Arcivescovo Ravasi: tra fede e scienza, occorre un incontro sulle frontiere

Anticipazioni sul Convegno internazionale “Evoluzione biologica: fatti e teorie”

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di Marco Cardinali


ROMA, lunedì, 26 gennaio 2009 (ZENIT.org).- Nel 2009 si celebrano i 150 anni da quando Charles Darwin scrisse "L'origine delle specie", opera fondamentale della biologia evoluzionista. A seguito di recenti scoperte scientifiche assai rilevanti, il tema dell'evoluzione biologica merita un'attenta e seria riconsiderazione, tanto da un punto di vista scientifico, quanto da una prospettiva filosofica e teologica, evitando le posizioni ideologiche che hanno spesso dominato il dibattito.

Con questa convinzione e con il più generale intento di promuovere una corretta e feconda relazione dialettica tra Scienza, Filosofia e Teologia, la macchina organizzativa si è messa al lavoro da tempo per preparare al meglio il convegno internazionale che ha per titolo "L'evoluzione biologica: fatti e teorie" organizzato dalla Pontificia Università Gregoriana, inserito nel progetto STOQ, e posto sotto l'alto patrocinio del Pontificio Consiglio per la Cultura.

Proprio all'Arcivescovo Gianfranco Ravasi, Presidente dello stesso Pontificio Consiglio, abbiamo posto alcune domande per comprendere meglio l'importanza del tema che appassiona scienziati, filosofi e teologi da tutto il mondo, e che nello stesso tempo affascina un gran numero di persone in ogni ambito.

Eccellenza, perché il Pontificio Consiglio della Cultura ha voluto patrocinare questo convegno sull’evoluzione?

Arcivescovo Ravasi: Ci sono sostanzialmente due ragioni. Una è quella che riguarda le funzioni del Dicastero stesso che avendo come propria insegna la cultura la considera nella forma ormai contemporanea. La cultura non è infatti solo la dimensione artistica intellettuale, umanistica, ma considera molte discipline che hanno ormai delle risonanze all’interno dell’esperienza sociale ed umana, come facenti parte dell’interesse stesso della cultura. Sappiamo d’altra parte che adesso la categoria cultura è diventata una categoria trasversale che quindi attraversa le esperienze fondamentali dell’uomo nella loro capacità di riflessione, quindi di un’interpretazione della realtà. La scienza è sicuramente sul podio, sulla tribuna all’interno della cultura contemporanea, quindi richiede un confronto, un’attenzione da parte di chi, appunto ha come referente la cultura.

La seconda ragione riguarda il fatto che la dimensione scientifica ha provocato ripetutamente in questi ultimi tempi la dimensione religiosa, quindi il confronto tra fede e scienza è diventato uno dei confronti più delicati e serrati. Per questo motivo è soprattutto indispensabile ritornare a ricostruire un incontro sulle frontiere. Cioè lo scienziato deve cominciare a guardare al di là, cioè cominciare a vedere l’orizzonte della filosofia e della teologia schiodando dalla sua mente la convinzione che siamo in presenza di un reperto, di un paleolitico intellettuale remoto, di contro alla forza della scienza; dall’altra parte il teologo e il filosofo devono riuscire a guardare il campo dello scienziato senza temere sempre che ci siano delle persone che vogliono costruire dei nuovi mostri, rompendo qualsiasi legame, qualsiasi perimetro proprio dell’umanità o comunque dell’antropologia. Questa seconda ragione importantissima si riassume in una parola abusatissima ai nostri giorni e difficilissima da declinare che si chiama dialogo.

Dunque il tema, com’è logico, si inserisce in quel dibattito affascinante tra scienza e fede con la speranza che sfoci in un vero dialogo. Secondo lei c’è il rischio che, sia da una parte che dall’altra, si tenda a far emergere una posizione definitiva che poggi, appunto, su un versante o sull’altro?

