Amministratori del Bene e non solo dei beni

Lectio Divina di monsignor Francesco Follo per la XXV domenica del Tempo Ordinario

Parigi, (Zenit.org) Mons. Francesco Follo | 335 hits

Monsignor Francesco Follo, osservatore permanente della Santa Sede presso l'UNESCO a Parigi, offre oggi la seguente riflessione sulle letture liturgiche per la XXV.ma domenica del Tempo Ordinario – Anno C.

Di consueto, il presule propone anche una lettura patristica.

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LECTIO DIVINA

Amministratori del Bene e non solo dei beni

Rito romano

XXV Domenica del Tempo Ordinario – Anno C – 22 settembre 2013.

Am. 8, 4-7; 1Tim 2, 1-8; Lc. 16, 1-13

Come essere amministratori integri e saggi

Rito ambrosiano

IV Domenica dopo il martirio di San Giovanni il Precursore

Pr 9,1-6; Sal 33; 1Cor 10,14-21; Gv 6,51-59

Pane vivo disceso dal cielo



      1) Un’affermazione sconcertante, ma non troppo.

             Nel brano evangelico di oggi c’è un’affermazione di Gesù che, a un primo impatto, è per lo meno sconcertante. Come conclusione della parabola del fattore sleale che è stato licenziato in tronco da un proprietario terriero, Gesù afferma: “Il padrone lodò quell'amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza[1] (con saggezza). Infatti i figli di questo mondo verso i loro pari sono più scaltri (saggi) dei figli della luce” (Lc 16. 8).

            Con saggia anche se disonesta determinazione quel fattore, che doveva lasciare il posto perché era stata scoperta la sua disonestà, chiamò a uno a uno i debitori della fattoria e a tutti cancellò una parte del debito. In questo modo, quando fu licenziato, quell’imbroglione si era fatto qua e là tanti amici che non lo lasciarono morir di fame.

            Aveva fatto un bene a sé e agli altri ingannando e derubando il padrone. Era un ladro ma un giudizioso ladro. Se gli uomini usassero per la salvezza dell’anima l'astuzia, che costui usò per il mantenimento del suo corpo, quanti più sarebbero i convertiti alla fede del Regno.

            Dunque questo racconto di Cristo non si conclude con un’approvazione e un incoraggiamento alla corruzione. Ciò che il Messia loda è la saggezza, la decisione e la lungimiranza dell’amministratore disonesto: non ne approva la disonestà.

            Davanti ad una situazione d'emergenza, in cui era in gioco tutto il suo avvenire, quell'uomo ha dato prova di tre cose: di rapida decisione, di grande astuzia e di acuta capacità di programma circa il futuro divenuto insicuro. Ha agito prontamente e intelligentemente (anche se non onestamente), perché voleva mettersi al sicuro per il futuro.

            Questo - viene a dire Gesù ai suoi discepoli- è ciò che dovete fare anche voi, per mettere al sicuro, non l'avvenire terreno che dura qualche anno, ma l'avvenire eterno. Come dire: fate come quell'amministratore; fatevi amici coloro che un giorno, quando vi troverete nella necessità, possono accogliervi. Questi amici potenti, si sa, sono i poveri, dal momento che Cristo considera dato a lui in persona quello che si dà al povero. Diceva sant'Agostino: “I poveri sono, se lo vogliamo, i nostri corrieri e i nostri facchini: ci permettono di trasferire, fin da ora, i nostri beni nella casa che si sta costruendo per noi nell'aldilà”. Un insegnamento che la Chiesa ricorda a tutti gli sposi quando, nella benedizione durante il rito del Matrimonio, fa dire al prete: “Sappiate riconoscere Dio nei poveri e nei sofferenti, perché essi vi accolgano un giorno nella casa del Padre”. Gli amici di cui tener conto sono i poveri perché saranno essi, nel giudizio finale, a suggerire gli invitati da ammettere al banchetto celeste.

            2) Anche noi siamo chiamati ad essere amministratori.

            Attraverso la parabola dell’amministratore “saggio”, il Signore non solo ci invita ad essere previdenti, ma ci ricorda anche  noi siamo “amministratori” ai quali Lui, il Signore, ha affidato i beni di quel grande campo che è la Terra.

