Arte e Carità (Quinta parte)

L'aspetto giuridico dell'Arte Sacra

Roma, (Zenit.org) Rodolfo Papa | 847 hits

La riflessione generale che stiamo conducendo sull’aspetto giuridico dell’arte sacra, può essere approfondita ed esemplificata mediante l’analisi di specifiche questioni. Nella dimensione del rapporto tra arti e liturgia, può essere interessante fare riferimento alla importante questione dell’ornamento del Tabernacolo, sulla quale Massimo Dal Pozzo scrive: «Per quanto concerne i disegni e le rappresentazioni, si richiede una certa attinenza con il mistero eucaristico e non una libera interpretazione del discorso teologico. È bene comunque avere presente che l’iconografia non ha funzione didattica o espressiva (come per altri oggetti liturgici), si limita a far da cornice al “capolavoro del Creatore”. Il rispetto del sensus fidei e della popolarità del gusto (che dovrebbe essere un portato, talora dimenticato o trascurato, dell’actuosa partecipatio della comunità) aiutano a evitare ricerche di originalità o esoterismo fuori luogo»[1].

In questo brano possono essere evidenziati tre ordini di ragionamento, tra di loro separabili ma strettamente collegati. Prima di tutto viene posta in evidenza l’esistenza e l’imprescindibilità della iconografia specifica, che nel corso del tempo ha sviluppato temi e soluzioni compositive. In secondo luogo e conseguentemente, viene sottolineato che la specificità del Tabernacolo rende superflua o fuori luogo l’introduzione di elementi didattici o espressivi, giacché l’iconografia specifica “si limita a far da cornice al capolavoro del Creatore”. Possiamo osservare che l’oggetto e il fine specificano anche il mezzo; infatti, in altri aspetti dell’arte sacra gli aspetti catechetici, educativi, parenetici … diventano invece prevalenti. Il terzo ordine di ragionamento, introduce il sensus fidei in correlazione alla popolarità, ovvero alla comprensibilità del popolo e quindi pone la questione della cattolicità del “sistema d’arte” attraverso il quale si manifesta una determinata forma e quello che “volgarmente” viene definito “stile”.

Proprio la relazione, teorica ed in certo modo giuridica, tra sensus fidei e “sistema d’arte” appropriato, lancia la questione fondamentale della actuosa partecipatio, che per essere nel contempo piena ed efficace, impone di “evitare ricerche di originalità o esoterismo fuori luogo”, perché la produzione elitaria di linguaggi esoterici incomprensibili per il popolo, violerebbe il principio fondamentale della cattolicità, della comprensibilità universale, ripiegando nel tribalismo degli slang parlati dai clan ma non condivisi dalla comunità.

Questo triplice ordine di ragionamento, in sé molto chiaro, si traduce in norme e regole affinché l’arte sia effettivamente al servizio del Tabernacolo. Ci si potrebbe domandare perché sia stato necessario, nel corso dei secoli, che la Chiesa normasse questa così come le altre questioni legate all’arte sacra. Si potrebbe ancora obiettare che la norma sembra essere una cintura di forza per l’arte e  dunque che sia inopportuna nella dimensione dell’arte sacra.

La risposta a queste domande e obiezioni esige un chiarimento: non esiste una legge “esterna” all’arte cristiana, poiché il principio regolatore e normativo è il medesimo principio dal quale essa deriva. L’origine è il fine stesso della dimensione ri-creatrice dell’arte sacra nella visione cattolica.

Le norme, derivate da questa stessa legge interna, inoltre, garantiscono che sia conservato ed individuato il principio stesso dell’arte, ovvero -come si direbbe per la liturgia- “il culmine e la fonte” che è Cristo stesso, la sua Incarnazione, Morte e Risurrezione. La norma, dunque, ha il compito di individuare il principio e di non farlo smarrire, cosa che può avvenire nei momenti di crisi, nelle difficoltà di relazione con altre “visioni del mondo”, a causa di una eccessiva mondanizzazione dei fini e dei principi dell’arte stessa.

