Accompagnare l'obiezione di coscienza con la dottrina politica cattolica

Intervista a uno degli organizzatori del Congresso “Stato e Coscienza”

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di Patricia Navas



MADRID, venerdì, 16 ottobre 2009 (ZENIT.org).- “La vera resistenza di fronte alle ingerenze da parte dello Stato deve essere accompagnata dall'autentica affermazione della dottrina politica cattolica”.

Lo segnala il docente di Scienza Politica e Diritto Costituzionale Miguel Ayuso in questa intervista concessa a ZENIT.

Ayuso fa parte del comitato del Congresso dell'Unione Internazionale dei Giuristi Cattolici che si svolgerà a Madrid il 12 e il 13 novembre sul tema “Stato e Coscienza”.

Tra le varie personalità che parteciperanno al Congresso figurano il Cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, e l'Arcivescovo Raymond L. Burke, prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica.

Gli Stati stannno guadagnando terreno nell'ambito proprio della coscienza?

Miguel Ayuso: E' certo che attualmente può essere più evidente la potenziale conflittualità del rapporto tra Stato e coscienza.

Bisogna tener presente che lo Stato moderno è nato basato sull'affermazione della libertà di coscienza, che ha portato a costituire il potere politico come unica fonte di moralità.

Potrebbe fornire qualche esempio?

Miguel Ayuso: Si vede chiaramente nella vita interna degli Stati e in quella delle organizzazioni internazionali.

I criteri con cui si vuole evitare il contagio dell'Aids o regolamentare la natalità presuppongono l'esclusione di qualsiasi normatività morale di origine religiosa.

Allo stesso tempo, lo Stato separato dalla Chiesa tende anche a negare la presenza della fede nell'educazione o nella vita sociale.

Da ciò deriva il dinamismo con cui il liberalismo scristianizza, come si vede in un mondo in cui i paradigmi della modernità forte si dissolvono in un discorso di matrice nichilista.

Quali differenze ci sono in questo senso rispetto al passato?

Miguel Ayuso: Per iniziare, bisogna distinguere, con la retta filofia e la dottrina cattolica, tra libertà “di” coscienza e libertà “dalla” coscienza.

La seconda, che la Chiesa difende, non è altro che il riflesso della legge morale oggettiva inscritta nella coscienza, in tutte le coscienze.

La prima, invece, che è quella della cultura moderna e quella che si è imposta, presuppone la rivendicazione di un'autonomia morale soggettiva.

Le conseguenze politiche di questa distinzione non sono di poco conto, perché la libertà “di” coscienza porta all'individualismo esasperato, che si risolve in una visione del diritto positivo come pura forza e presuppone il concetto di libertà negativa, cioè la libertà senza regole.

Affermare che tutte le concezioni morali e religiose hanno diritto di cittadinanza, con l'unico limite che gli atti che ne derivano non danneggino altri, implica sostenere che ciascuno può, nella sfera privata, fare ciò che più gli piace.

Il fatto di drogarsi, di rifiutare trasfusioni di sangue necessarie, di avere varie donne o di nascondere capitali all'estero, per portare esempi di vario spessore, diventano problemi insolubili.

Come si possono limitare le ingerenze dello Stato nell'ambito proprio della coscienza?

Miguel Ayuso: Una prima soluzione conduce al campo dell'obiezione di coscienza.

Bisogna tuttavia tracciare una distinzione parallela a quella che abbiamo proposto sulla libertà di coscienza.

C'è anche un'obiezione “di” coscienza e un'obiezione “della” coscienza. E allo stesso modo, la prima risulta estranea e contraria alla cultura cattolica, mentre la seconda non solo è accettabile, ma può risultare anche obbligatoria in funzione delle circostanze.

Per questo, attualmente si sente parlare molto di obiezione di coscienza. Ed è positiva quando presuppone il rifiuto di leggi fondamentalmente ingiuste, anche se spesso implica una cerca ambiguità, per il contesto delle affermazioni politiche in cui si formula e che non sempre discerne chiaramente l'obiezione “della” coscienza dall'obiezione “di” coscienza.

Per questa ragione, la vera resistenza di fronte alle ingerenze da parte dello Stato deve essere accompagnata dall'autentica affermazione della dottrina politica cattolica.

E' questa che sostiene che lo Stato (o meglio, la comunità politica) è uno strumento dell'ordine che si fonda su una costante morale, così che quando si prescinde da questa non solo si rifiuta quello che potremmo chiamare lo “Stato cattolico”, ma è lo “Stato” stesso a scomparire.

Non capita però frequentemente di ascoltare questo tipo di affermazioni nel mondo cattolico contemporaneo, forze perché è stato “inghiottito” (anche in modo incosciente) dalla cultura liberale.

Perché per il Congresso di quest'anno è stato scelto il tema “Stato e Coscienza”?

Miguel Ayuso: In primo luogo è un tema centrale della filosofia pratica, cioè morale, giuridica e politica.

Per i professionisti cattolici del diritto, quindi, non è mai troppo contribuire a chiarire concetti così importanti, sia in se stessi che nella loro interrelazione.

In secondo luogo, non si può tuttavia nascondere che l'esperienza contemporanea rende più urgente questa riflessione, visto che richiede l'analisi di molteplici questioni delicate in cui è coinvolto il rapporto tra la coscienza e lo Stato con il suo ordinamento giuridico.

Quante persone e di quanti Paesi prevede che parteciperanno al Congresso a novembre?

Miguel Ayuso: L'Unione Internazionale dei Giuristi Cattolici è un'associazione privata internazionale di fedeli di diritto pontificio, dotata di personalità giuridica, con sede centrale a Roma, nel Palazzo della Cancelleria, che gode di extraterritorialità perché appartiene alla Santa Sede.

Riunisce professionisti o studiosi del diritto di venti Paesi e ha più di 5.000 soci.

A questo Congresso, il primo mondiale che si celebra dal 1994, attendiamo circa 300 partecipanti, provenienti da una quindicina di Paesi.

Per il momento, hanno annunciato la propria presenza colleghi di Stati Uniti, Messico, Colombia, Perù, Cile, Argentina, Uruguay, Brasile, Portogallo, Francia, Italia, Ungheria, Polonia e Spagna.

[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]