Apologetica per la generazione di Facebook

Intervista all’autrice Mary Eberstadt

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di Carrie Gress




WASHINGTON, giovedì, 24 giugno 2010 (ZENIT.org).- Il Cristianesimo ha in sé una credibilità maggiore di quanto gli atei non vogliano ammettere, afferma l’autrice del libro “The Loser Letters: A Comic Tale of Life, Death, and Atheism”, pubblicato di recente da Ignatius Press.

In questa intervista rilasciata a ZENIT, Mary Eberstadt, ricercatrice del Hoover Institute di Washington, D.C., parla del suo particolare approccio apologetico destinato alla “generazione di Facebook”.

Il suo libro ha un titolo originale: “The Loser Letters”. Qual è il significato e chi aveva in mente quando l’ha scritto?

Eberstadt: “The Loser Letters” è una satira epistolare del nuovo ateismo, in cui la protagonista, A.F. Christian, è una frizzante e mondana ragazza ventenne americana, un’entusiasta convertita all’inesistenza di Dio.

Il libro è costituito dalle sue esuberanti lettere di ammirazione indirizzate ai nuovi atei, Dawkins, Hitchens, Dennett e gli altri. La protagonista cerca di evidenziare le carenze del loro movimento con l’intento di rafforzarlo. Poi, durante lo svolgimento della storia e del racconto della sua conversione, il lettore capisce che sta avvenendo qualcosa di diverso.

Come sottolinea all’inizio del libro la protagonista, se i nuovi atei hanno ragione su Dio e se tutti i credenti nel corso della storia si fossero sbagliati, allora Dio sarebbe il maggior “perdente” di tutti i tempi. Per questo lei si riferisce a Dio come “Perdente” (“Loser”), con la lettera maiuscola.

È un libro che si sviluppa su livelli diversi e credo che chiunque maggiore di 16 anni possa leggerlo con interesse, soprattutto perché è satirico dall’inizio alla fine. Ma io avevo in mente soprattutto lettori con più di 20 o 30 anni che potrebbero non aver mai ricevuto un’apologetica tradizionale e che non si rendono conto che esiste una tradizione vigorosa che si oppone alle argomentazioni che vengono avanzate dai famosi atei moderni.

Al di là della satira, il libro “The Loser Letters” è un apologetica per la generazione di Facebook.

Il suo libro è una satira che rivela i foschi risvolti delle dottrine ateistiche vissute nella cultura. Ha il sapore delle “Screwtape Letters” (“Lettere di Berlicche”) di C.S. Lewis, ma con un taglio più moderno. Si è ispirata a Lewis?

Eberstadt: Sì, assolutamente. Come molti che hanno letto Screwtape, sono rimasta sempre colpita dal suo straordinario mix fatto di forte e graffiante umorismo e di apologetica ortodossa e mortalmente seria.

Detto questo, però, mentre scrivevo il libro avevo il maestro C.S. Lewis solo vagamente presente. A parte il fatto che entrambe le storie sono satire pro-cristiane, su praticamente tutto il resto differiscono (a partire dal fatto che c’è un unico eterno C.S. Lewis!).

“The Loser Letters” è raccontato in uno slang americano dei giorni nostri. La protagonista, come già accennato, è una giovane che scrive lettere da un centro di riabilitazione – e le differenze continuano. Soprattutto, “The Screwtape Letters” hanno per tema principale lo straordinario tema dell’auto-inganno, mentre “The Loser Letter” è essenzialmente una storia di redenzione individuale, spigolosa e strana, forse, e piena di humor nero, ma in cui la redenzione rimane il tema dominante.

Quali sono le argomentazioni convincenti del Cristianesimo che ritiene debbano arrivare alla retorica ateistica per vincere la battaglia delle conversioni?

Eberstadt: Uno dei tanti aspetti del nuovo ateismo che consente una facile satira è che i suoi esponenti tengono poco conto della storia. Come evidenzia A.F. Christian, non senza ironia, i fatti relativi al Cristianesimo nel mondo – storici, intellettuali, artistici e così via – sono solo un tantino diversi da come loro li dipingono.

Per esempio – come spiega A.F. in una lettera – se i nuovi atei vogliono insistere sui morti dell’Inquisizione, come effettivamente tutti fanno, è legittimo; ma che dire dei morti del Marxismo, del Comunismo e del Fascismo tedesco, quei consapevoli, anzi dichiarati, regimi atei responsabili dei più odiosi crimini del XX secolo?

In un’altra lettera, A.F. analogamente avverte tutti gli atei di stare alla larga dalle discussioni sull’estetica, perché non sarebbe altro che fonte di guai. Infatti – sottolinea – la maggior parte della migliore musica, architettura, letteratura, pittura e scultura nell’arco della storia umana è stata create in nome del Perdente (o, per quanto riguarda l’antichità classica, dei perdenti al plurale, come afferma la protagonista del libro).

Di fronte a questa realtà – chiede agli atei – quanto contano le opere d’arte degli atei consapevoli? L’architettura di Pyongyang? Elton John? Il costruttivismo? Il complesso rock Rammstein? “Vedete cosa voglio dire?”, gli chiede. “Niente di buono per noi”.

