Amore è dare, amore è chiedere

Lectio Divina di monsignor Francesco Follo per la XXVI domenica del Tempo Ordinario

Parigi, (Zenit.org) Mons. Francesco Follo | 531 hits

Monsignor Francesco Follo, osservatore permanente della Santa Sede presso l'UNESCO a Parigi, offre oggi la seguente riflessione sulle letture liturgiche per la XXVI.ma domenica del Tempo Ordinario – Anno C.

Di consueto, il presule propone anche una lettura patristica.

***

LECTIO DIVINA

Amore è dare, amore è chiedere

Rito romano

XXVI Domenica del Tempo Ordinario – Anno C – 29 settembre 2013

Am 6.1 4-7; Tm 6.11-16; Lc 16,19-31

Il povero salva il ricco

Rito ambrosiano

V Domenica dopo il martirio di San Giovanni il Precursore

Is 56,1-7; Sal 118; Rm 15,2-7; Lc 6,27-38

Amate i nemici



        1) Una lezione per vivere il presente e un comando sconcertante.

            La prima Lettura e Vangelo della liturgia romana, che ci narra la parabola del povero Lazzaro e del ricco mangione (questo è il significato del termine epulone[1]) indicano come vivere il presente e non hanno come scopo quello di impaurirci circa la punizione futura se non ci comportiamo bene. Questi due brani biblici ci dicono che chi cerca la propria sazietà non può preoccuparsi dei propri fratelli bisognosi e non è in grado di riconoscere il Figlio di Dio nel povero Lazzaro. Lazzaro è Cristo, che ha sofferto in sé ogni nostro dolore e che ha le piaghe dell’amore crocifisso e che sta alla porta di casa nostra e aspetta.

            Guardiamo la scena raccontata da Cristo: vi vediamo un uomo ricco, senza nome o, meglio, il cui nome è la ricchezza che ha, il nome del secondo è: Lazzaro[2]  (= Colui che è assistito da Dio, perché di suo non ha nulla). Entrambi sono sotto lo sguardo dell'Altissimo, ma ricevono diversamente la sua presenza.

            Il primo non ne ha bisogno, ha del suo, che gli permette di godere –in modo autonomo da Dio- la vita con pranzi abbondanti e di vestirsi con abiti eleganti. L'altro non ha altri che Dio, non ha di che mangiare e il corpo è “rivestito” di piaghe. Gli uomini lo scansano, solamente i cani gli si avvicinano e lo consolano.

            Guardiamo, ora, a noi stessi: anche noi abbiamo delle piaghe che possiamo nascondere sotto tutte le ricchezze possibili, ma Dio le conosce. Queste lacerazioni ci fanno giacere per terra e implorare il cielo, acuiscono la nostra fame di pienezza e sono “feritoie” che ci aprono al Mistero ... Beati noi, quando avvertiremo forte la nostalgia dell'essere “povero”, perché è la verità del nostre essere uomo. Siamo poveri, ma non lo neghiamo a noi stessi, perché camuffi ciò che siamo, se non ci mettiamo a livello di Dio pensiamo di poterne fare a meno. Cosa abbiamo che non abbiamo ricevuto da Lui? Ricordiamoci che il regno dei cieli ci appartiene, proprio perché siamo povero di cuore, siamo figli, siamo uomini ... come Gesù ... per questo siamo “ricchi”, ricchi del Suo amore, ricchi del nostro avere Dio per Padre.

            Allora saremo capaci dell’impossibile: “amare i nemici” (come ci è ricordato nel vangelo ambrosiano di oggi).

            Un monaco del Monte Athos commenta così questo stupefacente comando di Cristo: “Ci sono degli uomini che augurano ai loro nemici ed ai nemici della Chiesa pene e tormenti nel fuoco eterno. Essi non conoscono l'amore di Dio, pensando così. Chi ha l'amore e l'umiltà del Cristo piange e prega per tutto il mondo. Tu forse dici: questi è un malfattore, deve perciò bruciare nella fiamma eterna. Ma io ti domando: Ammettiamo che il Signore ti dia un posto nel suo regno, se tu vedi nel fuoco eterno colui al quale hai augurato l'eterno tormento, non avrai compassione per lui, anche se egli fosse stato nemico della Chiesa? Hai forse un cuore di sasso? Ma nel Regno dei Cieli non c'è posto per dei sassi. Lì ci vuole l'umiltà e l'amore di Cristo, che ha compassione per tutti.” E conclude con questa preghiera: “Signore, come tu hai pregato per i tuoi nemici, così insegna anche a noi per lo Spirito Santo ad amarli e a pregare con lacrime anche per loro. Ma è difficile per noi peccatori se non è con noi la tua grazia”.

