Avere speranza significa avere un'ancora fissa nella riva dell'aldilà

Durante l'omelia a Santa Marta, papa Francesco mette in guardia dalle false certezze dei "clericalismi" e degli "atteggiamenti ecclesiastici"

Citta' del Vaticano, (Zenit.org) Luca Marcolivio | 772 hits

Niente clericalismi, né atteggiamenti di comodo e nemmeno un generico ottimismo: la speranza cristiana è qualcosa di più alto. Durante la messa di stamattina a Santa Marta, papa Francesco è tornato su uno dei suoi cavalli di battaglia. La speranza, ha spiegato il Pontefice, è in primo luogo una “ardente aspettativa” protesa verso la rivelazione del Figlio di Dio.

Sulla scia di San Paolo apprendiamo che la speranza “non delude mai”: al tempo stesso, però, essa non è “facile da capire”, ha aggiunto il Papa. E si continua a cadere nell’equivoco secondo il quale speranza sia sinonimo di ottimismo.

Parlare di speranza non significa semplicemente “guardare le cose con buon animo e andare avanti” o avere un “atteggiamento positivo davanti alle cose”. La speranza è, innanzitutto, “la più umile delle tre virtù, perché si nasconde nella vita”. Mentre la fede “si vede” e “si sente” e la carità “si fa”, la speranza è “una virtù rischiosa”, eppure “non è un’illusione”.

La speranza è soprattutto essere “in tensione” verso la “rivelazione del Figlio di Dio” e verso “questa gioia che riempirà la nostra bocca di sorrisi”. I primi cristiani assumevano l’ancora come simbolo di speranza, “un’ancora fissa nella riva” dell’aldilà.

E noi cristiani dove siamo ancorati? Possiamo essere ancorati “proprio là in quella riva dell’oceano”, oppure in qualche “laguna artificiale” determinate dalle “regole”, dai “comportamenti”, dai “clericalismi” e dagli “atteggiamenti ecclesiastici” che ci diamo.

Per San Paolo, invece, l’icona della speranza è il parto. La vita è una continua attesa e la speranza è nella dinamica del “dare vita”. E sebbene la “primizia dello Spirito” non si veda, lo Spirito “lavora” come il granellino di senape del Vangelo, piccolissimo ma “pieno di vita” e “di forza” per crescere avanti fino a diventare un albero.

Papa Francesco ha poi sottolineato la vera discriminante nella vita cristiana: “Una cosa è vivere nella speranza, perché nella speranza siamo salvati e un’altra cosa è vivere come buoni cristiani, non di più”. Un conto è essere “ancorati nella riva di là”, altra cosa è restare “parcheggiati nella laguna artificiale”.

È importante, in questo senso, guardare all’esempio della Vergine Maria che, dal momento della sua maternità, cambia atteggiamento e intona un cantico di lode a Dio. La speranza, quindi, è anche in questo cambio di atteggiamento: “siamo noi, ma non siamo noi; siamo noi, cercando là, ancorati là”.

Il Santo Padre ha chiuso l’omelia, rivolgendosi a un gruppo di sacerdoti messicani, presenti alla messa in occasione del loro 25° anniversario di sacerdozio, ed esortandoli a chiedere a Maria che i loro anni “siano anni di speranza, di vivere come preti di speranza”, “donando speranza”.