30 domande scottanti sul celibato sacerdotale

Don Arturo Cattaneo, docente alla Facoltà di Diritto canonico di Venezia

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ROMA, giovedì, 21 aprile 2011 (ZENIT.org).- Perché i preti non si sposano? Come mai il celibato sta tanto a cuore alla Chiesa, se Gesù non l’aveva richiesto neanche agli apostoli? Non può quest’obbligo causare deviazioni della sessualità e della vita affettiva, fino a giungere ai ben noti casi di pedofilia? Negli ultimi tempi sembrano moltiplicarsi gli argomenti a favore di un’apertura ai preti sposati. 

Si obietta che il celibato non è un dogma, ma solo una disciplina sorta nel Medioevo; che è contro natura e quindi dannoso per l’equilibrio psicofisico della persona. Si aggiunge inoltre che, se i preti potessero sposarsi, ci sarebbero più vocazioni. A queste e altre domande e obiezioni rispondono in questo volume diversi esperti, che con linguaggio chiaro e documentato aiutano a scoprire e capire il valore del celibato.



Il prof. don Arturo Cattaneo, docente nella Facoltà di Diritto canonico di Venezia e in quella di Teologia di Lugano, curatore del volume «Preti sposati?», edizioni ELLEDICI, ha risposto alle domande di ZENIT. 

Del celibato sacerdotale si discute ormai da decenni. Perché questo libro, ora?

Prof. Cattaneo: In molti Paesi europei si avverte una certa difficoltà da parte di molti fedeli a comprendere le ragioni per cui la Chiesa continui a ribadire l’importanza del celibato sacerdotale. La crescente penuria di preti in quasi tutto l’Occidente, l’abbandono del ministero da parte di preti che si sposano e gli scandali provocati da abusi sessuali hanno ridato attualità alla domanda se alla Chiesa non converrebbe abbandonare l’obbligo del celibato. Si afferma anche che esso non è un dogma ma solo una regola disciplinare e che perciò la Chiesa potrebbe rinunciarvi in ogni momento, permettendo l’ordinazione di uomini sposati. Abbiamo quindi cercato di rendere comprensibile al grande pubblico perché il celibato sacerdotale sta tanto a cuore alla Chiesa, rispondendo alle obiezioni più frequenti e più critiche nei confronti del celibato sacerdotale.

Chi sono i collaboratori dell’opera?

Prof. Cattaneo: Il progetto è nato nell’ambito della Facoltà di Teologia di Lugano, con l’aiuto di tre colleghi: don André-Marie Jerumanis (medico e docente di teologia morale), don Manfred Hauke (docente di patrologia e teologia dogmatica) e don Ernesto William Volonté (rettore del seminario diocesano e docente di teologia del matrimonio). Nel portare avanti il progetto ho potuto contare anche sull’incoraggiamento e i consigli del Cardinale Mauro Piacenza, Prefetto della Congregazione per il Clero, autore della prefazione e di un contributo sul magistero di Pio XI fino a quello di Benedetto XVI. Ci siamo inoltre avvalsi dell’aiuto di diversi esperti per aspetti specifici: quello biblico, storico, giuridico, psicologico, pastorale e per l’inculturazione (Africa, India e America latina).

Perché tutto questo impegno nel difendere il celibato?

Prof. Cattaneo: Perché si tratta – come osserva il Cardinale Piacenza nella prefazione – di uno dei «doni più grandi, che il Signore ha lasciato, e continuamente conferma, alla sua Chiesa». È un «carisma», come lo chiama Paolo, dato ad alcuni in vista di una maggiore adesione a Cristo, integrando la sponsalità di quest’ultimo nella propria vita e rendendola spiritualmente feconda. Di conseguenza, la Chiesa, che desidera continuamente rinnovarsi, implora la luce e la forza dello Spirito per comprendere sempre meglio, approfondire e vivere con maggiore fedeltà anche questo dono. Il fatto che in molti ambienti esso sia poco apprezzato, richiede un maggiore sforzo nella formazione dei seminaristi, ma anche una migliore catechesi dei fedeli laici. A tutto ciò spero possa contribuire questo libro.

Ci può indicare un «filo rosso» fra le svariate risposte che vengono offerte?

Prof. Cattaneo: Se si volesse individuare il nucleo delle motivazioni che hanno portato la Chiesa – guidata dallo Spirito Santo – ad acquisire la consapevolezza delle ragioni a favore del celibato, direi che è stato soprattutto l’esempio della vita di Cristo ad illuminare la Chiesa sin dai primi secoli. Quest’ultima, come Sposa di Cristo, vuole essere amata dal sacerdote nel modo totale ed esclusivo con cui Gesù Cristo, Capo e Sposo, l’ha amata. Da questo consegue una visione positiva del celibato, che non appare più una rinuncia difficile, ma il frutto di una libera scelta d’amore, continuamente da rinnovare. È insomma la risposta all’invito di Dio a seguire Cristo nel suo donarsi come «Sposo della Chiesa», partecipando così alla paternità e alla fecondità di Dio.

Per molti giovani l’esigenza del celibato sembra difficile. Come proporla?

