Arcivescovo Forte: i “responsa” richiamano la “nostra identità di credenti cattolici”

Commento al recente documento vaticano su alcune questioni ecclesiali

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Di Mirko Testa

ROMA, giovedì, 19 luglio 2007 (ZENIT.org).- I responsa– in linea con gli insegnamenti del Concilio Vaticano II – richiamano “la coscienza della nostra identità di credenti cattolici”, secondo cui la Chiesa cattolica è la Chiesa di Cristo.

E' quanto ha detto, in una intervista concessa all'agenzia dell'episcopato italiano “Sir”, monsignor Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto e Presidente della Commissione episcopale per la Dottrina della Fede, l'Annuncio e la Catechesi.

Il documento della Congregazione per la Dottrina della Fede, pubblicato il 10 luglio e intitolato "Risposte a quesiti riguardanti alcuni aspetti circa la Dottrina sulla Chiesa", è stato approvato da Benedetto XVI.

I responsariprendono l’insegnamento conciliare e il Magistero post-conciliare e precisano – si legge nel testo – "il significato autentico di talune espressioni ecclesiologiche magisteriali, che nel dibattito teologico rischiano di essere fraintese".

"Il documento – ha detto monsignor Forte – ribadisce punti assodati dell'insegnamento del Concilio Vaticano II, che sono parte costitutiva della coscienza profonda di ogni cattolico adulto nella fede: e, cioè, che la pienezza dei mezzi di grazia offerti dal Signore si trova nella Chiesa cattolica”.

“Chi non avesse questa convinzione, non avrebbe neanche motivo di essere e dichiararsi cattolico", ha aggiunto.

Il valore del documento sta proprio nel “richiamare la coscienza della nostra identità di credenti cattolici, figli grati e obbedienti della Chiesa nostra Madre, in un'epoca in cui la tentazione strisciante del relativismo si insinua da tante parti”.

“Questo, però, va vissuto con grande serenità: non è riaffermare l'identità contro qualcuno, ma richiamarla per meglio vivere la nostra missione al servizio del Vangelo e, dunque, la nostra carità verso tutti", ha affermato il noto teologo.

La novità, ha quindi spiegato, “non è nei contenuti, ma nel contesto: che è quello della nuova evangelizzazione nell'orizzonte del villaggio globale e delle sfide della giustizia, della pace, dell'urgenza di testimoniare con serena convinzione gli orizzonti di senso e le ragioni di speranza che ci vengono dalla nostra fede di discepoli di Cristo nella sua Chiesa, la cui comunione è vera buona novella di fronte alle solitudini così diffuse nelle società del cosiddetto tempo post-moderno".

Infatti il Concilio Vaticano II, ha detto, “non ha rotto col passato della fede, ma ha realizzato la stupenda immagine amata dai Medievali: salendo sulle spalle dei giganti - che sono i testimoni della fede ecclesiale in tutte le epoche - esso ci ha fatto guardare più lontano di loro".

A questo proposito, nel replicare alle interpretazioni secondo cui il documento della Congregazione per la Dottrina della Fede rappresenterebbe un'offensiva contro il Concilio Vaticano II, monsignor Forte ha affermato che "assolutamente non lo è: la prova è che esso ribadisce fedelmente l'insegnamento del Concilio, senza cambiarlo di una virgola”.

“Ciò che vuole evitare il documento è la confusione e l'irenismo, non l'incontro sincero nella Verità, a cui tutti dobbiamo obbedire, e il dialogo fatto di onesta attenzione all'altro e di proposta sincera del proprio punto di vista”, ha sottolineato.

In merito alla questione del “subsistit in”, l’espressione contenuta nella Costituzione dogmatica “Lumen gentium”, secondo la quale “la Chiesa di Cristo sussiste nella Chiesa cattolica, governata dal Successore di Pietro e dai Vescovi in comunione con lui' (n. 8), il presule ha detto che essa “aveva una chiara connotazione ecumenica, ribadita dai responsa” .

“Dire che 'l'unica Chiesa di Cristo, che nel Simbolo professiamo una, santa, cattolica e apostolica' è la Chiesa cattolica – ha chiarito – , significava escludere l'attenzione agli elementi di grazia e di salvezza presenti nelle altre Chiese e comunità ecclesiali non cattoliche”.

In quest'ottica, i responsa intendono, così come aveva già fatto il Concilio Vaticano II, “unire l'affermazione della verità sull'unicità della Chiesa cattolica al riconoscimento dei gradi di comunione presenti nelle altre comunità cristiane, fino a quello della natura propria di Chiesa che riguarda le comunità dell'Oriente cristiano che hanno conservato la successione apostolica e, perciò, il sacerdozio e l'Eucaristia nella pienezza della loro realtà”.

Nel trattare gli altri “risvolti ecumenici”, riguardanti le Chiese orientali separate dalla piena comunione con la Chiesa cattolica e le comunità cristiane nate dalla Riforma del XVI secolo, ha invece sottolineato che "affermare che le comunità nate dalla Riforma non sono Chiese secondo il concetto che la Chiesa cattolica ha di questo termine non vuol dire negare che esse lo siano secondo la propria convinzione e maniera di intendere la Chiesa”.

“Non vedo qui alcuna difficoltà ecumenica, anzi mi sembra che si vada incontro a un'esigenza di onestà e verità, più volte ribadita negli stessi documenti ufficiali delle Confessioni evangeliche”, ha concluso.