Albino Luciani: uomo di fede e di cultura

Il 26 agosto 1978 l'allora patriarca di Venezia, cardinale Albino Luciani, venne eletto Papa

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di Vincenzo Bertolone,
Arcivescovo metropolita di Catanzaro-Squillace

ROMA, lunedì, 27 agosto 2012 (ZENIT.org).- Quella del 1978 non fu un’estate qualsiasi per la Chiesa cattolica. Il 6 agosto, infatti, dopo 15 anni di pontificato, venne meno Paolo VI. Il 26 agosto, dopo un rapidissimo Conclave – 2 giorni e 4 votazioni – venne eletto papa il patriarca di Venezia, che prese il nome di Giovanni Paolo I: Albino Luciani, «papa del sorriso», «papa umile», «papa catechista», «papa parroco del mondo», «sorriso di Dio». Il 17 ottobre 1978 avrebbe compiuto 66 anni, ma non festeggiò quel compleanno. Il suo pontificato durò appena 33 giorni. All’alba del 28 settembre il nuovo pontefice venne trovato esanime nella sua camera da letto.

Ci sta a cuore di ricordarlo in occasione della sua elezione al soglio pontificio, avvenuta appunto il 26 agosto 1978. All’indomani della sua elezione, nella Cappella Sistina, davanti all’altare sotto il Giudizio di Michelangelo Buonarroti, «l’umile e ultimo servo dei servi di Dio» lanciò il primo – e sarà anche l’unico – messaggio in mondovisione: il discorso urbi et orbi. Avendo ancora «l’animo accasciato dal pensiero del tremendo ministero» di sacerdote, di maestro e di pastore, ma sicuro della «presenza confortatrice e dominatrice del Figlio di Dio» nella Chiesa, «tenendo la sua mano in quella di Cristo» e «appoggiandosi a lui», «autore della salvezza e principio di unità e di pace», amabilmente si rivolse a tutti gli uomini, vedendo in essi «unicamente degli amici e dei fratelli», «assetati di vita e d’amore».

Nel solco tracciato dai predecessori invitò soprattutto «i diletti figli e figlie dell’intero orbe cattolico», «uniti nell’unico vincolo dell’amore», «a prendere coscienza sempre maggiore della loro responsabilità», ad essere «pronti a dare testimonianza della propria fede», ad offrire quel surplus d’anima che «solo può assicurare la salvezza» al mondo, «magnifico» e al contempo «tormentato» e tentato di «sostituirsi a Dio con l’autonoma decisione che prescinde dalle leggi morali, porta l’uomo moderno al rischio di ridurre la terra a un deserto, la persona a un automa, la convivenza fraterna a una collettivizzazione pianificata, introducendo non di rado la morte là dove invece Dio vuole la vita» (1).

Il suo discorso si snodò in sei punti programmatici, introdotti dalla parola carica di incisività e non abituale nel linguaggio di un papa: «Vogliamo».

