Al Movimento Mariano di Famiglie “Comunità delle Beatitudini” crescono fede e vocazioni

| 378 hits

ROMA, venerdì, 28 maggio 2004 (ZENIT.org).- I numeri da soli, si sa, non dicono molto su un’esperienza di fede. Eppure un gruppo di circa 170 famiglie, l’equivalente di una piccola parrocchia, posto nel cuore della pianura emiliana, da cui sono venute, e proprio a partire dagli anni in cui la situazione vocazionale si è fatta più difficile nell’intera regione, 16 vocazioni sacerdotali, una ventina di vocazioni al diaconato permanente e una quindicina di consacrazioni femminili, avviate o inserite in vari istituti di vita religiosa, richiama certamente l’attenzione.



Il soggetto in questione è il Movimento Mariano di Famiglie “Comunità delle Beatitudini”, un’esperienza di vita cristiana iniziata nei primi anni ’60 a Sant’Ilario d’Enza, diocesi di Reggio Emilia e Guastalla, cresciuta come un granello di senapa all’ombra del suo fondatore, don Pietro Margini, ed oggi diffusa in varie zone di quella diocesi.

Tratto peculiare di questa comunità è la valorizzazione della famiglia cristiana, la sottolineatura dell’altezza della vocazione matrimoniale. Per conoscere il carisma e la vita della Comunità delle Beatitudini, ZENIT ha intervistato uno dei sacerdoti di riferimento per questa realtà: don Luca Ferrari.

Don Luca, come nasce la Comunità delle Beatitudini?

Don Luca Ferrari: Ispiratore e padre dell’esperienza delle Comunità delle Beatitudini è mons. Pietro Margini, sacerdote morto nel 1990, che assieme a don Dino Torregiani (Servi della Chiesa) e don Mario Prandi (Case della Carità), è stata una delle eminenti figure di “fondatori” provenienti dal clero reggiano nel secolo scorso.

Nato a Sant’Ilario d’Enza nel 1917, consacrato dalla madre alla Vergine del Monte Carmelo ancora prima della nascita, il giovane Pietro Margini manifesta la sua vocazione fin dalla prima adolescenza e viene ordinato sacerdote nel 1940.

Mandato come vicario parrocchiale a Correggio, nella bassa reggiana, e diventato lì assistente di entrambi i rami giovanili dell’Azione Cattolica, si dedica fin da subito ad un’intensa opera di direzione spirituale grazie alla quale riesce a raccogliere attorno a sé una fitta schiera di giovani. Diversi di questi, una volta divenuti sposi, non esitano a cambiare paese quando il giovane curato, nel 1960, è nominato parroco nel proprio paese natale.

Lì don Margini, ricominciando da capo il lavoro iniziato a Correggio, si dedica dapprima a preparare un numero di catechisti qualificati, insegnando a loro e ad altri a nutrirsi dei Padri della Chiesa e dei documenti ufficiali del magistero, prima che delle fiorenti ambiguità teologiche dell’epoca, e rendendoli corresponsabili nella guida dei gruppi minori di AC.

Già a partire dal ministero correggese, inizia ad unire in piccoli gruppetti alcune coppie di fidanzati e di sposi a lui vicini, che sarebbero poi divenute la base portante della futura Comunità delle Beatitudini, oltre che la nota più originale e discussa della sua attività di pastore d’anime. In relativo anticipo sui tempi, infatti, don Margini intuisce come le coppie cristiane si sarebbero trovate al centro di una rivoluzione culturale destabilizzante.

Per questo ritiene che ad esse vada indicata una via per alimentare e custodire la propria vocazione e la stessa vita di fede, per essere segno profetico e incarnato dell’Amore di Dio e per far fronte ad una responsabilità educativa nei confronti dei figli che si preannuncia molto impegnativa.

Intuisce che la provvidenziale “apertura al mondo” a cui la Chiesa si apprestava durante il papato di Giovanni XXIII e di Paolo VI avrebbe avuto bisogno, per essere efficace, di uno speciale vigore spirituale, onde evitare una semplice dissoluzione della Chiesa nel mondo.

Pensa inoltre che la chiamata universale alla santità, da lui colta come uno dei punti chiave del Concilio, avrebbe necessitato per i laici di proposte di vita sì esigenti, ma non semplicemente ricalcate su quelle dei religiosi: sarebbe stato necessario elaborare un cammino nuovo, che tenesse conto dei ritmi di vita e delle nuove esigenze di uomini e donne fidanzati o coniugi.

Come è organizzata la Comunità?

Don Luca Ferrari: Il Movimento Mariano di Famiglie “Comunità delle Beatitudini”, è composto da piccole comunità di famiglie – ognuna delle quali prende il nome da un mistero di Cristo, di Maria o della Chiesa, che diventa così la “tensione spirituale” di riferimento – composte in media da quattro/cinque nuclei familiari – che spesso scelgono di vivere vicini di casa, all’interno delle stesso condominio o della stessa via. Responsabile delle comunità è, per volere espresso da don Margini nel suo testamento alle comunità, un laico, Romano Onfiani.