            Dei beni che ci sono stati affidati da Dio non siamo proprietari, ne siamo “amministratori”. La “disonestà” consiste nell'appropriarcene indebitamente, usandoli senza tener conto della volontà del “Padrone”, che li ha posti nelle nostre mani perché li condividessimo.

            La bramosia smodata, l'utilizzo egoistico finiscono con l'inquinare lo stesso dono, rendendolo a sua volta “disonesto”. Proprio così. Ciò che siamo e ciò che abbiamo viene da Dio e non può essere che un bene. È il nostro modo di rapportarci con esso che lo contamina fino a sconfinare nel “peccato”. E di questa adulterazione, prima o poi, saremo chiamati a rendere conto: “amministratori infedeli” dinanzi al giudizio inappellabile del “Padrone”.

            Ma ecco un'insospettata via d'uscita: quelle stesse ricchezze, da noi rese “disoneste”, possono essere riscattate e restituite alla loro primitiva e connaturale bontà se condivise nel segno della gratuità e dell'amore. È la santa “scaltrezza” che Gesù suggerisce a quanti, riconoscendosi umilmente “amministratori disonesti”, intendono spalancarsi all'azione risanante e redentrice di Dio, divenendone la mano provvida e benefica. 


            Chiediamo a Dio, Padre buono, che ci dia la grazie di usare santamente dei beni della Terra, perché possiamo sperimentare la gioia della condivisione. Ci liberi da ogni forma di egoistico possesso e renda strumenti del suo amore. Insomma si tratta di essere sapienti perché avendo ben chiaro il senso cristiano della vita, riusciamo con la luce del suo Spirito a “valutare con saggezza i beni della terra nella continua ricerca dei beni del cielo” (Preghiera dopo la comunione della Messa del martedì della prima settimana di Avvento).           

            3) Amministratori dei beni del Cielo.

            Non dimentichiamo che il tesoro che Gesù ha affidato ai suoi discepoli e amici è il Regno di Dio, che è Lui stesso, vivo e presente in mezzo a noi. E donandoci se stesso ci ha dato, oltre alle qualità naturali, queste ricchezze da far fruttificare: la sua Parola, depositata nel santo Vangelo; il Battesimo, che ci rinnova nello Spirito Santo; la preghiera – il “Padre nostro” – che eleviamo a Dio come figli uniti nel Figlio; il suo perdono, che ha comandato di portare a tutti; il sacramento del suo Corpo immolato e del suo Sangue versato.

            Le Vergini consacrate ci danno un esempio di come essere prudenti (φρόνιμοι cfr nota 1) puntando tutto, assolutamente tutto, sull’intelligenza, e a misurare su di essa le nostre parole e le nostre scelte. L’intelligenza che egli esige non è quella di una migliore conoscenza delle cose, del sapere, del “know-how”. Consiste piuttosto nel prendere le proprie decisioni alla luce della meta prefissata; è “la prua della conoscenza” (Paul Claudel[2]) della nave della nostra vita che si dirige verso l’eternità. L’intelligenza ci insegna a non fermarci all’immediato e a guardare, invece, alla meta ultima. Infatti “lo Spirito Santo, suscita in mezzo al suo Popolo uomini e donne coscienti della grandezza e della santità del matrimonio e tuttavia capaci si rinunciare a questo stato per attaccarsi fin da ora alla realtà che esso prefigura: l’unione di cristo e della Chiesa. Felici quelli e quelle che consacrano la loro vita a Cristo e lo riconoscono come sorgente e ragione di essere della verginità. Hanno scelto di amare colui che è lo sposo della Chiesa e il Figlio della Vergine Madre” (Rituale della Consacrazione delle Vergini, le ultime due frasi del n. 24).

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LETTURA PATRISTICA 

Sant’Agostino di Ippona

Discorso 359/A

SULLA PARABOLA EVANGELICA DELL'AMMINISTRATORE INFEDELE

(Il discorso è ampio quindi cito solo una parte. Il testo integrale è reperibile su:

http://www.augustinus.it/italiano/discorsi/discorso_524_testo.htm)

        “Se sei straniero sei in terra altrui. E se sei in terra altrui quando il Signore lo comanda devi partire. Ed è inevitabile che il Signore a un certo punto ti comandi di partire. E non ti fissa il tempo della permanenza. Non ha preso infatti un impegno scritto con te. Dal momento che la tua permanenza è gratuita, essa scade al suo comando. Anche queste sono cose che si devono sopportare e per cui è necessaria la pazienza.

