Amare i poveri non vuol dire "assisterli" ma vivere al loro fianco

I coniugi Davide e Anna Dotta testimoniano la loro esperienza di missionari ad Haiti assieme ai loro figli in età prescolare

Citta' del Vaticano, (Zenit.org) Luca Marcolivio | 334 hits

Anche le famiglie possono dare il loro contributo nell’ambito di una “Chiesa povera per i poveri”. È il caso dei coniugi Davide Dotta e Anna Zumbo, missionari ad Haiti per conto della Caritas dal 2010 al 2013, assieme ai due figlioletti Giona e Tobia.

I signori Dotta hanno reso la loro testimonianza in Sala Stampa Vaticana, subito dopo la presentazione del Messaggio di papa Francesco per la Quaresima 2014, da parte del cardinale Robert Sarah, presidente del Pontificio Consiglio “Cor Unum”.

Davide partì per Haiti nel febbraio 2010, poche settimane dopo il terribile terremoto che devastò il paese caraibico, peraltro già martoriato da decenni di sottosviluppo e malgoverno: la moglie e i figli l’avrebbero raggiunto nel giro di qualche mese.

“La Caritas italiana – ha raccontato la signora Zumbo - ci proponeva un tipo di intervento che era quello dell’accompagnamento della Chiesa e della Caritas haitiane, assieme a tutte le organizzazioni ecclesiali locali”.

In un contesto di post-emergenza, la sfida per questa giovane famiglia italiana è stata quella di “intessere relazioni significative con i nostri partner, non solo per fronteggiare l’emergenza ma per far nascere progetti condivisi di lungo periodo che partissero realmente dal basso”, ha spiegato la missionaria laica.

Come ha raccontato Anna, Haiti è un paese che ha conosciuto varie forme di colonialismo, anche dopo l’indipendenza, con effetti “ancora più disastrosi”, sui quali pesa la forte ingerenza internazionale: uno scenario che rendeva ancora più difficile l’intervento di missionari stranieri.

“I poveri sanno che spesso il potere e il lusso si trasformano in idoli che minacciano la dignità umana e la fratellanza universale”, tuttavia, “non riescono ad emanciparsi dalla dipendenza dai ricchi, rimangono degli assistiti e ragionano come tali”, ha proseguito la missionaria.

La prospettiva più scontata per la famiglia Dotta era quindi quella di limitarsi ad essere dei semplici “assistenti”, tuttavia “assistere è più facile che condividere” e “non crea una relazione abbastanza forte tra chi chiede aiuto e chi lo dà”.

Di qui la scelta, dopo alcuni mesi, di abbandonare la zona residenziale della capitale, per trasferirsi in periferia, in una casa spartana, con il tetto in lamiera, senza inferriate, né portoni di ferro, né guardiani armati.

Giona e Tobia vengono iscritti alla locale scuola materna creola, dove fanno amicizia con i bambini più poveri del quartiere, lontani dai luoghi aggregazione e dei servizi a disposizione degli stranieri (negozi, locali, ospedali).

Una scelta di povertà, dunque: niente luce elettrica in casa, spesa al mercato in mezzo a strade piene di fango piuttosto che in supermarket ad aria condizionata, messa in parrocchia e non solo alla nunziatura apostolica.

La famiglia Dotta sceglie dunque di uscire dal ‘palazzo’, per adottare uno stile di vita sobrio, vivere in mezzo agli haitiani più umili, condividendone la visione della realtà, intrecciare una relazione fraterna con loro, avviando un vero processo di sviluppo.

“Ci siamo integrati nel quartiere, abbiamo condiviso la tenerezza di momenti come le nascite, i giochi dei bambini, la compassione dei malati, la gioia della condivisione dei pasti, tutte esperienze che ci sarebbero state precluse se fossimo rimasti nel ‘palazzo’”, ha raccontato ancora Anna.

Unica famiglia con bambini giunta ad Haiti dopo il terremoto, i Dotta hanno imparato innumerevoli cose a partire dal “mettersi da parte per valorizzare gli altri e insieme a loro scoprire anche se stessi”, facendo esperienza di “una comunione che genera qualcosa di nuovo, di più bello che se fatto da soli”.

Questa giovane famiglia italiana ha anche scoperto che “la povertà non limita ma sforza ed espande la ricchezza culturale e morale. Abbiamo sperimentato che per accompagnare qualcuno bisogna conoscerlo, capirlo e avere idea di dove vuole andare, imparare a parlare il suo linguaggio, comprendere il suo universo di significato, indispensabile per creare una relazione duratura”.

Convivere con una popolazione come quella haitiana, significa anche saper accettare i loro tempi più lunghi, la loro concezione della vita dove la fretta è un’attitudine quasi sconosciuta.

“Povertà vuol dire non pretendere di fare tutto da soli ma portare pazienza ed essere disponibili”, ha commentato Anna Zumbo.

L’esperienza haitiana è stata oltremodo significativa anche per i piccoli Tobia e Giona, giunti con mamma e papà nel paese caraibico, all’età di due anni e mezzo e otto mesi. In questi tre anni i bambini “hanno avuto accesso ad opportunità che in Italia non avrebbero avuto”, ha detto la madre.

“Dicevano che eravamo matti a portarli lì – ha proseguito la signora Zumbo – invece è stata una grande esperienza per loro. Hanno imparato la sobrietà, a cenare a lume di lampada d’olio, indifferenti all’abitino che portavano addosso, a camminare scalzi per strada…”.

Tobia e Giona hanno anche “sperimentato la diversità culturale, altri cibi, sapori, odori, tradizioni, hanno imparato a provare affetto profondo per persone molto diverse da loro, a vivere la comunione con bambini del quartiere, accogliendoli in casa come fratelli, condividendo con loro il pane della merenda e ogni giocattolo”.

Adesso che la famiglia Dotta è definitivamente rientrata in Italia, i due bambini “fanno fatica a vivere questa forma di fraternità così genuina e spontanea”, ha proseguito la madre.

Si erano infatti abituati a “vivere con la casa sempre aperta, ad accogliere sempre ospiti. E ci chiedono perché i loro nuovi amichetti non vogliono venire tutti i giorni a trovarli…”.