A proposito della morte...

Il bioeticista australiano Nicholas Tonti-Filippini riflette sui risvolti dell'eutanasia e delle cure palliative

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di padre John Flynn LC

ROMA, lunedì, 7 maggio 2012 (ZENIT.org) – Tutti noi siamo destinati a morire e il modo in cui rispondiamo alla malattia e alla sofferenza, dice molto di ciò che realmente siamo. Questa la riflessione che emerge dal libro di Nicholas Tonti-Filippini, Caring for People Who are Sick or Dying (Connor Court Publishing), da poco pubblicato.

Tonti-Filippini è Decano Associato e Preside di Bioetica all’Istituto Giovanni Paolo II per il Matrimonio e la Famiglia di Melbourne. 28 anni fa lo studioso ha ricoperto l’incarico di eticista presso il primo ospedale d’Australia, il Saint Vincent’Hospital di Melbourne.

Oltre alle sue qualifiche professionali, Tonti-Filippini ha alle spalle un’esperienza diretta come ex-malato terminale e ha dovuto a lungo fare i conti con numerose malattie croniche. Infatti, il libro appena pubblicato rappresenta un’ottima sintesi delle proprie esperienze come paziente e di come egli ha vissuto le applicazioni (o non applicazioni) dei principi bioetici, in questo aspetto della sua vita.

Nel primo capitolo, Tonti-Filippini argomenta su un gran numero di questioni generali riguardo alla relazione tra pazienti e sistema sanitario. In una sezione analizza in modo particolare il tema dello sviluppo dell’etica medica ed ospedaliera nell’ambito della tradizione cattolica.

Uno di questi principi, quello dell’assistenza, ebbe origine nel Medioevo ed è incentrato sull’idea che gli esseri umani sono “infermieri” del loro corpo e di esso responsabili. Ciò rappresenta una grande differenza rispetto ad una concezione, oggi diffusa un po’ in tutto il mondo, che vede la vita come disponibile, se essa perde la sua utilità. Il principio di inviolabilità della vita umana è correlato al primo principio.

Il terzo principio è quello della totalità, che vede ogni parte del corpo come funzionante per il bene del corpo intero. Secondo tale concezione, nemmeno le funzioni del corpo meno rilevanti vengono mai sacrificate se non per il miglior funzionamento della persona nel suo complesso, mentre le facoltà fondamentali del corpo che appartengono essenzialmente all’essere umano, non vengono mai sacrificate, salvo quando necessario per salvare la vita.

Cura straordinaria

Il secondo capitolo del libro tratta varie tematiche riguardanti la cura dei pazienti in fin di vita. La distinzione tra mezzi ordinari e straordinari nel trattamento risale al XVI secolo, osserva Tonti-Filippini.

Sulla base di ciò, le procedure mediche eccessivamente gravose o sproporzionate al risultato ottenuto possono essere interrotte. Questo non ha nulla a che vedere con il suicidio, che contraddice la naturale inclinazione a preservare la vita.

Un argomento esaminato nel capitolo è quello sugli ordini di rianimazione. Quando una persona soffre di una malattia grave, il tentativo di ristabilire il funzionamento del suo cuore, difficilmente avrà successo. Tentare di rianimare ogni persona, significherebbe che nessuno può morire in pace, spiega Tonti-Filippini. La rianimazione, inoltre, è molto invasiva e il massaggio cardiaco spesso può rompere le costole, specie nei più anziani.

L’Autore afferma che, tra i fattori di cui tenere conto nel decidere se effettuare o meno la rianimazione, figurano: lo stato mentale del paziente e le sue eventuali tendenze suicide; se il paziente dispone di tutta l’informazione medica rilevante; il giudizio del medico del paziente.
Sulla questione dell’interruzione di alimentazione ed idratazione ai pazienti, Tonti-Filippini è dell’idea che una struttura cattolica debba fare del suo meglio per persuadere a cambiare idea una persona che stia rifiutando la nutrizione e l’idratazione al fine di morire.

Venendo all’eutanasia, che è qualcosa di diverso dalla sospensione di un trattamento inutile, e che deliberatamente conclude l’esistenza di qualcuno con un trattamento fatale, Tonti-Filippini osserva che, se da un lato dobbiamo davvero rispettare l’autonomia della persona, togliere la vita a qualcuno, sottrae ogni opportunità di autonomia nel futuro. Difatti, Immanuel Kant affermava che il suicidio era sbagliato poiché significava trattare qualcuno come un oggetto o un mezzo, piuttosto che come un fine.

Anche il suicidio assistito contraddice il ruolo del medico nel tentativo di conservare la vita e la salute. Se l’eutanasia fosse possibile, l’attenzione si sposterebbe dalle cure palliative ai metodi per mettere fine ad una vita umana.

Non per nulla, dichiara Tonti-Filippini, pressoché tutte le organizzazioni mediche nazionali nei paesi di lingua inglese hanno inequivocabilmente rigettato la pratica dell’eutanasia e del suicidio assistito come contrari all’etica dell’assistenza medica.

Rispetto per la vita

Rispondendo a chi afferma che la sacralità della vita umana è un credo religioso che non deve riflettersi nella legge civile, Tonti-Filippini commenta che l’inviolabilità della vita umana non è soltanto una nozione religiosa, ma è riconosciuta dai diritti umani a livello internazionale.

Quando si ha a che fare con persone che vivono in uno stato di incoscienza, il rispetto per le loro vite rimane intatto, poiché esso non è basato sulle funzioni vitali che esprimono ma su ciò che sono.

I sostenitori dell’eutanasia argomentano spesso che una legislazione attentamente delineata, preverrebbe ogni forma di abuso e limiterebbe la pratica a coloro che davvero ne hanno bisogno. Tonti-Filippini osserva che le esperienze in paesi dove l’eutanasia è legale dimostrano l’esatto contrario. C’è davvero un “pendio scivoloso” e, per di più, la volontà di vivere rischia di essere condizionata dall’opzione dell’eutanasia, poiché certa gente riterrà di non dover essere un peso per i propri familiari.

In altri capitoli Tonti-Filippini esplora temi come la malattia mentale, la sofferenza vissuta da una prospettiva cristiana e cosa significhi vivere con malattie croniche. In primo luogo, il libro ambisce ad argomentare in modo assai persuasivo, norme etiche e principi cristiani, illuminati dall’intensa esperienza di vita dell’autore.

[Traduzione dall’inglese a cura di Luca Marcolivio]