Arcivescovo Ravasi: I rischi sono molteplici e sempre in agguato quando si cominciano a considerare questioni di frontiera, sempre molto delicati che ammettono sconfinamenti di loro natura; il primo rischio è certamente quello di una sorta di definitività che ogni campo assevera per sé stesso, ma paradossalmente il rischio può essere anche il contrario cioè l’affermazione di qualche componente stravagante, nel vero senso del termine, che esce, vaga al di fuori dell’orizzonte in cui si è immersi.

Ci sono degli scienziati, ad esempio, che sono rigorosi nel proprio campo e che provocati ad un confronto in sede filosofica o metodologicamente differente, fanno emergere delle teorie che sono strane e al di là della propria frontiera. Un altro rischio che c’è è far sì che qualcuno cerchi di trovare all’interno del confronto le proprie tesi, le proprie soluzioni. In quest’ottica certamente alcuni si sentiranno esclusi dal dibattito, si faranno vivi e diranno che manca la loro voce specifica. Pensiamo ad esempio a tutta la corrente americana del cosiddetto “creazionismo” che ha certamente una sua visione e che in futuro potrebbe essere anche oggetto di un altro confronto serrato.

Dunque i rischi sono molteplici, ma sono convinto che la possibilità tra uomini di cultura, nel senso più alto e nobile del termine, di confrontarsi, farà sì che al di là delle sbavature, al di là anche di qualche degenerazione scontata ci sia invece la possibilità di un confronto serio e qualificato. Spesso uso una immagine quando parlo di dialogo interreligioso, che penso possa essere adatta al nostro tema; l’immagine del duetto cioè il tener conto che per fare armonia non è necessario che ci sia il concordismo, cioè che la teologia e scienza dicano la stessa cosa, in quel momento probabilmente a dire la stessa cosa una delle due sbaglia perché necessariamente leggono la realtà da due prospettive diverse. L’immagine del duetto, invece, indica che l’armonia può avvenire quand’anche vi fosse un soprano e un basso insieme che cantano, perché ognuno tiene il suo timbro, ma al tempo stesso si associa all’altro e costruisce armonia. Sono due letture da due angolazioni diverse, sono prospettive differenti sulla stessa realtà che devono conservare la propria diversità, ma mostrare che sono interpretazioni della stessa realtà.

A livello internazionale sono già previste molte iniziative per il 2009 e alcune a livello scientifico. Certamente questa è, finora, la più grande iniziativa organizzata all’interno della Chiesa cattolica sul tema. Dunque si evidenzia l’aspetto importante di una volontà da parte della Chiesa di confrontarsi sulle questioni di frontiera. Tra i rischi a cui abbiamo già accennato si potrebbe aggiungere il limite che magari questo convegno altamente scientifico sia per pochi conoscitori e che la maggioranza delle persone resti lontana dall’avvenimento e non coinvolta nella tematica?

Arcivescovo Ravasi: Difatti ho già proposto agli organizzatori di questo convegno prima di tutto di mantenere il rigore. È fondamentale, perché se già si concepisce l’incontro come un convegno di tipo divulgativo, generale, si incorre nell’approssimazione e poi o si arriva ad un accordo generico, oppure si arriva proprio alla dissociazione sempre basata su presupposti ideologici di tipo antecedente. Quindi coloro che si iscriveranno devono essere consapevoli che ogni relazione sarà di alto livello e che bisognerà impegnarsi con la fatica propria di chi deve lavorare all’interno del pensiero, dunque all’interno di una elaborazione concettuale e tematica sofisticata e raffinata. Ho proposto che pur mantenendo questo convegno col suo rigore, successivamente ci siano almeno due percorsi da praticare: magari un incontro o anche semplicemente un workshop. Si studierà poi come, che sia di taglio didattico e che tenga conto delle eventuali finalità, trascrizione dei contenuti, ma anche delle visioni più generali attorno a questo tema dell’evoluzione biologica, e al problema del rapporto fede e scienza per finalità più pastorali e per finalità anche scolastiche, didattiche.