Come ha sottolineato con forza Papa Francesco nella sua Omelia nella Santa Messa con i Cardinali il 14 marzo 2013: «Quando non si confessa Gesù Cristo, si confessa la mondanità del diavolo, la mondanità del demonio». Questa preziosa affermazione si può estendere a tutte le dimensioni e le attività, e vale anche e tanto più per l’arte sacra: il sistema artistico cristiano è nato e sviluppato per confessare Cristo. Non si può pretendere che sia sacra un’arte che non vuole confessare Gesù Cristo e la sua Croce, un’arte che invece confessa la mondanità del demonio. Applicando ancora la prima Omelia di Papa Francesco al mondo dell’arte, potremmo dire che ci sono dei movimenti artistici che “tirano indietro” perché si muovono senza Gesù Cristo: «Noi possiamo camminare quanto vogliamo, noi possiamo edificare tante cose, ma se non confessiamo Gesù Cristo, la cosa non va».

L’arte sacra non deve allora mai perdere il suo vero fine, di annunciare, educare, ammonire, esortare e glorificare nella luce del Signore e nel nome del Signore.

Annunciare implica nell’arte la bellezza splendente dell’esterno e dell’interno delle nostre Chiese, immagine della Santa Chiesa edificata con “le pietre vive unte dallo Spirito Santo”; la bellezza è confessione di Fede.

Educare significa formare nella catechesi alle verità di Fede, accompagnare in un cammino di crescita.

Ammonire significa saper svolgere il discorso parenetico, parlando dei vizi e delle virtù, della vita dell’uomo mondano e della via dell’uomo di Dio.

Esortare significa la duplice dimensione di spronare alla resistenza nelle forza delle proprie convinzioni attraverso gli esempi dei martiri, dei confessori, delle vergini, dei mistici e dei fondatori, oltre che degli Apostoli, dei Padri e dei Dottori della Chiesa, e di esortare attraverso le immagini alla preghiera e alla contemplazione.

Ancora una volta risulta opportuno rivolgersi al mirabile testo del cardinal Paleotti che elenca le virtù proprie delle immagini sacre e quindi il loro immenso valore per i fedeli:  «quanto all’onestà e alle virtù, non si potrebbe esprimere a sufficienza il giovamento che da esse si riceve, in quanto le immagini ammaestrano l’intelletto, sollecitano la volontà, corroborano la memoria delle realtà divine, producendo così nel nostro animo i maggiori e più efficaci effetti che nessun’altra cosa al mondo può generare, col metterci davanti agli occhi e imprimendo nei nostri cuori azioni eroiche e magnanime, esempi di pazienza, di giustizia, di castità, di mansuetudine, di disprezzo del mondo, di misericordia, e altri ancora. Come in un bambino, le immagini sollecitano in noi il desiderio della virtù e l’orrore per il vizio, che sono le strade maestre per giungere al vero onore e alla vera gloria»[2].

La questione teoretica e giuridica dell’arte sacra è complessa ed ampia; abbiamo a disposizione le ricchissime indicazioni del Concilio Vaticano II e di quanto hanno scritto e detto i Sommi Pontefici. Il cammino di riflessione a partire da questi testi non può assolutamente essere considerato concluso. Scrive  ancora Massimo Dal Pozzo: «Non solo nella dottrina canonista, ma anche in quella liturgica, manca spesso un approfondimento del profilo artistico che vada al di là del mero richiamo normativo»[3].

Proseguiamo dunque nella riflessione, camminando, edificando e confessando Gesù Cristo, anche attraverso lo splendore dell’arte che è la manifestazione della santità della Chiesa, Corpo mistico di Cristo.

Rodolfo Papa, Esperto della XIII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, docente di Storia delle teorie estetiche, Pontificia Università Urbaniana, Artista, Accademico Ordinario Pontificio. Website: www.rodolfopapa.it  Blog: http://rodolfopapa.blogspot.com  e.mail:  rodolfo_papa@infinito.it.

*

NOTE

[1] Massimo del Pozzo, Luoghi della celebrazione “sub specie iusti, Giuffrè Editore, Milano 2010, pag. 107.

[2] Gabriele Paleotti, Discorso intorno alle immagini sacre e profane (1582), Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2002, cap. XX, pag.68.

[3] M. dal Pozzo, Luoghi della celebrazione “sub specie iusti”, pag. 295. Cfr. anche M. dal Pozzo, La dimensione giuridica della liturgia. Saggi su ciò che è giusto nella celebrazione del mistero pasquale, Giuffrè Editore, Milano 2008, pp. 283-299.