«Vogliamo continuare nella prosecuzione dell’eredità del Concilio Vaticano II, le cui norme sapienti devono tuttora essere guidate a compimento, vegliando a che una spinta, generosa forse ma improvvida, non ne travisi i contenuti e i significati, e altrettanto che forze frenanti e timide non ne rallentino il magnifico impulso di rinnovamento e di vita; vogliamo conservare intatta la grande disciplina della Chiesa, nella vita dei sacerdoti e dei fedeli, quale la collaudata ricchezza della sua storia ha assicurato nei secoli con esempi di santità e di eroismo, sia nell’esercizio delle virtù evangeliche sia nel servizio dei poveri, degli umili, degli indifesi […]; vogliamo ricordare alla Chiesa intera che il suo primo dovere resta quello della evangelizzazione, le cui linee maestre il nostro predecessore Paolo VI ha condensato in un memorabile documento: animata dalla fede, nutrita dalla parola di Dio e sorretta dal celeste alimento dell’Eucaristia, essa deve studiare ogni via, cercare ogni mezzo, «opportune, importune» (2Tm 4,2), per seminare il Verbo, per proclamare il messaggio, per annunciare la salvezza che pone nelle anime l’inquietudine della ricerca del vero e in questa le sorregge con l’aiuto dall’alto; se tutti i figli della Chiesa sapranno essere instancabili missionari del Vangelo, una nuova fioritura di santità e di rinnovamento sorgerà nel mondo, assetato di amore e di verità; vogliamo continuare lo sforzo ecumenico, che consideriamo l’estrema consegna dei nostri immediati predecessori, vegliando con fede immutata, con speranza invitta e con amore indeclinabile alla realizzazione del grande comando di Cristo: «Ut omnes unum sint» (Gv 17,21), nel quale vibra l’ansia del suo cuore alla vigilia dell’immolazione del Calvario […]; vogliamo proseguire con pazienza e fermezza in quel dialogo sereno e costruttivo […]; vogliamo infine favorire tutte le iniziative lodevoli e buone che possano tutelare e incrementare la pace nel mondo turbato: chiamando alla collaborazione tutti i buoni, i giusti, gli onesti, i retti di cuore, per fare argine, all’interno delle nazioni, alla violenza cieca che solo distrugge e semina rovine e lutti, e, nella vita internazionale, per portare gli uomini alla mutua comprensione, alla congiunzione degli sforzi che favoriscano il progresso sociale, debellino la fame del corpo e l’ignoranza dello spirito, promuovano l’elevazione dei popoli meno dotati di beni di fortuna eppur ricchi di energie e di volontà» (2). Balza agli occhi una programmazione di spunti originali: fede e cultura trovano una felice sintesi.

È un input con la tinta solenne e allo stesso tempo affettuosa, che sembra nascere dalle delicate intermittenze del suo tenero cuore. Poco dopo, alla loggia centrale della basilica di San Pietro, di fronte alla spettacolare piazza ideata da Gian Lorenzo Bernini, con voce commossa e meravigliata e un sorriso da fanciullo, commentò come nessun altro papa la propria elezione. Spazzando via il «noi» maiestatico, annullò le distanze e ravviandosi un ciuffetto sulla fronte seppellì l'uso della tiara sul capo. Il suo stile di ‘fare’ il papa, umile, semplice, creativo e diretto, subito entusiasmò la folla sulla piazza ovale e fece esplodere i toni dell’affetto anche nei Palazzi vaticani. Non ci poteva essere, per i “piccoli” di cui parlava Gesù, gioia più grande che scoprire un papa così alla mano. Il «povero papa» o il «povero Cristo», come amava definirsi, era interessato al servizio di «pastore universale».

Iniziando trepido e fiducioso la sua missione, il 3 settembre, si pose «a disposizione totale della Chiesa e della società civile, senza distinzione di razze o di ideologie, per assicurare al mondo il sorgere di un giorno più sereno e più dolce». «Solo Cristo – affermò – potrà far sorgere la luce che non tramonta, perché egli è il “sole di giustizia” (cfr. Ml 3,20), ma egli pure attende l’impegno di tutti», per «irradiare l’incanto dell’intatta adesione agli ideali evangelici», «vivificare la società», «formare energie pulsanti di generosità, di equilibrio, di dedizione al bene comune», «farsi strumenti efficaci e responsabili di un ordine nuovo, più giusto e più sincero», «elevare il mondo a una sempre maggiore giustizia e a una più stabile pace» (3).

Nel discorso del 10 settembre chiese ai rappresentanti della stampa internazionale di «avvicinare meglio i propri simili, percepirne più da vicino l’ansia di giustizia, di pace e di fraternità, instaurare con essi vincoli più profondi di partecipazione, di intesa e di solidarietà in vista di un mondo più giusto e umano». «Conosciamo – disse – la mèta ideale verso la quale ognuno di voi, nonostante difficoltà e delusioni, orienta il proprio sforzo, quella cioè di arrivare, attraverso la “comunicazione”, a una più vera ed appagante comunione. È la mèta verso la quale aspira […] anche il cuore del vicario di Colui, che ci ha insegnato a invocare Dio come Padre unico e amoroso di ogni essere umano. [..] Vi chiediamo di voler contribuire anche voi a salvaguardare nella società odierna quella profonda considerazione per le cose di Dio e per il misterioso rapporto tra Dio e ciascuno di noi, che costituisce la dimensione sacra della realtà umana. Vogliate comprendere le ragioni profonde per cui il papa, la Chiesa e i suoi pastori devono talvolta chiedere, nell’espletamento del loro servizio apostolico, spirito di sacrificio, di generosità, di rinuncia per edificare un mondo di giustizia, di amore, di pace» (4).