Se è rigorosa la cosa può essere accolta anche in ambito scolastico, disciplinare, magari nelle scuole superiori, senza escludere la possibilità di fare anche dei lavori per i bambini e ragazzi di scuole primarie. Secondo percorso da fare è elaborare dei testi, non gli atti accademici che ci saranno, ma testi che abbiano la finalità di poter venire incontro alle domande che sorgono dalla base, da persone che sono continuamente provocate su questi temi, dai quotidiani, dalle riviste, dalla televisione, e che si risolvono il più delle volte soltanto con delle battute e alcune volte persino con delle ironie e non con un approfondimento serio. In questo secondo ambito si potrebbero coinvolgere delle istituzioni ecclesiastiche, culturali che abbiano questo aspetto al centro del loro interesse culturale, penso ad esempio alle università pontificie.

Ormai mancano meno di due mesi alla celebrazione del convegno. Qual è l’atteggiamento che consiglierebbe di adottare a chi parteciperà al convegno nella Pontificia Università Gregoriana o a chi comunque lo seguirà da lontano?

Arcivescovo Ravasi: Potremmo evocare quasi una tradizione che appartiene alla storia della cultura. Due sono i verbi fondamentali che plasmano la cultura. Da un lato c’è il verbo “ascoltare” che comprende evidentemente anche il verbo leggere. Ascoltare è la cosa che in assoluto è la più difficile. Non è vero che è più difficile parlare in pubblico, è molto più difficile ascoltare. Ascolto, vuol dire seguire i percorsi che vengono proposti con attenzione, con uno sforzo, tanto è vero che noi in italiano abbiamo una parola altamente significativa per indicare ciò che non ha senso, è l’assurdo, che deriva da sordità, cioè non essere capaci di sentire le argomentazioni. Dunque venire un po’ spogli da tanti presupposti, da tanti condizionamenti e cominciare a seguire i percorsi che vengono indicati. L’esercizio dell’ascolto è fondamentale soprattutto in caso di comunicazioni sofisticate come sono queste.

Il secondo verbo fondamentale è “conoscere”. Direi che la definizione più alta di cultura è quella che si trova nella prima riga della Metafisica di Aristotele, in cui si afferma che tutti gli uomini, per loro natura, desiderano conoscere. La conoscenza però, non è solo una questione intellettuale; qui si toccano problemi che come si vede sono chiaramente di tipo esistenziale, perché tocca la domanda fondamentale sul chi siamo, che senso abbiamo. Naturalmente lo scienziato affronta questa domanda semplicemente dal punto di vista dei meccanismi che determinano l’essere, la realtà che costituisce, in questo caso, l’uomo nella sua identità. La filosofia e la teologia esaltano invece la conoscenza attraverso altre dimensioni. Anche lo scienziato peraltro.

Direi che ci sono almeno quattro elementi che vengono coinvolti nella conoscenza: l’intelligenza; la volontà e qui bisogna ritornare veramente ad un volere insieme, una volontà comune al servizio dell’umanità; il sentimento, cioè l’aspetto affettivo, l’aspetto direi della passione che è indispensabile. Ci sono argomenti che tra l’altro ci coinvolgono in maniera molto profonda e che riguardano chi siamo noi realmente; e da ultimo anche l’agire. Conoscere nella Bibbia indica persino l’atto sessuale tra due persone che si amano e che costruiscono quindi una famiglia, la casa, il futuro. Ecco nel nostro caso questa conoscenza avrà delle risonanze di tipo concreto che possono essere molto delicate. Quindi seguire questo convegno vuol dire conoscere intellettualmente, fare un grande esercizio anche nella volontà, nella sapienza, che sa giudicare che sa vagliare; partecipare, sapendo che siamo chiamati in causa tutti perché è una domanda che riguarda noi e alla fine ricordare che dobbiamo costruire una scienza, una teologia, una filosofia che abbia una ridondanza nell’esistenza e nella storia.

[Per maggiori informazioni e per iscriversi al Convegno: www.evolution-rome2009.net/ oppure www.unigre.it]