Prof. Cattaneo: Mi permetta di risponderle con una citazione tratta dalla Prefazione del Cardinal Piacenza: «Noi pastori non possiamo tradire i giovani abbassando le esigenze, ma dobbiamo servirne le aspirazioni incoraggiandoli a tendere verso alti orizzonti. Per fare questo non possiamo temere il mondo o esserne condizionati in alcun modo. Dobbiamo seguire, con ardimento, lo spirito di Dio, agire risolutamente come se tutto dipendesse da noi ma con la pazienza e la pace interiori di chi ben sa che tutto dipende da Dio e deponendo ogni sforzo nelle mani della Vergine Immacolata, splendida Icona della fedeltà al suo e nostro Signore!».

Tra i critici del celibato c’è chi mette in evidenza un presunto rapporto con la pedofilia. Che ne pensa?

Prof. Cattaneo: Per gli abusi sessuali non può essere colpevolizzato il celibato. Essi manifestano piuttosto la diffusione di una cultura edonistica, impregnata di erotismo e dimentica del giudizio divino. Nella risposta a questa domanda vengono ricordati i risultati di diverse ricerche recenti, che mostrano in modo palese come la pedofilia non è un problema specificamente clericale, e sicuramente non tipico di sacerdoti cattolici in particolare. Il celibato costituisce in realtà una sfida ad una cultura per la quale tutto è provvisorio e relativo, che tende fra l’altro a negare la capacità dell’uomo di assumersi un impegno per tutta la vita. Proprio il suo valore eccelso rende gli abusi sessuali compiuti da alcuni preti particolarmente esecrabili. Vittorio Messori ha giustamente osservato: «Chi denuncia indignato le bassezze, è perché misura l’altezza del messaggio che [i ministri di Dio] annunciano al mondo e che, credenti o no che si sia, non si vorrebbe infangato» (Corriere della Sera, 11 marzo 2010).

E del rapporto celibato-omosessualità?

Prof. Cattaneo: Molte ricerche hanno chiarito che il celibato non è sicuramente causa di questa tendenza. Se in qualche diocesi ci fosse un numero relativamente alto di sacerdoti con tendenze omosessuali, ciò indicherebbe che non si sono seguiti con sufficiente cura i criteri di selezione dei candidati al sacerdozio. Nel libro-intervista «Luce del mondo», Benedetto XVI ha puntualizzato i motivi per cui gli omosessuali non possono diventare sacerdoti: «Il loro atteggiamento nei confronti di uomo e donna è in qualche modo alterato…, il loro orientamento sessuale li distanzia dalla retta paternità, da ciò che nel profondo definisce l’essere sacerdote. La scelta dei candidati al sacerdozio deve perciò essere molto accurata. Bisogna usare molta attenzione, affinché non si introduca una simile confusione ed alla fine il celibato dei preti non venga identificato con la tendenza all’omosessualità» (p. 213).

Cosa direbbe a coloro, e sembra non siano pochi, che hanno serie difficoltà a vivere il celibato?

Prof. Cattaneo: A questa domanda risponde nel nostro libro Manfred Lütz, un noto psicoterapeuta tedesco, osservando fra l’altro: «La mia esperienza di terapeuta mi permette di affermare che all’origine di tali crisi non è il celibato, ma l’inaridimento della vita spirituale. Quando un sacerdote non prega più regolarmente, quando egli stesso non si accosta più al sacramento della riconciliazione, in altre parole, quando egli non intrattiene più una relazione vitale con Dio, allora egli, come sacerdote, non è più fecondo. I fedeli stessi si rendono conto che da lui non emana più la forza dello spirito di Dio. Non è difficile comprendere come tutto ciò possa portare il prete ad uno stato di insoddisfazione e di frustrazione», che lo spingono a cercare delle compensazioni purtroppo a volte deleterie. Il prete dovrà custodire il dono prezioso del celibato come in un vaso di creta, vaso fragile, soprattutto se egli non alimenta il suo cuore alle fonti purissime dell’acqua viva e trascura l’intimità con Gesù. Aggiungerei che molte crisi affettive nella vita sacerdotale sono causate principalmente dalla mancanza di forti esperienze di quella paternità spirituale che portava san Paolo ad esclamare: «Vi ho generati in Cristo Gesù» (1 Cor 4,15) e a rivolgersi ai fedeli, chiamandoli «figlioli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore» (Gal 4,19).

Secondo lei, che valore ha oggi il celibato sacerdotale?

Prof. Cattaneo: Esso acquista oggi un valore particolare quale splendida testimonianza del fatto che «Dio solo basta» (Santa Teresa di Gesù). «Segno grande e significativo», l’ha chiamato il Papa nel libro-intervista Luce del mondo (p. 208). Più che del Dio dei filosofi e dei teologi, il nostro mondo ha bisogno del Dio degli Apostoli, dei discepoli di Gesù Cristo, nei quali Lui continua a rendersi presente, e ad agire. Nelle conclusioni, il Cardinal Piacenza scrive: «Non dobbiamo perciò lasciarci condizionare o intimidire da un mondo senza Dio che non comprende il celibato e vorrebbe eliminarlo, ma al contrario dobbiamo recuperare la motivata consapevolezza che il nostro celibato sfida il mondo, mettendo in profonda crisi il suo secolarismo ed il suo agnosticismo e gridando, nei secoli, che Dio c’è ed è Presente!».