Le famiglie della comunità sono inserite a pieno titolo nel mondo, ma dedite alla collaborazione stretta con la parrocchia, impegnate a sostenersi vicendevolmente nel cammino cristiano, con momenti di condivisione e di preghiera, e orientate a coltivare rapporti di amicizia qualitativa al loro interno, come “segno e strumento” di carità nella Chiesa.

Comunità a loro volta inserite in un percorso spirituale unitario – quello appunto del Movimento Mariano di Famiglie “Comunità delle Beatitudini”, a cui sono legati anche un buon numero di sacerdoti e di consacrati, riuniti a loro volta in piccole comunità – nella pratica dei consigli evangelici e nella ricerca di una “misura alta della vita cristiana”; celebrazioni liturgiche, momenti di formazione teologica, ritiri ed esercizi spirituali, sotto la guida prima dello stesso don Margini, poi, col tempo, dei sacerdoti della comunità, alimentano costantemente la comune spiritualità.


Quale il rapporto dei sacerdoti con le famiglie? In che modo i sacerdoti esercitano la loro cura pastorale?

Don Luca Ferrari: Dalla morte di don Pietro, i sacerdoti che ne hanno raccolto lo stile e l’eredità hanno ricoperto vari incarichi nella chiesa diocesana. Essi attendono anzitutto al loro ministero come “pastori dell’insieme” ed hanno continuato, nella misura possibile, ad accompagnare il cammino delle comunità.

Progressivamente si è chiarita anche la convinzione che la stretta correlazione tra le vocazioni che ha caratterizzato il ministero di mons. Margini costituisce un aspetto di grande rilevanza per i membri della Comunità. Per i sacerdoti cresciuti in questo spirito si è resa sempre più evidente la natura della relazione con le famiglie e i consacrati all’interno della pastorale ordinaria, fino a riconoscervi ciò che permea la forma del loro ministero ordinato.

In particolare, la convinzione che ogni vocazione è data, a suo modo proprio, per l’edificazione del Regno di Dio, ha dato vita a varie forme di condivisione: non solo tra sacerdoti, ma anche tra laici, religiosi e sacerdoti nella cura della parrocchia. In questo modo la comunità parrocchiale cresce attorno ad un ideale di comunione concreto e visibile, che da un lato rende capace ogni vocazione di apertura e servizio alle altre vocazioni, e dall’altro diviene segno tangibile e fermento di comunione nella parrocchia stessa.

Il rapporto tra comunità che vivono un diverso stato di vita diventa decisivo per la qualità delle vocazioni, che si illuminano reciprocamente: come sacerdoti apprendiamo dalla famiglia lo stile di totale dedizione ed entriamo in una reale sintonia con la vita familiare, per contribuire a rendere la parrocchia una vera famiglia; la famiglia, attraverso una consuetudine e profonda amicizia con il sacerdote, è quotidianamente sostenuta nel compito di offrire se stessa per il Regno di Dio. Questo confronto, collaborazione e disponibilità diventa fondamentale nell’educazione dei figli, in cui nessuna vocazione può considerarsi autosufficiente.

È indubbiamente auspicato che lo spazio di questa effettiva reciprocità possa dilatarsi, per il significativo contributo che tale esperienza – crediamo – può portare alla Chiesa; d’altra parte, le linee del magistero di Giovanni Paolo II e dell’episcopato (a partire dai documenti della CEI sulla famiglia e in particolar modo la Novo Millennio Ineunte), hanno indicato con chiarezza alcune priorità pastorali nelle quali la comunità delle Beatitudini ha visto rispecchiata la propria identità e confermata l’intuizione che l’ha generata.

Accanto al cammino degli sposi, c’è una via anche per i fidanzati o per le coppie che non hanno ancora maturato la decisione del matrimonio?

Don Luca Ferrari: Convinto che “ciò che salva la Chiesa al tempo presente è la gloria delle famiglie sante”, don Pietro Margini ha insegnato a tenere sempre in altissima considerazione la dignità propria della vocazione matrimoniale.

Ognuno vede oggi la grande disparità di impegno che come comunità cristiana si pone nella formazione dei candidati al sacerdozio rispetto ai percorsi formativi per le vocazioni alla famiglia; eppure, chi vi è chiamato si trova di fronte a sfide impegnative ed esigenti, soprattutto se desidera raccogliere e tradurre seriamente il prezioso dono del Magistero sulla vocazione coniugale.

Proprio per questo, all’interno della Comunità, grande attenzione è posta a far sì che la vocazione al matrimonio sia coltivata nel tempo, fin dai primi anni del fidanzamento, perché i giovani possano acquisire progressivamente la responsabilità a cui sono chiamati.

