Ai piedi della Croce, per imparare l'umiltà e l'amore autentico

Il Prefetto della Congregazione per l'Educazione Cattolica spiega che "per rafforzare la propria fede non basta lo studio, ma è necessario un vivo contatto personale con Dio"

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del cardinal Zenon Grocholewski,
prefetto della Congregazione per l'Educazione Cattolica

CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 10 ottobre 2012 (ZENIT.org) - Si deve porre seriamente la domanda: perchè il costante aumento del numero delle nostre istituzioni educative è accompagnato da una crescente crisi della fede? Che cosa le rende così poco efficaci nel risvegliare la fede e nel campo dell’evangelizzazione? Vorrei prospettare al riguardo tre accorgimenti, che pur non avendo carattere di novità, richiedono di essere di nuovo presentati, seriamente pensati e forse seguiti da ulteriori approfondimenti.

Ho letto il seguente significativo giudizio di un laico circa un sacerdote: “Egli è molto forte in catechesi e omelie, ma non altrettanto forte in evangelizzazione [...] Egli sa veramente molto su Dio, ma non sono sicuro se egli conosca Dio abbastanza. Sembra che non abbia una sufficiente esperienza di Gesù”.

Per rafforzare la propria fede, per conoscere Dio e per essere strumento efficace di evangelizzazione non basta lo studio, la conoscenza intellettuale, ma è necessario un vivo contatto personale con Dio. Se questa consapevolezza diventasse veramente vita, certamente le nostre istituzioni educative, soprattutto di studi superiori, ma anche le scuole, sarebbero più coscienti del loro compito di evangelizzazione e sarebbero importanti strumenti nella sua realizzazione.

Nonostante ci siano al riguardo le indicazioni del Concilio Vaticano II e del Magistero postconciliare, e che la questione sia stata trattata nel recente documento della Commissione Teologica Internazionale (La Teologia oggi: Prospettive, Principi e Criteri, 29 XI 2011, n. 37-44), rimane ancora nella prassi poca chiarezza circa la relazione fra il ruolo della teologia e del Magistero della Chiesa.

Gesù non ha lasciato la nostra comprensione della Sacra Scrittura e della Tradizione in balia delle diverse opinioni, che evidentemente possono essere anche molto divergenti e stravaganti, nonché seminare continuamente incertezza e confusione, ma ci ha lasciato il grande tesoro del Magistero, “la cui autorità viene esercitata a nome di Gesù Cristo [...] con l’assistenza dello Spirito Santo” (Dei verbum, 10b). Questo ovviamente non diminuisce il ruolo e la creatività dei teologi, ma li responsabilizza. Comunque, il ruolo dei teologi nell’opera dell’evangelizzazione viene spesso vanificato perché manca la consapevolezza dell’importanza vitale del Magistero.

Il piu grande ostacolo per diventare teologo (o pastore) costruttivo, e quindi efficace nella prospettiva della nuova evangelizzazione, è senza alcun dubbio la superbia con il suo alleato naturale: l'egoismo. La mania di diventare grande, originale, importante, riduce non pochi ad essere “pastori che pascono se stessi e non il gregge” (cf Ez 34, 8; cf. Sant’Agostino, Discorso sui pastori), in realtà diventando poco rilevanti nel Regno dei Cieli, controproducenti per la crescita della Chiesa e per l’evangelizzazione.

Siccome in ognuno di noi, dopo il peccato originale, c’è una dose di superbia, dobbiamo costantemente fare in questa materia un solido esame di coscienza e, ai piedi: della croce, imparare l’umiltà e l’amore autentico. Tutti e tre gli accorgimenti rilevano l'importanza della conversione di noi stessi per poter avvicinare gli altri a Cristo e arricchirli con i tesori del Vangelo.