Il fattore scaltro e il tempo futuro.

9. Capiva ciò il servo [della parabola] a cui il padrone stava per comandare di uscire dall'amministrazione. Egli pensò al futuro e disse fra sé: Il mio padrone mi toglie l'amministrazione. Che cosa farò? A zappare non sono valido, mendicare mi vergogno. Di là lo respinge la fatica, di qua la vergogna, ma a lui che era perplesso non mancò una decisione: Ho trovato - disse fra sé - quello che devo fare. Chiamò i debitori del suo padrone, presentò [loro] le ricevute: Tu, dimmi, qual è il tuo debito? E quello: Cento barili d'olio. Siedi, presto, scrivi: cinquanta, prendi la tua ricevuta. Poi disse ad un altro: Tu quanto devi? Rispose: Cento misure di grano. Siedi, presto, scrivi ottanta. Prendi la tua ricevuta. Diceva tra sé: " Quando il padrone mi avrà allontanato dall'amministrazione, essi mi accoglieranno presso di loro e il bisogno non mi costringerà né a zappare né a mendicare ".

10. Perché mai il Signore Gesù Cristo raccontò questa parabola? Non certo perché gli piacesse il servo ingannatore: egli frodava il suo padrone e disponeva di beni non suoi. Per di più fece un furto sottile: portò danno al suo padrone, per assicurarsi, dopo l'amministrazione, un rifugio di tranquillità e di sicurezza. Perché il Signore ci pose davanti agli occhi questo esempio? Non perché il servo frodò, ma perché pensò al futuro; perché il cristiano che non ha accortezza si vergogni, dal momento che il progetto ingegnoso è lodato anche nell'ingannatore. Infatti il brano così si conclude: I figli di questo mondo sono più scaltri dei figli della luce. Compiono frodi per provvedere al loro futuro. A quale vita pensò di provvedere quel fattore? A quella a cui sarebbe giunto, dopo aver lasciato la condizione precedente per ordine del suo padrone. Egli provvedeva a una vita che deve finire e tu non vuoi provvedere a quella eterna? Dunque non amate la frode, ma, dice: Procuratevi amici con la iniqua mammona, procuratevi amici.

Le elemosine. La verifica del proprio compito.

11. " Mammona " è il termine ebraico per indicare " ricchezza ", e anche qui, in punico, il lucro è detto mamon. Che cosa dobbiamo fare allora? Che cosa ha comandato il Signore? Procuratevi amici con l'iniqua mammona, perché, quando verrete a mancare vi accolgano nelle dimore eterne. E` facile dedurne che bisogna fare elemosine, elargire ai bisognosi, perché in essi è Cristo che riceve. L'ha detto lui: Ogni volta che avete fatto [queste cose] a uno solo dei miei fratelli più piccoli, le avete fatte a me. E dice anche, altrove: Chiunque avrà dato anche un solo bicchiere d'acqua fresca a uno dei miei discepoli, in quanto mio discepolo, in verità vi dico, non perderà la sua ricompensa. Abbiamo capito che bisogna fare elemosina senza stare lì molto a scegliere a chi farla, perché non si può arrivare a un giudizio delle coscienze. Se la fai a tutti giungerai anche a quei pochi che la meritano. Tu, pensiamo, vuoi praticare l'ospitalità e prepari la casa per i forestieri. Ebbene, sia ammesso anche chi non ne è degno perché non sia escluso chi ne è degno. Tu non puoi essere giudice ed esaminatore delle coscienze. D'altra parte, anche se tu potessi discriminare: " Costui è cattivo, costui non è buono ", io aggiungerei: " Potrebbe perfino essere un tuo nemico ". Se il tuo nemico ha fame dagli da mangiare. Se bisogna fare del bene anche al nemico, quanto più a uno sconosciuto che, anche se cattivo, non arriva tuttavia ad essere nemico. Noi comprendiamo queste cose, cioè sappiamo che chi agisce così si procura gli amici che accoglieranno nelle dimore eterne, quando si sarà esonerati da questa " amministrazione ". Siamo tutti come dei fattori infatti e ci è stato affidato qualcosa da fare in questa vita: di questo dobbiamo rendere conto al grande padre di famiglia. E colui a cui è stato affidato di più dovrà rendere un conto maggiore. La prima lettura che è stata fatta è di spavento a tutti, e specie a coloro che hanno preminenza sui popoli, siano i ricchi o siano i re, siano principi, siano giudici, siano anche vescovi o prelati nelle chiese. Ciascuno renderà conto della sua amministrazione al Padre di famiglia. L'amministrazione che si compie qui è temporanea, la ricompensa che ti dà l'economo è eterna. Se noi condurremo questa amministrazione così da renderne conto in modo soddisfacente, possiamo essere sicuri che a incarichi minori faranno seguito incarichi maggiori. Al servo che gli diede un buon resoconto della ricchezza che aveva ricevuto da distribuire, il padrone disse: Ora presiederai a cinque fondi. Se ci saremo comportati bene saremo chiamati a incarichi maggiori. Ma poiché è difficile, in una vasta amministrazione, essere esenti da svariate mancanze, così non bisogna cessare di fare elemosine, in modo che al momento del rendiconto, non ci troviamo davanti a un giudice severo ma a un padre misericordioso. Se infatti comincerà a esaminare una per una le cose, molte ne troverebbe da condannare. Bisogna su questa terra essere di aiuto ai miseri perché avvenga in noi quello che è stato scritto: Beati i misericordiosi, poiché di essi Dio avrà misericordia. E in un altro luogo: Ci sarà un giudizio senza misericordia per chi non ha avuto misericordia.