In tale contesto si inserisce la pratica, iniziata da don Pietro e tuttora usuale tra i membri ed i simpatizzanti di questo movimento, di celebrare pubblicamente la festa di fidanzamento, con relativa benedizione, che permette ai giovani di percepire la relazione affettiva come un bene che avvicina a Dio e alla comunità cristiana di farsi carico del cammino della coppia, nella preghiera e nella azione pastorale.

Nel cammino formativo, poi, si è riscontrata la necessità di un’educazione all’amore condivisa tra le varie vocazioni, che accompagni i giovani fin dall’infanzia e che non si interrompa nell’adolescenza e giovinezza, perché ciascuno trovi il terreno adatto al fiorire di ogni vocazione, che il Signore dona per realizzare la pienezza di carità in un progetto di edificazione del Regno di Dio. Un’attenzione particolare, nel periodo di formazione soprattutto, è sempre stata posta alla virtù della purezza, che dispone ad un amore limpido, fedele e generoso.


Quali sono le forme d’apostolato della Comunità?

Don Luca Ferrari: La più alta testimonianza cristiana è il “come ci si vuole bene”, segno distintivo dell’appartenenza a Cristo. Il desiderio di corrispondere a questa chiamata rappresenta una priorità, radice di ogni iniziativa missionaria.

E al contempo l’impegno professionale e sociale di ciascun laico, come la disponibilità gratuita espressa nell’educazione e nell’accoglienza in famiglia dei figli e di tanti giovani, rappresenta già una via privilegiata di testimonianza, a cui i membri della Comunità delle Beatitudini dedicano particolare attenzione.

Dall’esperienza della Comunità, sono scaturiti presto anche tanti progetti di apostolato e opere di carità, spesso controcorrente rispetto a una cultura che, anche nelle nostre terre, ha preferito la delega educativa.

Questa sensibilità si concretizza con la nascita a Sant’Ilario, a partire dagli ultimi anni Settanta, dapprima di una Scuola Magistrale, poi dell’Istituto Magistrale “San Gregorio Magno”, divenuto in seguito Liceo della Comunicazione, ed infine di una scuola familiare elementare e media, che la Comunità delle Beatitudini ha portato avanti fino ad oggi in modo del tutto gratuito, grazie al solo apporto del volontariato dei membri della Comunità.

L’opera di formatore di coscienze ha assorbito don Pietro in una dedizione totale, particolarmente sul fronte spirituale e culturale. Egli ha desiderato che le comunità fossero unite anche nell’azione concreta come caratteristica dell’impegno nel mondo che chiama particolarmente i laici in prima linea, secondo l’antropologia cristiana, a contribuire con responsabilità alla edificazione della città degli uomini. In questa direzione sono nate varie iniziative.

Tra queste segnalo un’esperienza di particolare spessore che ha sviluppato don Carlo Sacchetti, dando vita con Elpis (www.elpismedia.com ) ad un progetto che si rivolge particolarmente ai giovani e alle famiglie per favorire lo sviluppo di una cultura cristiana mediante le nuove tecnologie.

Sulla medesima linea di continuità viene avviata anche un’attività “innovativa” di oratorio. Sostenitore delle potenzialità magnifiche degli oratori, anche in anni dove in diocesi forti erano le spinte a dismettere tali strutture in nome di un cristianesimo che si sarebbe dovuto fondare sul puro ascolto della Parola, mons. Margini trasmise ai suoi figli spirituali l’idea di creare forme aggregative per i ragazzi capaci di quell’attrattiva che da don Bosco in poi avevano storicamente avuto, ma che i cambiamenti culturali e sociali stavano fortemente compromettendo.

Negli ultimi anni poi, pur senza trascurare le forme classiche di attività oratoriale (ricreative e sportive in primo luogo), la Comunità delle Beatitudini ha riconosciuto negli strumenti informatici un nuovo e potente mezzo di convivialità e di educazione per adolescenti e giovanissimi.

Questa consapevolezza ha accompagnato la nascita, a Sassuolo, della Fondazione Incendo (http://www.fondazioneincendo.org ), legata anch’essa alla Comunità, che oggi, tra le altre finalità, si occupa appunto di formare cristianamente i ragazzi, attraverso l'adozione di tecnologie informatiche e multimediali, e di guidare i giovani nell'accesso a strumenti preziosi e complessi che chiedono di essere accostati con maturità e competenza.

Grazie all’esperienza acquisita, i ragazzi possono attrezzarsi a vivere l’Oratorio non come un luogo del “tempo perso” o della generica aggregazione, ma, come voleva don Bosco, come spazio per formarsi umanamente come figli di Dio, apprendendo uno stile di amicizia e aprendosi verso molteplici capacità professionali e di servizio.