Questi sono solo alcuni esempi di come A.F. Christian pone gli atei di fronte alle loro errate interpretazioni o alla loro ignoranza sulla ricchezza del contributo giudaico-cristiano. La protagonista continua anche a ricordare agli atei che il suo unico scopo nel criticare il movimento è di renderlo più persuasivo nei confronti delle persone da convertire. D’altra parte, come già accennato, alla fine del libro il lettore si rende conto che non tutto era come pensava.

Lei fa riferimento a una reazione a “Ozzie and Harriet”. Di che cosa si tratta e come viene vista nella cultura?

Eberstadt: “Ozzie and Harriet” era un programma televisivo americano che andava in onda negli anni ’50, ed era incentrato sulla famiglia felice fatta di mamma, papà e due figli. Negli Stati Uniti è diventato un paradigma che è spesso usato come stereotipo. Per esempio, quando i progressisti vogliono denigrare la famiglia tradizionale dal punto di vista ideologico, spesso evocano “Ozzie and Harriet” come un modello disdicevole.

La cosa interessante è che questa forma di ostracismo della famiglia naturale, messo in atto dai critici di sinistra, è smentita – in modo sorprendente – dalla stessa cultura popolare dei giovani, che vibra proprio nel desiderio di quella famiglia integra, fatta di mamma, papà e figli.

Per esempio, uno dei più criticati cantanti popolari degli ultimi decenni è il rapper sboccacciato Eminem. Eppure se ci si sofferma ad ascoltare le sue canzoni, si vede che lui ritorna continuamente ai temi che si trovano ovunque nella cultura giovanile: la rabbia per il padre che lascia la famiglia, il desiderio di dare alla sorellina un padre vero, la determinazione ad essere un padre migliore.

Alcuni di questi temi sono anche intonati da un altro rapper, Tupac Shakur. E appaiono anche qua e là nella musica popolare dei giovani: per esempio la cantante Pink, i gruppi Good Charlotte, Pearl Jam e Nickelback. L’elenco potrebbe continuare e andare oltre il settore musicale. Esistono anche molti film per i ragazzi che esprimono questo stesso tipo di nostalgia per i giorni in cui si cresceva in famiglie intatte con due genitori.

Questa reazione culturale, che è molto concreta per chi effettivamente ne ascolta e ne vede le forme espressive, non è tuttavia compresa da molti, sia negli Stati Uniti, sia in altri luoghi. Eppure esprime un qualcosa di profondo. Si può far crescere i ragazzi fuori dalla famiglia, ma non si può sradicare da loro il desiderio di avere una vera famiglia naturale.

E per estensione, credo che i ragazzi cerchino, nello stesso modo istintivo, anche altre istituzioni tradizionali che la loro cultura secolarizzata rifiuta. Mi riferisco in particolare alla Chiesa. Nel raccontare le “Loser Letters” nel loro stesso vernacolo, spero di sollecitare qualcuno di questi desideri profondi.

Sono stati scritti diversi libri sulle incongruenze degli atei, come “Faith of the Fatherless: The Psychology of Atheism” di Paul Vitz. La sua autrice delle lettere, come emerge dalle pagine del libro, racconta una vita turbolenta e segnata dalla tossicodipendenza. Questo elemento ha una valenza specifica oltre a essere espressione di humor nero?

Eberstadt: Assolutamente sì. A.F. Christian può in un certo senso incarnare qualsiasi ragazza. È un personaggio in cui ciascuno si può riconoscere: una ragazza cresciuta in una famiglia credente, che è andata all’università e ha perso la fede e che poi nella vita adulta ha preso atto che il suo abbandono religioso si è dimostrato dannoso.

Ciò che cerco di sottolineare è che le cose brutte avvengono ad A.F. non per caso, ma proprio perché il nostro mondo secolarizzato rende i giovani più vulnerabili ad ogni sorta di tendenza nociva. E credo che questo sia vero soprattutto per le ragazze.

Fare il tifo per la libertà sessuale, cosa che ogni nuovo ateo fa, ha un risvolto negativo che nessuno di loro ammette. Rende molto più facile lo sfruttamento delle donne, nel nome della libertà, come purtroppo scopre la stessa A.F.

Cercando di farla parlare della sua storia nello stesso linguaggio degli innumerevoli giovani bruciati di oggi, cerco di raggiungere le persone che sono come lei, anche nella speranza di farle riflettere sulla fede, per proteggerle, come nessuno è stato in grado di proteggere A.F.

Il suo libro è una satira su come l’ateismo non riesca a capire le cose. Ha anche qualche consiglio – oltre a quello di comprare il libro – su come i cattolici possano aiutare a diffondere la verità su tutto ciò che il Cristianesimo ha da offrire?

Eberstadt: Un motivo per cui i nuovi atei hanno avuto tanto successo in Occidente è perché sono assertivi, schietti ed energici. I giovani rispondono positivamente agli adulti assertivi.

Quindi credo che la soluzione per coloro che vogliono contrastare questo movimento, o che vogliono semplicemente evitare di diventare insensibili alla nostra civiltà occidentale, sia di imparare dallo stesso movimento ateista l’atteggiamento proattivo.

Non importa se siamo scrittori, leader tra i giovani, insegnanti o operai, siamo tutti chiamati a prendere posizione prima o poi. E quando lo facciamo dobbiamo farlo – per dirla in termini calcistici – all’attacco e non in difesa. Anche per questo motivo ho voluto scrivere questo libro.