I suoi quattro discorsi del mercoledì, incentrati sui temi dell’umiltà, fede, speranza e carità, pronunciati a braccio e intarsiati di sorrisi, di riferimenti inediti e di aneddoti personali, lo rivelavano pienamente il pastore e il catecheta, sia pure docente in una cattedra quanto mai importante. «Scienza di Dio e scienza dell’uomo, cioè la teologia e pedagogia, sono le travi portanti della cultura di Luciani, uno dei più efficaci specialisti di catechesi per l’infanzia, uno dei divulgatori più affabili delle grandi indagini teologiche» (5). In fondo, tutti i suoi scritti, erano modulati sullo stesso timbro: una grande catechesi indirizzata ad un pubblico eterogeneo e sempre più vasto, fino a comprendere il mondo intero.

Il suo vissuto di fede tutt’ora suscita ammirazione e risulta particolarmente incisivo in vista dell’ormai imminente inizio dell’«Anno della Fede». E’ un vissuto di fede intelligente, quello di Luciani, che – pur senza divenire una esposizione o una elaborazione teologica sistematica – fa sulle verità che contempla una riflessione originale: sapida o saporosa, ne assimila il senso profondo e lo cala nel concreto esistenziale e operativo. E non può essere diversamente, perché la rivelazione cristiana è un messaggio di vita e per ciò stesso è un tutt’uno indivisibile che abbraccia tutto l’essere umano, corporale e spirituale, intellettuale, volitivo e affettivo, individuale e sociale. E l’esperienza religiosa non è fondamentalmente né esclusivamente cosa dell’intelletto, poiché solo quando le verità religiose giungono a toccare e sommuovere l’anima nelle sue profondità esistenziali si ha esperienza religiosa in senso proprio. La persona religiosa si rapporta a Dio, più che con un assenso logico, con un’adesione reale ed esistenziale, che chiede di tradursi in adorazione ed amore.

Per questo Luciani con forza e più volte insiste, affinché la luce della verità cristiana divenga parola di vita per gli uomini di oggi. In una relazione, letta l’8 dicembre 1967 alla Conferenza episcopale triventina, facendo proprie le affermazioni di monsignor Carlo Colombo, vescovo e teologo, scrive che la stessa cultura «non deve essere distaccata dalla vita spirituale della comunità cristiana»; «tutta la comunità cristiana, tutti i pastori in modo speciale, devono sentirsi impegnati nel creare le condizioni perché un rinnovamento e una maggior diffusione della cultura teologica divenga alimento di una fede più viva» (6).

E, citando un perito conciliare, ricorda che «la cultura teologica esige un impegno spirituale» (7), affinché essa illumini la mente, animi il cuore e informi la vita e faccia sì che l’esistenza del cristiano sia una risposta alle esigenze dello Spirito di Dio. Sono necessarie allora la «metànoia», la liberazione della spiritualità dalla filosofia e da tutte le sovrastrutture umane per ridarle il volto serio derivante dalla Bibbia, il linguaggio del dialogo con Dio, sia personale che comunitario, il ritorno al Vangelo che contiene il Verbum crucis, perché «l’unica spiritualità valida, che non può illudere e lasciar delusi, è proprio quella che è impostata radicalmente sulla Parola della croce» (8).

