Arte e Carità (Seconda parte)

L'aspetto giuridico dell'arte sacra

Roma, (Zenit.org) Rodolfo Papa | 1057 hits

Nel precedente articolo abbiamo visto che l’arte ha il compito di educare attraverso ciò che le compete per statuto epistemologico, ovvero la bellezza. Il piacere spirituale che da essa deriva è la porta che conduce alla via maestra della verità. Come ci indica il Catechismo della Chiesa Cattolica «la pratica del bene si accompagna ad un piacere spirituale gratuito e alla bellezza morale. Allo stesso modo, la verità è congiunta alla gioia e allo splendore della bellezza spirituale. La verità è bella per se stessa».[1]

Su questo punto, ovvero sull’efficacia spirituale che le immagini producono nell’anima del fedele, moltissimi autori hanno scritto nel corso dei secoli cose illuminanti: San Gregorio, San Basilio,  Beda il Venerabile per esempio.  L’assunto di fondo di queste considerazioni è molto chiaro: se ascoltare la narrazione di un martirio, della forza e della costanza del martire, suscita un effetto psicologico e spirituale nell’ascoltatore, tanto più attraverso la vista delle immagini la devozione non può che aumentare. Viene considerato che l’aspetto parenetico (morale) dell’exempla del martire viene rafforzato dall’aspetto visivo, che coinvolge spiritualmente il fedele e rende maggiormente memorabile l’esempio. Lo strumento artistico è capace, infatti, di sottolineare la bellezza e lo splendore della dimensione morale e spirituale dell’esempio, tanto da evidenziarne il suo valore veritativo. 

La pittura, eseguita entro le norme proprie dell’arte sacra, non solo è in grado di svolgere la funzione morale (parenetica) del fedele, ma anche la funzione di annuncio (kerigma) e di formazione alle verità di fede (catechesi).

L’indicazione del canone 779 del Codice di Diritto Canonico coinvolge evidentemente anche l’arte sacra: «L’istruzione catechetica sia trasmessa con l’uso di tutti gli aiuti, sussidi didattici e strumenti di comunicazione sociale, che sembrano più efficaci perché i fedeli, in modo adatto alla loro indole, alle loro capacità ed età come pure alle condizioni di vita, siano capaci di apprendere più pienamente la dottrina cattolica e di tradurla in pratica in modo più conveniente»[2]. L’arte sacra è sempre stata considerata “mezzo efficace” di comunicazione.

I destinatari del messaggio, ovvero i fedeli, possono ancor oggi essere considerati nei termini di pauperes, perché, pur non essendo più illetterati come nei secoli passati, di fatto hanno comunque perso alcuni elementi insostituibili in quel percorso educativo e formativo che conduce alla piena maturazione psicofisica dell’intera persona. Una comunicazione efficace implica, dunque, anche la formazione di un reale gusto estetico, affinché con lo strumento artistico insieme ai contenuti si insegni anche la capacità di leggerli.

L’arte sacra svolge, dunque, molte funzioni, a partire da quello suo principale e costitutivo che è eminentemente liturgico, giacché la venerazione dei fedeli coinvolge molti altri aspetti di carattere spirituale, psicologico, educativo, formativo ed anche estetico. Anche a partire da queste considerazioni si può affermare che il luogo “chiesa” è veramente un “luogo totale”, perché non c’è aspetto della vita dell’uomo che non ne venga pienamente coinvolto, ed anche per tale motivo la questione del senso dell’arte sacra è una questione complessa ed urgente. Il Codice di Diritto Canonico afferma esattamente questo principio nel canone 1188 che riprende l’articolo 125 della Sacrosantum Concilium: «Sia mantenuta la prassi di esporre nelle chiese le sacre immagini alla venerazione dei fedeli…»[3];  viene qui sottinteso il fine che è esplicitato nel canone 1186, ovvero «Per favorire la santificazione del popolo di Dio». Come esponeva  anche  il cardinal Gabriele Paleotti, l’arte cristiana «si eleva ad un fine maggiore mirando alla gloria eterna, distogliendo gli uomini dal vizio e conducendoli al vero culto di Dio».[4]