            Ci sia di esempio San Francesco d’Assisi, povero e umile perché non c'è nulla di più grande che imparare l'umiltà e la mendicanza di Cristo (Lazzaro è il simbolo di Gesù mendicante di amore). L'umile vive povero e contento, tutto è buono al suo cuore. Solo gli umili e i poveri di cuore vedono il Signore, nello Spirito Santo. L'umiltà è la luce nella quale noi vediamo Dio che è la luce: nella sua luce noi vediamo la luce. Nel giorno di Dio “muore” la nostra aurora.

            2) La morte non è una livella, è una bilancia.

            Questo bilanciamento che è mostrato dalla seconda parte della parabola, dove le parti sono invertite: ora il ricco è in basso e Lazzaro è in alto. La morte fa vedere che il Regno di Dio ha vinto. Quando uno muore apre gli occhi. La morte è il momento in cui si vedono le cose come stanno veramente. La morte è la drammatica porta che permette al crepuscolo della nostra alba umana di “morire” nella luce del giorno senza fine di Dio.

            Entrano in scena anche gli altri cinque fratelli dell’epulone (sesto fratello), che continuano a vivere “spensierati” nella loro ricchezza. È proprio il loro vivere da ricchi che li rende ciechi di fronte al settimo (numero che è segno di pienezza) fratello (Gesù), che è vicino, appena al di là della porta, oltre la quale non vogliono guardare perché c’è il povero piagato e sono ciechi di fronte alle Scritture (eppure così chiare).

            Il ricco di questa parabola non osteggia Dio e non opprime il povero, semplicemente non lo vede, vive come se Dio non esistesse e non c’entrasse con la sua vita.

            Ora, il ricco mendica al povero una goccia d’acqua e chiede che i suoi fratelli siano avvertiti. Ma a che servirebbe avvertirli? Hanno già i profeti e Mosè, non occorre altro. Non sono le voci che mancano, non sono le verifiche, ma la libertà per comprendere, la lucidità per vedere. Il vivere da ricco rende ciechi.

            La strada della Croce è cammino della luce, che conduce al Paradiso. Questa strada ha un nome solo: carità, con molti sinonimi: misericordia, pietà, compassione, condivisione, solidarietà, comunione, unità, accoglienza, partecipazione, assunzione.

            La via che porta al Cielo si chiama Cristo. Non ci sono altre vere vie. Non si conoscono altre strade. Non ci sono altri sentieri. L'amore puro, vero, reale, spirituale, fatto di grande concretezza, di dono della propria vita e delle proprie sostanze conduce al Cielo. E su questa strada si sono messe le Vergini consacrate, sulle quali il giorno della consacrazione il loro Vescovo ha pregato: “Che loro brucino di carità e non amino niente al di fuori di Te, Signore. Che meritano ogni lode senza compiacersene; che cerchino di rendere gloria a Te con un cuore purificato, in un corpo santificato; che ti temano con amore e, per amore, Ti servano. E Ti, Dio sempre fedele, sii la loro fierezza, la loro gioia e il loro amore; sii per loro consolazione nella pena, luce nel dubbio, ricorso nell’ingiustizia” (Rito di consacrazione delle Vergini, n. 24).

*

LETTURA PATRISTICA 

S. Giovanni Crisostomo[3]

Omelia II su Lazzaro

            “Il ricco Epulone non commise propriamente un'ingiustizia nei confronti di Lazzaro, considerato che non gli tolse i suoi beni. Il suo peccato fu di non avere messo in comune con lui quel che gli era "proprio"... Il fatto è che non mettere in comune con l'altro quel che si possiede, ebbene, questo è già una forma di rapina. Non meravigliatevi, e non giudicate come stravagante quel che vi sto dicendo. Proporrò ora alla vostra attenzione un testo della Scrittura nel quale vengono qualificati come avarizia, frode e furto non solo l'atto di portare via l'altrui, ma anche quello di non mettere in comune con gli altri il proprio. Di che testimonianza biblica si tratta? Dunque, di quella in cui Dio, riprendendo i giudei per bocca del profeta, dice loro: "La terra ha dato i suoi frutti, eppure voi non avete portato le decime, e ora la rapina del povero sta nelle vostre case" (cfr. MI 3,10). Per non aver fatto le offerte abituali, avete strappato ai poveri i loro beni: questo è quanto dice il testo. E lo dice per dimostrare ai ricchi che essi hanno ciò che appartiene al povero, e questo anche nel caso che essi l'abbiano ereditato dal loro padre, o che a loro il denaro venga da qualunque altra fonte. Come pure dice in un altro luogo: "Non rifiutare il sostentamento al povero" (Sir 4,1). Rifiutare di dare significa prendere e tenersi l'altrui. E subito dopo, il passo ci insegna anche che, se cessiamo di fare l'elemosina, saremo castigati alla stessa maniera di quelli che sottraggono con l'inganno. In conclusione: i beni e la ricchezza appartengono al Signore, quale che sia la fonte, a partire da cui li abbiamo poi messi assieme... E se il Signore ti ha concesso di possedere più degli altri, non è stato certo perché tu ne spendessi in amanti e in gozzoviglie, in banchetti e in indumenti lussuosi, o in qualunque altra forma di sperpero. È stato perché tu ne distribuissi tra coloro che ne hanno bisogno. Se un esattore nasconde per sé i soldi dello stato e non li distribuisce a coloro ai quali gli è stato comandato di darli, ma li impiega per soddisfare i propri vizi, ebbene, costui dovrà presto o tardi rendere conto di ciò, e lo aspetterà solo la pena di morte. E dunque: il ricco non è diverso da un esattore incaricato di riscuotere del denaro, che deve poi venire distribuito ai poveri; esattore al quale sia stato comandato di ripartire quel denaro tra quanti, dei suoi compagni di servizio, si trovano nel bisogno. Se egli impiega per se stesso più di quel che richiede la necessità, allora si troverà a doverne rendere conto nella maniera più rigorosa, perché il suo non è in realtà suo, ma di coloro che, come lui, sono servi del Signore... Se non riuscite a rammentarvi di tutto quel che vi ho detto, vi supplico che per sempre vi resti in mente almeno questo, che vale anche per tutto il resto: non dare ai poveri dei beni propri, è come rubare loro e attentare alla loro vita. Ricordatevi che noi non disponiamo del nostro, bensì del loro”.