Non possiamo fare altro che rallegrarci cogliendo questo indirizzo nella sua Opera omnia che raccoglie quanto egli ebbe a scrivere nel corso della sua vita per trasmettere messaggi teologici e morali profondi, ma comprensibili a tutti. Ogni suo scritto nasce in un determinato momento storico e per destinatari specifici, con uno scopo/orientamento o spirito particolare, eminentemente apostolico, “pastorale-pratico” (9).

È un capolavoro di pastoralità e di catechetica, un codice di etica cristiana, una compresenza di esperienza vitale, di affetto, di sentimento e di intelletto, una teologia affettiva, orientata al rinnovamento o miglioramento della vita.

Infatti, l’amore per la catechesi, inteso come passione comunicativa a servizio della verità cristiana, e non come forma ridotta e quasi domestica di evangelizzazione, era «accanto al sorriso – osserva padre Ugo Sartorio, direttore del Messaggero di Sant’Antonio – la caratteristica di Luciani, per tutta la sua vita». Egli rimaneva sempre il catecheta e lo scritto era solo la traccia di un messaggio che doveva essere immediato e tempestivo per le necessità del suo popolo. «Si direbbe anche – scrive don Giorgio Fedalto, curatore dell’Opera omnia – che egli non trovasse tempo da dedicare se non a una continua catechesi, aperta ormai a una quantità di nuove tematiche, in linea con le esperienze vaticane e cattoliche» (10).

La sua Opera11, ha un carattere teso ed a volte drammatico, perché registra i suoi sforzi nel trovare dei punti d’aggancio con la cultura del suo tempo e nel lasciarsi guidare ed illuminare dalle fonti autentiche della vita dello spirito: Sacra Scrittura e dogma, ricchi filoni della tradizione spirituale della Chiesa, alcuni modelli e punti di riferimento, come Gregorio Magno, Carlo Borromeo, - di cui assunse il motto episcopale: Humilitas - Francesco di Sales, Alfonso Maria de’ Liguori, ma anche Antonio Rosmini con il suo concetto di «caritas intellettuale», Jacques Maritain e Paolo VI e, soprattutto, dal Vaticanum II. A tutto dà un’impronta propria, grazie ad uno stile rapido e vivace e ad una facile comunicativa che si fonda soprattutto sull'eloquio semplice, sobrio e modesto, scarno ed essenziale, quello appreso in famiglia, e arricchito di episodi ed immagini, sui modi dimessi e sul franco riconoscimento dei limiti umani che segnano anche la sua persona.

Giovanni Paolo I fu davvero una meteora che illuminò il cielo buio dei suoi tempi, faticosi e intrisi di paure. «Io sono ottimista», scriveva. «L’umile successore di Pietro non è stato ancora tentato dallo scoraggiamento. Ci sentiamo forti nella fede e con Gesù al nostro fianco possiamo attraversare non solo il piccolo mare di Galilea, ma tutti i mari del mondo».

Speranza e fiducia. In Dio, ed in un mondo e in umanità migliori: l’eredità spirituale e culturale del papa dei 33 giorni.

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NOTE

1) A. LUCIANI - GIOVANNI PAOLO I, Opera omnia. A cura del Centro di Spiritualità e di Cultura «Papa Luciani» di Belluno, IX, Padova 20112, 18-19. D’ora in poi la sigla: OAL

2) ivi, 20-21.

3) ivi, 22-24.

4) ivi, 34-35.

5) V. BRANCA, «Gente Veneta», 2 settembre 1978, 11.

6) Rapporti tra cultura teologica e spiritualità: OAL. IV. 88.

7) ivi, 97.

8) ivi, 96.

9) cfr. A. ZAMBARBIERI, Connubio tra intelligenza e pastorale, «Vita Pastorale» 6 [2012] 84.

10) Premessa: OAL I 8-9.

11) pubblicata dalla Editrice Grafiche Messaggero di S. Antonio (ALBINO LUCIANI-GIOVANNI PAOLO I, op. cit., I-IX, Padova 20112 [Padova 1988-19891]), per iniziativa del Centro di Spiritualità e di Cultura «Papa Luciani» di Santa Giustina Bellunese.