Come abbiamo argomentato nel precedente articolo, l’arte sacra possiede un suo proprio ambito normativo, che le consente di svolgere la propria funzione liturgica, catechetica, mistagogica, parenetica e formativa, attraverso la bellezza, che è ciò che le è più peculiare. La bellezza implicata dall’arte sacra, come affermato in modo esplicito o implicito in ogni passaggio del magistero che la riguardi, non può in alcun modo essere considerata in termini relativistici, cioè come relativa ai gusti dei singoli, e tanto meno può essere considerata un elemento accessorio o sorpassato. Tutto il Magistero indica che l’affermazione della verità è intimamente legata alla bellezza che ne è sua manifestazione. In questa prospettiva Massimo dal Pozzo scrive che la bellezza, con cui si realizza un manufatto per il culto, è chiara manifestazione della comprensione del Sacramento ad esso connesso: «il decoro manifesta l’apprezzamento dovuto per il Sacramento. La res sacra iusta si presenta sempre come cosa essenzialmente bella »[5]. Come insegna Benedetto XVI nella Sacramentum Caritatis: «Il rapporto tra mistero creduto e celebrato si manifesta in modo peculiare nel valore teologico e liturgico della bellezza. La liturgia, infatti, come del resto la Rivelazione cristiana, ha un intrinseco legame con la bellezza; è veritatis splendor» (Sc 35).

Il decoro (ovvero la bellezza) è inscindibilmente connesso alla missione del bene, che è legata al significato, e coinvolge la cosa sacra (res sacra). Quindi ciò che è ben fatto, ciò che è giustamente realizzato per un fine nobile ed è intimamente informato da esso, raggiunge la compiutezza che è affermazione della verità, manifestando in tal modo il suo proprio splendore, che è appunto la bellezza stessa della verità in quanto bene perseguito a favore dell’uomo. Non è, dunque, possibile introdurre entro l’ambito dell’arte sacra elementi che deformino le verità di fede e ancor meno, come affermato in precedenza, “erronee teorie estetiche ed etiche”. L’arte non può in alcun modo negare formalmente, ciò che dovrebbe in realtà affermare. Non è accettabile lo scivolamento della questione teoretica ed estetica nell’alveo pericolosissimo della “dittatura del relativismo”, caratteristica della nostra epoca post-moderna, come il Santo Padre ha affermato molte volte. Entro la questione morale dei valori non negoziabili è eminentemente compresa la questione artistica in tutta la sua complessa realtà teoretica, estetica, antropologica, complessivamente umanistica.

Parlando ai partecipanti alla Plenaria del Pontificio Consiglio “Cor Unum”, il 19 gennaio scorso, Benedetto XVI ha affermato che “la giusta collaborazione con istanze internazionali nel campo dello sviluppo e della promozione umana non deve farci chiudere gli occhi di fronte a queste gravi ideologie" dettate da "una visione materialistica dell'uomo" e da "un'antropologia al suo fondo atea"; su questo "dobbiamo esercitare una vigilanza critica e, a volte, ricusare finanziamenti e collaborazioni" che "direttamente o indirettamente, favoriscano azioni o progetti in contrasto con l'antropologia cristiana”. 

Rodolfo Papa è esperto del Sinodo, docente di Storia delle teorie estetiche presso la Pontificia Università Urbaniana, artista, Accademico Pontificio.
Website: www.rodolfopapa.it Blog: http://rodolfopapa.blogspot.com E-mail: rodolfo_papa@infinito.it.

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NOTE

[1] CCC 1997, n. 2500

[2] CIC 1983, Libr. III, Cap. II, can. 779

[3] CIC 1983, Libr. IV, Parte II, Tit.IV, can. 1188

[4] G. Paleotti, Discorso intorno alle immagini sacre e profane (1582),  LEV, Città del Vaticano 2003, pag. 67.

[5] Massimo del Pozzo, Luoghi della celebrazione “sub specie iusti”…, Giuffrè Editore, Milano 2010, pag.381.