Antonio da Padova, il santo più amato (Seconda parte)

Intervista al Rettore della Basilica di Sant'Antonio da Padova, in occasione del 750° anniversario del rinvenimento della lingua incorrotta del santo

Roma, (Zenit.org) Renzo Allegri | 382 hits

Pubblichiamo oggi la seconda e ultima parte dell'intervista con padre Enzo Poiana, rettore della Basilica del Santo a Padova. La prima parte è stata pubblicata ieri, lunedì 8 luglio.

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Quando fu trovata la lingua incorrotta del Santo?

Padre Enzo: “Come ho detto, nel 1263, 32 anni dopo la morte. Con la proclamazione della santità di Antonio, il flusso dei pellegrini aumentava sempre più. La chiesetta dove era sepolto non poteva contenerli. I frati decisero di costruire una chiesa più grande. I lavori iniziarono subito. Nel 1263 erano conclusi e fu stabilito di trasportare la bara nella nuova chiesa. I Frati decisero di fare anche una ispezione della salma, per controllarne le condizioni. Era una atto importante e fu eseguito alla presenza delle autorità religiose e di dodici testimoni laici che rappresentavano la popolazione di Padova. Per l’occasione, da Roma venne il Superiore Generale dei Frati, che era Bonaventura da Bagnoreggio, grande teologo e futuro santo.

“All’apertura della cassa, tra i resti mortali del corpo i presenti videro, all’altezza della testa, un qualche cosa che attrasse la loro attenzione: un grumo di carne, di color rosso vivo.  Era la lingua del Santo perfettamente conservata. San Bonaventura espresse la sua gioia con parole che restarono storiche e vengono ancora ripetute in un’antifona dell’ufficio liturgico della festa: “O lingua benedetta, che hai sempre benedetto il Signore e lo hai fatto benedire dagli altri, ora appare a tutti quanto grande è stato il tuo valore presso Dio”.

“I resti mortali di Antonio vennero posti in una nuova cassa in legno, che a sua volta fu sigillata e deposta in una tomba al centro della nuova chiesa, che in realtà era ancora una parte di quella che sarebbe poi diventata la grande Basilica come la vediamo oggi”.

Ci furono altre ricognizioni lungo il corso dei secoli?

Padre Enzo: “Ci furono 'traslazioni' delle bara, ma nessun’altra 'ricognizione' fino al 1981. Si pensava che ci fosse stata una seconda ricognizione nel 1350. Ma quando venne eseguita quella recente del 1981, si constatò che i sigilli posti sulla bara erano quelli del 1263. Quindi, dopo di allora non ci fu ness’altra apertura della bara”.

Perché nel 1981 venne fatta una nuova ricognizione?

Padre Enzo: “Per ragioni varie. Prima di tutto perché erano trascorsi tanti anni e si voleva constatare le condizioni delle preziose reliquie.  Lungo il corso dei secoli  erano sorte varie leggende. Si diceva perfino che la tomba fosse vuota. E per fugare ipotesi fantasiose, e soprattutto per provvedere a conservare e custodire meglio i resti del Santo, i superiori dei frati chiesero al Delegato Pontificio della Basilica l’autorizzazione a compiere una nuova 'ricognizione', che si tenne nel gennaio 1981.

“Come raccontano alcuni miei confratelli che erano presenti, si trattò di una cerimonia molto suggestiva e commovente. L’apertura della tomba avvenne intorno alle ore 19 del 6 gennaio. Alla presenza delle varie autorità invitate e a un centinaio di religiosi, fu smantellata una parete del loculo ed estratta la cassa di legno. Tolti i vari preziosi drappi in cui era avvolta, venne aperta e dentro fu trovata una seconda cassa più piccola che conteneva tre involti di seta rossa orlata d’oro, ciascuno con un documento cartaceo in cui era descritto il materiale contenuto.  In un involto c’erano le ossa del santo, in un altro le ceneri del corpo, e nel terzo il saio nel quale sant’Antonio era stato sepolto”.

Perché questa, come ha detto poco fa, è la “ricognizione” dei resti mortali di Sant’Antonio più importante?

Padre Enzo: “Per le informazioni che ci ha dato. Venne eseguita con tutti i criteri e gli accorgimenti scientifici del nostro tempo. La 'ricognizione' era stata meticolosamente preparata. Ad essa parteciparono vari scienziati dell’Università di Padova, e i risultati furono estremamente importanti”.

Che genere di risultati?

Padre Enzo: “Risultati di tipo storico, medico e antropologico eccetera. E ci fu anche una straordinaria sorpresa: vennero ritrovate intatte anche le cartilagini che sostengono le corde vocali e altri elementi facenti parte dell’apparato vocale di Antonio.  San Bonaventura nel 1263 aveva trovato la lingua incorrotta e questi elementi, pure essi preservati dalla corruzione, gli erano sfuggiti. Con questo nuovo ritrovamento, il miracolo della conservazione della lingua ha avuto ancor più valore. Infatti non solo quella parte dell’apparato vocale era sfuggita al disfacimento della morte, ma tutto l’apparato vocale.

“Gli anatomisti, inoltre, erano stupefatti per la conservazione dei reperti ossei. Nei giorni successivi, le reliquie del Santo furono portati in una sala dove gli studiosi compirono le loro ricerche. L’analisi dello scheletro permise di determinare le fattezze fisiche di Antonio. Si stabilì che era un uomo di notevole statura per l’epoca. In media, allora, le persone erano alte un metro e 62-65 centimetri: Antonio era un metro e 71 centimetri. Nei dipinti più antichi, viene presentato corpulento e con il volto  rotondeggiante. Come già detto, e come confermarono le analisi mediche nel 1981, era ammalato di idropisia, malattia che comporta un rigonfiamento della persona. Ma, prima della malattia, il suo viso era diverso. Venne eseguito un calco sullo scheletro del volto di Antonio e poi, in base a dei dati matematici e misure varie, venne ricostruito quello che era il vero volto del Santo prima della malattia. La testa di Antonio era lunga, moderatamente larga ed alta, con notevole capacità cranica; mento alto, forte; naso sottile, occhi profondi, capelli neri. Inoltre, gli studiosi del suo scheletro hanno stabilito che era armoniosamente proporzionato nel corpo, aveva mani lunghe e gentili. Gli esami vari delle ossa delle gambe, rivelarono che era anche un grande camminatore e una persona di preghiera. L’ispessimento delle tibie era un segno inconfondibile di una inveterate abitudine a stare ore ed ore inginocchio ogni giorno”.