"Amore fino all'estremo"

Pubblicato il secondo volume della "lectio divina" sul Vangelo di Giovanni di suor Elena Bosetti

Roma, (Zenit.org) Rosalba Manes | 605 hits

Amore fino all’estremo (Gv 12–21) di Elena Bosetti, suora di Gesù Buon Pastore ed esperta biblista, segue al volume I segni dell’amore (Gv 1–11). Si tratta di una lectio divina in due volumi sul Vangelo di Giovanni (collana Dabar-Logos-Parola delle Edizioni Messaggero Padova) che prevede tre tappe: lettura, interpretazione e attualizzazione.

Con stile fresco e scorrevole, l’Autrice ci permette di gettare lo sguardo nel cuore della Pasqua di Gesù (Gv 12–21) per scoprire che, anche quando nel cuore degli uomini scende la notte, «l’Amore irradia la sua calda luce» (9). Cogliendo puntualmente il duplice livello – materiale e simbolico – del procedere narrativo del IV Vangelo, la lettura sincronica tiene conto sia dello sguardo d’insieme sia dei dettagli, mai ritenuti casuali ma sempre significativi.

Bosetti si destreggia nel ricco simbolismo giovanneo senza mai perdersi e individuando il fil rouge nella dinamica agapica che attraversa l’intero Vangelo. Padri della Chiesa, santi, pontefici, uomini e donne che edificano l’attuale tessuto ecclesiale come testimoni della fede, intervengono, invitati dall’Autrice, a offrire ulteriori luci per la comprensione del testo biblico.

L’indulgere alla poesia inoltre è un tratto originale dell’Opera che non interrompe l’ermeneutica dei testi, ma la arricchisce intercettando meglio il microcosmo del sentire del lettore e invitando all’interiorizzazione della Parola.

Particolare attenzione nel commento viene data all’episodio dell’unzione di Betania dove l’eccesso del profumo richiama l’abbondanza del vino che il Messia è venuto a dare all’umanità e dove il dono “esagerato” di Maria appare in antitesi al calcolo di Giuda, espressione dell’attaccamento spasmodico al denaro. Maria è l’amica grata che si abbandona all’effusione dell’amore, presentandosi al suo Signore non con delle cose, ma con tutta se stessa, mettendosi in gioco e rompendo con gli stereotipi femminili del tempo.

Nell’ultima cena la lavanda dei piedi viene presentata come il lavacro dell’amore e come la parabola dell’esistenza di Gesù che si fa «servo dell’umanità che vuole innalzare a livello divino» (63). Egli non compie un semplice gesto, ma in modo mistagogico offre un esempio della spiritualità divina che ha il suo nucleo nell’abbassamento fino all’esproprio di sé.

Nel Discorso di Addio appare il testamento spirituale di Gesù che invita: a una fede capace di resistere al sisma che sta per verificarsi e di cogliere nella sua umanità «la viabilità tra il cielo e la terra» (79); e all’amicizia presentata come la “forma” della relazione tra Cristo e i discepoli, paradigma di ogni relazione interpersonale. Queste virtù anti-sismiche permettono ai credenti di restare in Gesù come i tralci alla vite. Bellissimo il mosaico che l’Autrice realizza a proposito del motivo della vite e i tralci, impiegando numerose tessere provenienti dai testi profetici e sapienziali del Primo Testamento: emerge così il significato di un verbo tanto caro al IV vangelo, rimanere, che è affettivo perché «dice affetti e relazioni: si dimora dove il cuore ha casa» e generativo perché indica «il segreto della fecondità spirituale e apostolica della Chiesa, di ogni battezzato» (95).

Speciale attenzione è offerta all’azione dello Spirito descritto come «l’immenso movimento d’amore che porta il Figlio verso il Padre nell’abbraccio della croce» (104) e presentato nei discorsi dell’ultima cena come Paraclito, “chiamato accanto” per fare scudo, a motivo delle prove e delle persecuzioni che Gesù preannuncia ai suoi, e come guida «nel cammino della piena umanizzazione e cristificazione» (107) che porta all’unità di se stessi.

Un pathos speciale si avverte nel commento della preghiera sacerdotale di Gesù assimilata dall’Autrice a «un cuore a cuore col Padre» (114), una provocazione a superare lo scandalo della divisione, dove le richieste che il Figlio rivolge al Padre lasciano intravedere la sua passione per i fratelli, la sua vigilanza e custodia verso di loro e il suo sogno più intimo: l’unità e la comunione tra gli uomini, dono che solo il Padre può concedere.

Emerge dal commento l’originalità della regalità di Gesù, che è un tema portante del IV Vangelo. Tradito dai suoi e avvolto dalle fitte tenebre della menzogna, della calunnia e della tortura, Gesù sembrerebbe un perdente, invece è re, come dichiara il titulus crucis. La sua regalità però non è ostentazione di potere e sfoggio di retorica, ma manifestazione dell’umile amore e di un silenzio orante che è abbandono al disegno del Padre e consegna della propria vita per la salvezza del genere umano. Questa regalità agapica così diversa da quella umana Gesù la partecipa a sua madre: «Donna, ecco tuo figlio»! Come la donna agli inizi, la madre è presentata come l’alterità sinergica che condivide la vita di Gesù e la vocazione a partorire un’umanità nuova mediante la sua «maternità ecclesiale» (160).

La consegna della vita da parte di Gesù raggiunge il suo apice nella sua morte di croce che il IV vangelo presenta come esperienza di innalzamento, di attrazione, ma soprattutto di rigenerazione. La ferita da cui esce sangue ed acqua è la sorgente della vita nuova del credente da cui sgorga l’effusione dello Spirito.

L’Autrice conclude il suo lavoro commentando gli ultimi due capitoli dedicati alle apparizioni post-pasquali dove emerge: la figura di Maria di Magdala, il suo legame con Gesù, il suo lutto, l’incontro e l’abbraccio con il Risorto che le affida la missione di essere apostola degli apostoli; quella di Tommaso, discepolo dubbioso che sperimenta una sorta di «seconda Pasqua» (183) per riconnettersi all’amore di Gesù nelle cui ferite egli scorge il balsamo per le sue personali ferite; e infine quella di Pietro, che è invitato a fare l’ermeneutica del suo primato non a partire da logiche arrivistiche, ma a partire dall’eccedenza dell’amore che rende liberi da sé per poter custodire gli altri.

Il linguaggio appassionato della Bosetti coinvolge fortemente il lettore che si sente condotto fin nella “settima stanza” del racconto evangelico dove si coglie il surplus dell’amore di Gesù e in queste «pagine impastate di amore» (214) si sente davvero a casa. Un’ulteriore conferma di quanto scriveva A. Merini in Corpo d’Amore: «E così nascono i libri, nell’amore».