Asia Bibi, cinque anni in carcere

La donna pachistana, condannata a morte per blasfemia in prima istanza, resta in attesa dell'avvio del processo di appello

Roma, (Zenit.org) Redazione | 355 hits

Oggi cadono i cinque anni dall’arresto di Asia Bibi. Era infatti il 19 giugno 2009 quando la donna cattolica pachistana fu denunciata alla polizia, nella provincia del Punjab, per presunte offese nei confronti del profeta dell’Islam Maometto.

Nel novembre 2010, in prima istanza, Asia Bibi è stata condannata a morte. È da allora che attende l’avvio del processo d’appello, più volte rinviato dall’Alta Corte di Lahore, competente per il territorio, e ora persino neanche più calendarizzato.

La donna, detenuta in isolamento per preservarne l’incolumità, prosegue così il suo personale calvario che la tiene separata dal marito e dai cinque figli. Padre James Channan, già provinciale dei Domenicani, direttore del Centro per la Pace di Lahore, conferma all’agenzia Misna: “Devono essere tempi molto duri per lei, aggravati dalla constatazione che l’impegno a livello nazionale e internazionale non le sono stati di nessun aiuto concreto”.

Padre Channan rivolge inoltre una diagnosi della situazione in Pakistan. “Le accuse ammesse dalla legge antiblasfemia - riferisce - sono diventate molto comuni e il loro uso ha privato di volontà di reazione i cristiani”. Questi ultimi sono doppiamente perseguitati. “Da un lato - spiega - un cristiano rischia perché accusato ingiustamente (finora tute le accuse sono state dimostrate false nei gradi superiori di giudizio), dall’altro l’intera comunità di cui fa parte soffre e finisce sotto attacco”.

Una situazione che rende i cristiani pachistani “spaventati”, in “difficoltà a prendere apertamente le difesi di Asia Bibi o a mettere in discussione la legge antiblasfemia”. Padre Channan dichiara che “hanno scelto di conseguenza un approccio più nascosto per risolvere questo caso ma anche per individuare una diversa prospettiva per le minoranza in questo Paese dove crescono fanatismo e radicalismo”.

L’invito del direttore del Centro per la Pace di Lahore è comunque quello di “lasciare aperte le porte al dialogo con i musulmani”, unico modo per promuovere “una cultura della guarigione, dalla tolleranza, del rispetto e della pace”.