Adolescenti e giovani tra festa e tempo libero

Se ne 'è discusso con Gustavo Charmet e Alessandro D'Avenia a conclusione del Congresso teologico-pastorale

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di Luca Marcolivio

MILANO, domenica, 3 giugno 2012 (ZENIT.org) – Come vivono gli adolescenti il rito della festa? In modo particolare, come lo vivono in famiglia? È possibile armonizzare il mondo degli amici e dei “pari” con quello dei genitori e addirittura dei nonni?

A questi e ad altri interrogativi, si è cercato di dare risposta nel corso di una delle tavole rotonde della giornata conclusiva del Congresso internazionale teologico-pastorale, tenutosi dal 29 maggio al 1 giugno nell’ambito dell’Incontro Mondiale delle Famiglie.

Venerdì scorso, presso l’oratorio di Sant’Antonio si è dibattuto sul tema Adolescenti e giovani tra festa e tempo libero, alla presenza del professor Gustavo Pietropolli Charmet, docente di psicologia dinamica all’Università di Milano-Bicocca e dello scrittore ed insegnante Alessandro D’Avenia, con la professoressa Emanuela Confalonieri, docente di psicologia dell’adolescenza all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, in qualità di moderatrice.

Il dibattito è stato preceduto da tre cortometraggi che hanno provato a fornire diverse angolature del rapporto tra gli adolescenti e la festa, mettendo a fuoco tre contesti sociali ed antropologici molto diversi.

Nel primo viene rappresentato uno zelante gruppo oratoriale di soli coetanei (nessun sacerdote, né alcun catechista li accompagna), in cui i ragazzi sono animati dalla potente passione per un ideale di giustizia e tutti sognano un mondo migliore.

Il secondo video, invece, illustra il conflitto generazionale all’interno della famiglia, con particolare riferimento al momento della festa, visto dai genitori come l’occasione per riunire la famiglia, mentre, nello stesso frangente, i ragazzi anelano l’indipendenza e un totale estraniamento da tutto ciò che non riguarda il loro mondo.

Il terzo video è per molti versi analogo al secondo ma le figure adulte sono assenti. Un gruppo di liceali è regolarmente in aula, quando improvvisamente una studentessa suggerisce ai compagni di uscire a prendere una boccata d’aria per spezzare la monotonia degli studi. In giro per il quartiere entrano a contatto con la pratica dei graffiti e ascoltano il suono dei tamburi in un parco pubblico: rientrati in classe, li vediamo lanciarsi nell’improbabile riproduzione di quanto visto durante quella “ora d’aria”.

Il professor Charmet ha preso atto che spesso il sistema di valori che l’adolescente apprende nel gruppo dei “pari”, entra in competizione con quello che viene trasmesso dalla famiglia e dalla scuola, al punto di diventare una vera e propria “agenzia educativa” alternativa.

Non va tuttavia sottovalutato, secondo lo psichiatra, il grande potenziale offerto dal rito della festa, vissuto in famiglia, dove, oltretutto l’allungamento della vita media, rende sempre più presente la figura dei nonni.

La famiglia, dunque, si allarga sempre più in senso “verticale” e ciò comporta un arricchimento del feedback tra le tre generazioni, con uno “scambio etico, affettivo, narrativo e normativo”.

Se da un lato i nonni possono diventare un faro per tutta la famiglia, imprimendo solidità e stabilità a valori che non sono mai “del passato”, in quanto trasmissibili di padre in figlio, dall’altro lato può essere utile “cooptare” nella famiglia, gli amici dei figli, in un virtuoso dialogo intergenerazionale. C’è quindi necessità, secondo Charmet, di un “aggiornamento del processo educativo”.

L’intervento di Alessandro D’Avenia è iniziato con una provocazione di carattere etimologico. In latino, ha spiegato lo scrittore, il paradigma del verbo adolescere (crescere) è Adolesco, adolescis, adolevi, adultum, adolescere.

L’adulto, quindi, non smette di crescere tutta la vita e l’adolescenza, in fin dei conti, non è tanto un segmento limitato della vita di una persona quanto una fase di crescita della personalità che può manifestarsi in qualsiasi momento dell’esistenza.

Fatta questa premessa, ci sono una bellezza ed una meraviglia della vita che non vanno mai occultate e che invece devono essere riportate al centro dell’attenzione, perché riguardano l’essenza di noi stessi.

Sulla scia del grande insegnamento del beato Giovanni Paolo II, è bene che anche l’adolescente sia un “soggetto”, un protagonista della vita, non un puro oggetto di studio.

Non solo: secondo D’Avenia, vanno riscoperti, da un lato l’unità dei saperi e l’interdisciplinarità, dall’altro il desiderio profondo di uno studio non utilitaristico, non finalizzato solo al “buon voto”.

In tutto ciò l’autentica concezione cristiana del lavoro è in grado di riscattare l’uomo. Se da un lato, “secondo Platone, gli dei condannarono l’uomo alla fatica del lavoro e, per compassione, gli concessero il sollievo della festa”, mentre i latini distinguevano nettamente otium e negotium, la Gaudium et spes (cfr. n°67) ci insegna che “l’uomo, lavorando, si associa all’opera redentiva di Cristo”.

“Il Dio cristiano si è incarnato – ha proseguito lo scrittore – e fino ai trent’anni ha lavorato… costruendo tavoli”.

Nella concezione cristiana, anche il tempo libero ha una dignità e può diventare un’alternativa al lavoro nella realizzazione di se stessi, quando il lavoro non riesce ad essere altro che una pura fonte di reddito.

Il tempo libero, quindi, non è mai un momento fine a se stesso e sconfina nel vuoto, “solo quando non si sa cosa fare con il proprio essere”.

In conclusione, quindi, accanto ad un ozio sterile ed inconcludente, vi è un otium speculativo, che, pur non arrecando benefici tangibili e immediati, conferisce un particolare gusto per le cose ‘inutili’ ma rivelative del senso della vita e delle relazioni umane: né più, né meno quella che viene denominata festa.