Arturo Mari: 27 anni e un milione di foto per ritrarre un Santo

Intervista con il fotografo "ufficiale" di Giovanni Paolo II

Roma, (Zenit.org) Giuseppe Rusconi | 543 hits

Per lui Giovanni Paolo II è stato "un altro papà". Non potrebbe essere altrimenti visto che ha trascorso circa 27 anni al suo fianco. Parliamo di Arturo Mari, il fotografo che ha raccontato con le sue immagini il lungo pontificato di Wojtyla. Di seguito l'intervista.

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Arturo Mari, quando noi giornalisti attendevamo l’arrivo del Papa – in questo caso di Giovanni Paolo II - scrutavamo se apparisse una macchina fotografica… a quel punto immediatamente dopo sarebbe comparsa una veste bianca…E la macchina fotografica era tutt’uno con Lei… le centinaia di migliaia di foto (forse anche più di un milione) che Lei ha scattato a quale obiettivo principale tendevano? 

Mari: Da professionista volevo in primo luogo che le foto riuscissero a documentare nel miglior modo possibile l’operato del Papa…

Dunque le sue erano foto che già interpretavano Giovanni Paolo II… 

Mari: Sì, volevo che documentassero che cosa provasse il Papa in un momento e in un luogo preciso. E che messaggio volesse trasmettere con i suoi atti. Molti colleghi giornalisti mi hanno detto che le mie foto ‘parlavano’: ed è quello che io volevo risultasse grazie alle tecniche della mia professione. Non sono mai state fotografie ‘piatte’, scattate giusto per farle.

Lei ha fotografato papa Wojtyla anche in momenti difficili e pure imprevisti, come quelli drammatici del 13 maggio in Piazza San Pietro… 

Mari: Se Lei mi chiedesse che cosa io ricordi di quel momento, dovrei rispondere: “Non mi ricordo, non mi ricordo di aver fatto quelle fotografie”. Ho sempre pensato che non mi ero fatto prendere dall’eccitazione, che l’esperienza aveva prevalso, che la Madonna mi avesse guidato la mano… non lo so. La cosa più importante per me è che quelle foto ci siano e che la storia di quel momento tanto brutto quanto significativo abbia anche una documentazione fotografica.

Passiamo ad altri momenti difficili, quelli degli ultimi anni di sofferenza. Quelle foto non hanno mai rappresentato per Lei un problema? 

Mari: No. Però direi una bugia, se negassi di aver cercato di scattarle dal punto migliore, in modo da rendere il meglio possibile il suo messaggio. Guardi, il Santo Padre volutamente si mostrava da sofferente, non si vergognava di presentarsi così non solo ad Arturo Mari ma al mondo.

Tra Lei e papa Wojtyla – come con gli altri Papi – c’era un rapporto di lavoro che Lei cercava di espletare con grande coscienza professionale. Capitava spesso che vi trovavate voi due da soli? 

Mari: E’ capitato tante volte… tutti sanno che io ho considerato Giovanni Paolo II come il mio papà. E lui mi ha tenuto come un figlio. Non è mai esistito il “Io sono il Papa, tu il fotografo, scattami questa foto”. Sono stati 27 anni di gioia, di un grande onore che mai mi sarei sognato di avere… di grande rispetto reciproco, lealtà, umiltà… Avevo conosciuto il Santo Padre già al tempo del Concilio…

Da arcivescovo di Cracovia contribuì alla stesura di alcuni dei documenti più importanti… 

Mari: Me l’aveva presentato il cardinale Stefan Wyszynski, di cui ero amico. In quegli anni ero molto interessato a conoscere meglio i Paesi dell’Est, in cui secondo alcuni c’era il Paradiso in terra. Più volte ho colto l’occasione per farmi spiegare, soprattutto da Karol Wojtyla, la realtà di un Paese comunista. La conferma diretta di tale realtà ce l’ebbi quando nel 1978 e 1979 fui inviato dalla Segreteria di Stato con due giornalisti de L’Osservatore Romano per preparare un probabile viaggio del Santo Padre appena eletto in Polonia. Giovanni Paolo aveva annunciato che si sarebbe recato a Santo Domingo e in Messico, per onorare la promessa fatta da papa Luciani. Tutti avevamo pensato che poi sarebbe venuto il turno della Polonia. In quelle visite preparatorie ho toccato con mano che cos’era la ‘Cortina di ferro’ e che significava la parola ‘libertà’: l’arcivescovo di Cracovia mi aveva detto la verità. Quanta fatica per trovare un uovo! E poi, senta questa in materia di libertà…

Forse che la polizia comunista vi ha disturbato? 

Mari: Noi tre una sera eravamo a Varsavia, fuori della Nunziatura. Stavo fumando. Si avvicinano agenti della polizia segreta… volevano arrestarci, con la motivazione che tre persone potevano prefigurare un complotto. Per fortuna, vedendo la scena, un diplomatico vaticano è uscito subito dalla Nunziatura e ha spiegato la cosa. Al che gli agenti, dopo un lungo scambio di opinioni, si sono allontanati.

Il primo viaggio in Polonia di Giovanni Paolo II, dal 2 al 10 giugno del 1979, è stato secondo le cronache un evento memorabile… 

Mari: Per me il primo viaggio in Polonia è stato fondamentale nella missione di Giovanni Paolo II., defensor pacis. Dopo la cerimonia ufficiale di benvenuto all’aeroporto militare di Varsavia, il Papa è salito su un mezzo per avviarsi verso la città. In periferie di Varsavia c’era moltissima gente, ma regnava un grande silenzio: i polacchi non sapevano come comportarsi, vista la presenza massiccia della polizia. Dopo poco però s’udì il grido in polacco di un bambino – avrà avuto dieci anni: Benvenuto Santo Padre! Bastò questo perché la folla esplodesse in una pioggia incessante e crescente di applausi e di grida augurali.