*

NOTE

[1] Dal latino: da épulae vivande, épulum banchetto. Nel mondo pagano dell’antica Roma, il sostantivo epulone indicava ciascuno dei membri del Collegio sacerdotale incaricato di organizzare un convito solenne in occasione dei sacrifici in onore di Giove capitolino. Nel mondo cristiano, con riferimento al protagonista della nota parabola che si legge nel Vangelo di  san Luca (16, 19-31), indica una persona ricca ed egoista, un ghiottone, un mangione.

[2] Di questo nome non si conosce la forma femminile. Le sue origini sono molto antiche ed è arrivato fino a noi dalla trasformazione della parola ebraica El'azar, composta da El-, che è l'abbreviazione di un nome dato a Dio, e '-azar con significato di venire in aiuto, quindi Lazzaro vuol dire “Dio aiuta, Dio soccorre”, con  un significato complessivo che è una forma di ringraziamento al Signore.

[3] San Giovanni di Antiochia detto Crisostomo (=Bocca d’oro) per la sua eccellenza nel predicare, nacque intorno al 349 ad Antiochia di Siria (oggi Antakya, nel sud della Turchia), vi svolse il ministero presbiterale per circa undici anni, fino al 397, quando, nominato Vescovo di Costantinopoli, esercitò nella capitale dell’Impero il ministero episcopale prima dei due esili, seguiti a breve distanza l’uno dall’altro, fra il 403 e il 407, anno in cui morì. Il Crisostomo si colloca tra i Padri più prolifici: di lui ci sono giunti 17 trattati, più di 700 omelie autentiche, i commenti a Matteo e a Paolo (Lettere ai Romani, ai Corinti, agli Efesini e agli Ebrei),e 241 lettere.

San Giovanni Crisostomo si preoccupò di accompagnare con i suoi scritti lo sviluppo integrale della persona, nelle dimensioni fisica, intellettuale e religiosa. Le varie fasi della crescita sono paragonate ad altrettanti mari di un immenso oceano: «Il primo di questi mari è l’infanzia» (Omelia 81,5 sul Vangelo di Matteo). «In questa prima età si manifestano le inclinazioni al vizio e alla virtù». Perciò la legge di Dio deve essere fin dall’inizio impressa nell’anima «come su una tavoletta di cera» (Omelia 3,1 sul Vangelo di Giovanni): di fatto è questa l’età più importante.

«All'infanzia segue il mare dell’adolescenza, dove i venti soffiano violenti..., perché in noi cresce... la concupiscenza» (Omelia 81,5 sul Vangelo di Matteo).  «Alla giovinezza succede l’età della persona matura, nella quale sopraggiungono gli impegni di famiglia: è il tempo di cercare moglie” (ibid.). Del matrimonio questo Padre delle Chiesa ricorda i fini, arricchendoli – con il richiamo alla virtù della temperanza – di una ricca trama di rapporti personalizzati.Gli sposi ben preparati sbarrano così la via al divorzio: tutto si svolge con gioia e si possono educare i figli alla virtù.Quando poi nasce il primo bambino, questi è «come un ponte; i tre diventano una carne sola, poiché il figlio congiunge le due parti» (Omelia 12,5 sulla Lettera ai Colossesi), e i tre costituiscono «una famiglia, piccola Chiesa» (Omelia 20,6 sulla Lettera agli Efesini).

Sollecito per i poveri, Giovanni fu chiamato anche «l’Elemosiniere». Da attento amministratore, infatti, era riuscito a creare istituzioni caritative molto apprezzate ed efficienti.