possibili, per una ragione molto semplice: Israele vieta agli israeliani di andare nei Territori, ed i palestinesi non possono recarsi facilmente in Israele. La divisione politica è netta!

E’ vero che il proselitismo verso gli ebrei è vietato in Israele?

Mons. Michel Sabbah: Esiste una legge anti-missionaria che condanna alla prigione chiunque faccia pressione su qualcun’altro per convertirlo. In caso di conversioni spontanee, la libertà di coscienza è rispettata, benché la pressione della famiglia si eserciti nel senso opposto.

Parlando con diversi parroci dei Territori palestinesi, ho raccolto opinioni diversi sulle relazioni che intercorrono tra cristiani e musulmani. Qual è la Sua opinione?

Mons. Michel Sabbah: Il tema dei rapporti tra cristiani e musulmani comporta molta confusione, perché ciascuno vuol interpretare secondo il suo punto di vista i fatti o incidenti che possono aver luogo in questi rapporti. Per me, questi rapporti devono essere considerati da due punti di vista: quello umano, per cui musulmani e cristiani palestinesi sono un solo popolo, ed hanno medesime storia, cultura ed avvenire; e quello religioso, per cui siamo cristiani nelle nostre società arabe e musulmane per testimoniare Gesù nella sua terra.

Detto questo, nel concreto, i rapporti a livello delle autorità sono buoni, sia in Giordania, come in Palestina, anzi ottimi. Nella società c’è una buona convivenza e collaborazione in tutti i campi (educazione, politica, affari, ecc.). Di tanto in tanto possono occorrere degli incidenti, in particolare in questa situazione confusa, perché l’Autorità Palestinese non ha tutta l’autorità necessaria, per le ragioni politiche conosciute a causa del conflitto.

Quando ci sarà uno Stato palestinese, con un governo libero e ben definito, l’Autorità potrà prendere le misure necessarie per mantenere l’ordine. Ad ogni modo, oggi come oggi, quando assistiamo a degli incidenti, la comunità del luogo, grazie alle sue regole tradizionali ed antiche di mediazione, riesce a ristabilire l’ordine.

Papa Giovanni Paolo II è stato un grande artefice del dialogo ecumenico e inter-religioso. Esiste in Terra Santa un lavoro specifico di avvicinamento tra la comunità cristiana e quella islamica?

Mons. Michel Sabbah: Manteniamo un contatto quotidiano a livello di autorità religiose. Inoltre, c’è un rapporto di collaborazione e di convivenza quotidiana tra cristiani e musulmani, come ho già detto. Esiste anche un centro di dialogo, chiamato Al-Liqa (Incontro), che riunisce intellettuali cristiani e musulmani per discutere e riflettere insieme.

Infine, l’Autorità Palestinese tiene conto della dimensione internazionale e specialmente cristiana della Palestina e prende delle misure in questo senso, nominando per esempio sindaci cristiani nelle città di carattere cristiano, benché ormai senza maggioranza cristiana, a causa dell’emigrazione.

Esistono iniziative di condivisione della preghiera?

Mons. Michel Sabbah: No, non ancora, i musulmani non pregano con i cristiani, e viceversa... però nelle scuole cattoliche frequentate da cristiani e musulmani si leggono a volte, prima di entrare in classe, il Vangelo ed anche alcuni versetti del Corano.

In alcune scuole, per esempio a Ramallah, si insegna educazione religiosa mista. Ovvero, cristiani e musulmani che frequentano la stessa classe seguono corsi di educazione religiosa con un’insegnante musulmano ed uno cristiano, e riflettono insieme su vari temi, secondo l’insegnamento cristiano o musulmano.

Come funzionano le cose? Per i bambini di una famiglia musulmana che frequentano una scuola cattolica, l’ora di religione non è facoltativa?

Mons. Michel Sabbah: No, nei Territori palestinesi il Ministero dell’Istruzione dell’Autorità palestinese impone l’educazione religiosa a tutti, cristiani e musulmani. Secondo la legge, nei Territori la scuola deve impartire l’educazione religiosa a ciascuno secondo la religione a cui appartiene.

In quanto scuole cattoliche, dobbiamo dunque offrire anche l’educazione religiosa islamica ai bambini musulmani. In Giordania è lo stesso. In Israele, invece, l’educazione religiosa effettivamente è libera. I bambini musulmani che frequentano le scuole cattoliche in Israele non ricevono dunque un’educazione islamica perché lo Stato non lo impone. Durante l’ora di religione, dunque, questi bambini solitamente escono dalla classe.

Parliamo delle relazioni affettive. In Terra Santa, fedeli delle tre religioni monoteistiche vivono gli uni accanto agli altri. Ma sono possibili i matrimoni misti tra cristiani, ebrei e musulmani?

Mons. Michel Sabbah: Questo è un grande problema. Vi sono casi di matrimoni tra cristiani ed ebrei: la donna ebrea può sposarsi con un cristiano, e la donna cristiana può sposarsi con un ebreo, e le condizioni della Fede cristiana possono essere soddisfatte - ovvero il partner ebreo può accettare che i bambini vengano battezzati.

I matrimoni tra cristiani e musulmani, invece sono molto più difficili, sia di fronte alla legge religiosa che a quella civile. Se un musulmano può prendere in sposa una donna cristiana, un cristiano non può invece prendere in sposa una donna musulmana. In queste unioni, poi, la donna cristiana finirà per diventare musulmana. Può conservare la sua libertà e la sua identità religiosa, ma se vuole godere di certi diritti nella casa come donna e come sposa, deve farsi musulmana...

Ma esistono comunque dei casi di matrimonio tra cristiani e musulmani, no?

Mons. Michel Sabbah: Esistono, ma sono matrimoni difficili, drammatici, rifiutati dalle rispettive famiglie, dalla società, dal governo e dalla Chiesa stessa. La Chiesa qui non celebra matrimoni misti tra cristiani e musulmani. Eccezioni ve ne sono. Alcuni matrimoni misti riusciti ci sono, ma sono rari.

Comunque, questo argomento necessiterebbe uno studio approfondito: ci sono molteplici aspetti da considerare di natura umana, culturale, religiosa, così come il diritto alla libertà di coscienza e quello alla libertà di fondare una famiglia.

[Domenica, nella seconda parte dell’intervista: il conflitto, la pace e la giustizia in Palestina]


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