Il primo discorso alla grande folla, sempre a Varsavia, fu quello a Piazza della Vittoria, un’omelia-appello di forza anche emotiva inaudita… 

Mari: (Arturo Mari è ancora commosso, a tanti anni di distanza) Quando arrivammo a Piazza della Vittoria, una folla enorme sembrava attendersi qualcosa di ancora inespresso, ma ben presente… Il Papa fa un giro della piazza, scende, rende omaggio al Milite Ignoto… dopo qualche momento io -che ero a lui vicinissimo – lo vedo prendersi la testa fra le mani e mormorare Mio Dio, questa mia terra intrisa di sangue… perché tutti questi morti?Poi si rialzò, salì all’altare, incominciò la santa messa e pronunciò una celebre omelia, con un’ultima parte molto commovente: Ci troviamo davanti alla tomba del Milite Ignoto. Nella storia della Polonia – antica e contemporanea – questa tomba ha un fondamento e una ragion d’essere particolari. In quanti luoghi della terra natia è caduto quel soldato! In quanti luoghi dell’Europa e del mondo egli gridava con la morte che non ci può essere un’Europa giusta senza l’indipendenza della Polonia…E poco dopo: Desidero inginocchiarmi presso questa tomba per venerare ciascun seme che cadendo in terra e morendo in essa porta frutto. Sarà questo il seme del soldato versato sul campo di battaglia o il sacrificio del martirio nei campi di concentramento o nelle carceri. Sarà il seme del duro lavoro quotidiano, col sudore della fronte, nel campo, nell’officina, nella miniera, nelle fonderie e nelle fabbriche. Sarà il seme d’amore dei genitori che non rifiutano di dare la vita ad un nuovo uomo e ne assumono tutto l’impegno educativo… Alla fine quell’invocazione possente: E grido, io, figlio di terra polacca e insieme io, Giovanni Paolo II Papa, grido da tutto il profondo di questo Millennio, grido alla vigilia di Pentecoste: Scenda il tuo Spirito! Scenda il tuo Spirito! E rinnovi la faccia della Terra. Di questa Terra! Amen.

Una pagina, questa, indimenticabile pure per chi non c’era e ne è venuto a conoscenza tramite i giornali. Passiamo ad altro: con papa Wojtyla, quando vi trovavate occasionalmente da soli, parlavate anche di argomenti di vita quotidiana romana? 

Mari: Qualche volta io scherzavo con lui, che era anche un tifoso di calcio: da tifoso della Lazio dicevo a papa Wojtyla: Santo Padre, Lazio forte? E lui: Sì, Lazio forte!Poi chiamava don Stanislao, dicendogli di metterlo al corrente dei risultati della squadra romana. C’è una foto di quando ricevette la Lazio nell’Aula Paolo VI e quella foto testimonia che il Santo Padre aveva in mano - e la agitava - una sciarpa biancazzurra. Sarebbe azzardato dire che papa Wojtyla fosse un tifoso della Lazio, anche perché ero io che creavo l’occasione favorevole, ma comunque la Lazio non gli era antipatica… Questi momenti di allegria erano importanti per lui, che aveva ogni tanto un umanissimo e gran bisogno di rilassarsi, considerati i suoi ritmi incredibili di lavoro. E io ero soddisfattissimo di vederlo così… anche quando cantava a tavola i canti popolari polacchi… cantava molto bene… lo disse una volta anche un esperto…

Un musicista, un cantante? 

Mari: Andrea Bocelli venne una mattina alla santa messa a Castelgandolfo e cantò un’Ave Maria classica. Si giunse poi al Pater noster: il Papa lo intonò e Bocelli lo accompagnò. Insomma lo cantarono in due. Alla fine Bocelli disse: Mamma mia, che voce, che bella voce sonora! L’ha detto Bocelli, non mi invento niente, ci sono testimoni.

Cantava anche nelle escursioni? 

Mari: Sì, ma soprattutto pregava, meditava, preparava tutti i grandi documenti ufficiali… tutti sono stati strutturati in montagna, le encicliche incominciate in montagna…Guardi che Arturo Mari non ama la montagna, però, quando sei a tremila metri, da solo, nel grande silenzio, con quel cielo azzurro, capisci che Dio è lì, lo respiri, ti è vicino…

Arturo Mari, come vuol chiudere questa intervista? 

Mari: Posso dire soltanto una cosa. Dio mi ha regalato una grande fortuna: ho vissuto per 27 anni accanto a un santo vivente. Mi ha fatto chiamare otto ore prima che morisse. Sono stato introdotto nella stanza da letto e don Stanislao disse al Papa: Santo Padre, Arturo è qui. Il Papa si girò… non aveva niente addosso… sul lato sinistro del letto aveva appoggiata una mascherina d’ossigeno, niente altro… Si girò con un sorriso, con quegli occhi di un azzurro profondo… era tanto tempo che non lo vedevo sorridere… non mi vergogno di dire che caddi in ginocchio… il Santo Padre mi carezzò dolcemente la fronte, le guance, le mani, il cuore… poi mi disse con voce debole: Arturo, grazie… grazie. Si rigirò, ma già si percepiva che ormai era partito per un altro viaggio.

Fonte: Rossoporpora.org