ZI07032512 - 25/03/2007
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Monsignor Negri racconta il carisma di don Giussani


ROMA, domenica, 25 marzo 2007 (ZENIT.org).- Sabato 24 marzo Benedetto XVI ha incontrato in piazza San Pietro la Fraternità di Comunione e Liberazione, presente in più di settantamila unità, secondo gli organizzatori.

A 25 anni dal riconoscimento della Fraternità e a due anni dalla scomparsa del suo fondatore, monsignor Luigi Giussani, il Pontefice ha sottolineato che il grande merito di CL è quello di aver “suscitato nella Chiesa un movimento che ha testimoniato la bellezza di essere cristiani in un’epoca in cui andava diffondendosi l'opinione che il cristianesimo fosse qualcosa di faticoso e di opprimente da vivere”.

Quando era ancora Cardinale, Joseph Ratzinger affermò di ammirare don Giussani per l’“intuizione pedagogica” con cui aveva dato vita a CL.

Per raccontare la natura e il carisma di CL, ZENIT ha ripreso l’omelia che monsignor Luigi Negri, Vescovo di San Marino – Montefeltro, ha pronunciato il 22 febbraio a Pieve di San Leo, nel secondo anniversario della morte di don Luigi Giussani.

Prendendo spunto dalla domanda che Gesù fece a Pietro quando gli chiese ripetutamente: "Simone di Giovanni mi ami tu?" – al che per tre volte Pietro rispose:" Signore, Tu lo sai che ti amo” –, monsignor Negri ha detto: “Amici miei, io che vi parlo e ciascuno di voi che mi ascolta, abbiamo sentito nella nostra vita questa domanda ‘Mi ami tu?’, perché abbiamo incontrato don Giussani”.

“Se non avessimo fatto questo incontro con un uomo che aveva innanzitutto risposto lui ‘Signore, Tu lo sai che io ti amo’, ed ha permanentemente tenuto la sua vita sul filo di questa domanda, ed ha permanentemente risposto come la prima volta, noi non saremmo qui, o almeno non con la chiarezza di coscienza ideale, con la forza di energia morale, con l'impeto d’amore per la Chiesa che ci caratterizza nonostante i nostri limiti e le nostre difficoltà”, ha spiegato il Vescovo.

Secondo monsignor Negri, “Giussani ci ha insegnato che la fede è il riconoscimento amoroso della presenza di Cristo nella vita, che deve essere fatto lungo il decorso degli anni e non deve essere mai dato per scontato per un istante solo”.

Per il presule, don Giussani “ci ha edificato”, facendoci “vedere che ogni giorno metteva, con tanta umiltà e con una forza che lo trasfigurava, la sua debolezza fisica di fronte all'evento che aveva travolto la sua vita ed al quale aveva saputo dire ogni giorno: ‘Signore Tu lo sa che io ti amo’".

Il Vescovo ha raccontato che la fede di don Giussani era semplice, limpida, profonda; esibita in ogni momento fra le mura delle case degli amici, come di fronte alla società, anche quando “dentro la vita della realtà ecclesiale, non lo seppe capire”, o di fronte alla Chiesa che finalmente “apriva il suo cuore materno nella suprema responsabilità a riconoscere ed accogliere il suo tentativo di fede, vissuta e comunicata”.

Monsignor Negri ha quindi sottolineato che “partecipando di questa sua fede, viviamo della fede in Cristo. Partecipando della sua fede e imparando dalla sua fede, abbiamo imparato personalmente la fede nel Signore, l’appartenenza lieta, gioiosa e sacrificata, al corpo del Signore che è la Chiesa, che vive in mezzo a noi di fronte al mondo, per affermare di fronte al mondo che Egli solo è la Via, la Verità, e la Vita”.

Dopo aver spiegato che “Dio è Colui che per primo ama la vita”, il presule ha rilevato che don Giussani “ci ha insegnato ad amare la vita. (…) Non una vita senza problemi e senza difficoltà, non una vita senza errori, ma una vita animata da una certezza irresistibile. La vita è buona perché appartiene al Mistero del Signore che muore e che risorge, si dice a me nel cambiamento della mia vita e si dice al mondo attraverso il cambiamento della nostra vita, perché rendiamo nota la presenza di Cristo a tutti gli uomini, attraverso le opere buone, come diceva San Giovanni”.

Così, ha concluso monsignor Negri, “abbiamo imparato a vivere la vita secondo la misura alta di essa. Così nessuna circostanza, nessuna situazione ci è stata di ostacolo. E tutta la straordinaria varietà di vocazioni che in questo popolo sono nate, ha trovato nella semplicità della fede vissuta, nella comunione ecclesiale, il suo fondamento, che ogni giorno diventava capacità di creazione di uomini nuovi, popolo nuovo che mangia e beve, veglia e dorme, vive e muore, non più per se stesso ma per il Signore che è morto ed è risorto per noi”.


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