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NOTE

[1] La traduzione liturgica italiana usa “con scaltrezza” o “scaltramente”, nel testo greco di Luca c’è “φρoνίμως” che letteralmente vuol dire “saggiamente”. La Vulgata latina traduce con “prudenter” possiamo tradurre “prudentemente, con prudenza”. Nella traduzione liturgica francese usa “habile” e la Bible de Jérusalem mette come titolo della parabola “L’administrateur avisé” ed usa “avisé” anche nel testo, perché φρoνιμώτεροι (fronimòteroi) è l’aggettivo comparativo di φρόνιμος (frònimos) che vuol dire “ragionevole, sensato, saggio”. La traduzione inglese usa l’avverbio wisely =saggiamente e/o shrewdly= astutamente. La traduzione liturgica aiuta a non cadere nell’equivoco di pensare che Gesù loda la disonestà, il testo letterale aiuta a capire il perché dell’elogio e l’invito ad essere saggi, intelligenti e prudenti.

[2] Paul Claudel (Villeneuve-sur-Fère, 6 agosto 1868 – Parigi, 23 febbraio 1955) è stato un poeta, drammaturgo e diplomatico francese. Secondo il racconto dello stesso Claudel, la sua conversione al cattolicesimo avvenne nella Cattedrale di Notre Dame di Parigi, ascoltando il Magnificat durante la Messa di Natale del 1886: “Allora accadde in me l'avvenimento straordinario e misterioso che avrebbe dominato tutta la mia vita. A un tratto, mi sentii toccare il cuore, ed io credei. Credei con una tal forza di adesione, con tale un sollevamento di tutto il mio essere, con si profonda convinzione, con una certezza così esente da ogni dubbio possibile che, dopo, tutti i libri, tutti i ragionamenti, tutte le peripezie di una vita agitatissima, non furono capaci di scuotere la mia fede e nemmeno d'intaccarla. Fu: una rivelazione improvvisa e ineffabile; fu la sensazione netta e tagliente dell'innocenza purissima e dell'eterna infanzia di Dio. ... Felici quelli che credono! Se fosse vero! — Si, è vero! — Dio esiste, è là, è qualcuno, un essere personale come me! — Egli mi ama e mi chiama” (La mia conversione, Torino 1958, p. 56).

Il motivo ispiratore della poetica di questo grande scrittore cattolico credo che sia la “vocazione” di verità, di bontà, di gioia in mezzo agli uomini. Per questo il poeta è chiamato a scoprire e mostrare ai fratelli e “tutta la santa realtà che ci è stata data e in mezzo alla quale siamo posti”.