Avidità e speculazione rovinano il mondo

Margin Call: un film che comprende ma non assolve

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di Franco Olearo

ROMA, sabato, 30 giugno 2012 (ZENIT.org) - Wall Street. Eric Dale, uno dei capi settore di una grossa banca di credito finanziario, viene licenziato in tronco. Ha solo pochissimo tempo per prendere i suoi effetti personali ed andarsene. Fa in tempo però a consegnare una chiavetta di computer al giovane analista Peter Sullivan dicendogli di fare attenzione.

Peter, dopo che i suoi compagni di lavoro sono usciti, scopre che i dati che emergono dai file di Eric dicono che la banca, appoggiandosi su azioni virtuali, ha le ore contate. Sullivan mette in allarme le alte sfere e si convoca nella notte una riunione di emergenza...

Niente teorie di complotti, niente critiche al sistema: il film ci offre una lucida e inflessibile analisi di come i comportamenti avidi ed irresponsabili di singole persone siano in grado di innescare le crisi economiche che sono sotto gli occhi di tutti. Un film molto utile per fare una analisi di certi fenomeni degenerativi dell'etica della finanza.

E’ un film con tematiche complesse, poco adatto ai piccoli. Un film molto utile per fare una analisi di certi fenomeni degenerativi dell'etica della finanza

Dal unto di visto tecnico è un film ben fatto anche se complesso da seguire, con attori (Jeremy Irons, Kevin Spacey) in stato di grazia

Due giovani analisti di una società finanziaria vedono entrare nel loro open space un gruppo di persone con l’aria molto seria che senza dire una parola si dirigono verso la direzione del personale. “Sono proprio loro?” si domandano preoccupati.

Dopo aver visto film come “Fra le nuvole” sappiano anche noi di chi si tratta: sono dei professionisti nel taglio delle teste che vengono chiamati da quelle aziende in crisi che preferiscono demandare a qualcun altro il fastidio di licenziare il proprio personale.

Margin Call torna a parlare della crisi finanziaria americana del 2008. Inside Job aveva cercato di spiegarci, in forma di documentario, con animazioni e con interviste alle più significative persone coinvolte, le origini del disastro. Too big to fail aveva scelto la soluzione del racconto romanzato, concentrandosi sulla dinamica che portò alla decisione governativa di concedere un prestito di 700 miliardi di dollari per evitare il fallimento delle banche coinvolte.

Il film analizza il problema da un altro punto di vista: non si interessa della fenomenologia della crisi ma cerca di raccontarci come si comportano e reagiscono uomini e donne di una società sull’orlo del fallimento (l’allusione è alla Lehman Brothers).

In una tesa unità di tempo (tutta la vicenda si svolge nell’arco di 24 ore) si procede con lucida freddezza a mettere in atto una serie di azioni che possano consentire di salvare il moloch grazie al sacrificio dei singoli: licenziamento dei manager e dei dipendenti non più necessari con poche ore di preavviso, individuazione di un capo espiatorio da dare alla stampa, vendita repertina, la mattina presto dei titoli infettati prima che gli incauti compratori si accorgano dell’inganno.

Unico criterio per livellare ogni decisione: il denaro. Ponti d’oro per le buonuscite e premi eccezionali per le “operazioni sporche”.

Direttore d’orchesta è il grande boss (un magnifico Jeremy Irons) il quale, a chi si mostrava preoccupato dell’impatto che l’operazione avrebbe portato ai piccoli risparmiatori, giustifica l’inesorabilità degli eventi, come se si trattasse di leggi naturali: le crisi si sono sempre alternate a periodi di boom.

Il boss parla mentre pranza all’ultimo piano di un grattacielo avendo di fronte il panorama della città, sicuro che a lui non toccherà in sorte nulla di quanto sta per succedere alle persone lì sotto. “Alla fine sono soltanto soldi –sottolinea- sono pezzi di carta con una figura sopra. Facciamo un sacco di soldi se va bene, finiamo sulla strada se va male. Nel mondo ci sarà sempre la stessa percentuale di fortunati e di sfigati; di ricchi e di poveracci”. 

Nessuno appare innocente in questo film: il giovane Seth Bregman (Penn Badgley) non smette di domandare  quanti milioni di dollari guadagnano i manager della sua azienda e in cuor suo desidera cercare solo di imitarli. Anche il suo capo diretto, Will Emerson ( Paul Bettany), ormai esperto nell’arte di cavarsela nei momenti brutti e nello sfruttare al massimo i periodi di crescite gonfiate, ha la sua teoria per giustificare il sistema, prendendosela con le debolezze del piccolo debitore.

“E’ la gente che vuole che le cose vadano in questo modo. Vuole le auto, le case che non può permettersi. Quindi tu gli servi. L’unica ragione per cui continuiamo a vivere come dei nababbi è perché giriamo le cose a loro favore. Se smettessimo, in un attimo il mondo diventerebbe schifosamente equo e questo nessuno lo vuole. Vogliono quello che gli diamo ma vogliono anche far finta di non sapere da dove venga. Allora che si arrangino”.

Solo Sam, il capo dell’ufficio vendite (un bravissimo Kevin Spacey) sembra comprendere che è tutto il sistema messo in piedi che non funziona e vorrebbe voltare pagina, vorrebbe andarsene. Ma anche lui, alla fine, resterà perché , come tutti gli altri, ha prima di tutto bisogno di soldi.

Non possiamo che restare ammirati  ancora una volta nel vedere come il cinema americano sia capace di fare delle analisi lucide e implacabili sulla propria società, non solo di certi sistemi malati, ma dei comportamenti dei singoli, ormai incapaci di uscire da una spirale il benessere e di guadagno.

Se la sceneggiatura può apparire in certi momenti fin elaborata e complessa, il film beneficia di ottimi attori in forma smagliante. Il regista scava  in questo microcosmo che si agita agli ultimi piani del grattacielo cercando di coglierne le motivazioni più intime: cerca di comprenderli ma sicuramente non li assolve. 

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Titolo Originale: Margin Call

Paese: USA

Anno: 2011

Regia: J.C. Chandor

Sceneggiatura: J.C. Chandor

Produzione: BENAROYA PICTURES, BEFORE THE DOOR PICTURES, WASHINGTON SQUARE FILMS, SAKONNET CAPITAL PARTNERS, UNTITLED ENTERTAINMENT

Durata: 106

Interpreti: Kevin Spacey, Jeremy Irons, Paul Bettany, Stanley Tucci, Demi Moore 

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