Avvicinarsi al cielo

"L'Ascensione di Gesù" dipinta da Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova

Roma, (Zenit.org) Rodolfo Papa | 564 hits

La solennità dell’Ascensione di Cristo è uno degli eventi della vita di Gesù più amati dalla storia dell’arte. Numerose sono, infatti, le sublimi rappresentazioni artistiche di questo mistero; una particolarmente bella si trova nella cappella degli Scrovegni a Padova, dipinta da Giotto.

Come è noto, Giotto fu chiamato ad affrescare la cappella di nuova edificazione, situata su quello che un tempo era stato un anfiteatro romano, acquistata dalla famiglia degli Scrovegni intorno all’anno 1300.

Giotto ricevette l’incarico di dipingere la Cappella tra il 1303 e il 1304, direttamente da Enrico Scrovegni, figlio di quel Reginaldo ricordato da Dante come usuraio nel canto XVII dell’Inferno. Dal fatto che Dante collochi Reginaldo tra gli usurai, possiamo dedurre sia l’immensa fama delle ricchezze accumulate da quest’uomo, sia  la probabile impopolarità della famiglia Scrovegni. È possibile che Enrico intendesse riscattarsi dalla cattiva fama della famiglia, proprio attraverso l’erezione di questa Cappella che aprì alla visita della intera cittadinanza, dopo averla fatta interamente affrescare da Giotto e dopo aver ottenuta l’indulgenza da Papa Benedetto XI.

La decorazione pittorica effettuata da Giotto sulle pareti si estende su quattro zone sovrapposte, utilizzando un complesso e rigoroso programma iconografico, organizzato su soggetti tratti dalla Legenda Aurea del domenicano Jacopo da Varazze: nel primo registro in alto, la Storia di Gioacchino ed Anna e la Storia di Maria; nel secondo e terzo, cioè nei registri centrali, le Storie di Gesù; in quello inferiore le rappresentazioni allegoriche dei Vizi e delle Virtù inframezzate da specchiature in finto marmo; nella controfacciata il Giudizio finale.

Il penultimo pannello del terzo registro, partendo dall’alto, nella parte sinistra di chi guarda entrando nella cappella, presenta la scena della Ascensione di Gesù al cielo.  Per comprendere bene  questo dipinto, è utile fare ricorso al prezioso testo di Jacopo da Varazze, che ne è alla base.

Nel capitolo LXXII della Legenda Aurea, Jacopo da Varazze scrive: «L’ascensione del Signore avvenne quaranta giorni dopo la sua resurrezione. Vi sono sette considerazioni a proposito dell’ascensione, e sono nell’ordine: 1 da dove ascese; 2 perché non ascese subito dopo la resurrezione ma aspettò tanti giorni;3 in che modo ascese; 4 con chi ascese; 5 per quale ragione ascese; 6 dove ascese; 7 perché ascese».

Il legame tra il dipinto di Giotto ed il testo della Legenda Aurea ci fanno, peraltro, comprendere quale attenzione avesse la cultura nei confronti dell’arte, e come ci fosse una rispondenza tra testo e immagine tale da offrire al predicatore strumenti validi per l’oratoria e al fedele immediata visione di immagini parlanti ed edificanti.

Giotto organizza l’affresco di questa scena in modo apparentemente semplice, ma totalmente coerente con le profondissime analisi teologiche svolte nel testo letterario.

In basso gli apostoli sono dipinti in ginocchio, divisi in due gruppi insieme a Maria che, un po’ separata dal gruppo di sinistra, emerge in tutta la sua figura con il volto orante e insieme rapito da quello che uno degli angeli le dice, indicando la figura di Gesù, che, come su una nuvola, con le braccia alzate quasi fuoriesce dal quadro visivo.

Giotto non costruisce i piani delle sfere celesti, come ci potremmo aspettare in una composizione gotica, ma si limita a farci comprendere che il luogo verso cui Gesù sta ascendendo è oltre la dimensione del quadro, fuori. Infatti, Jacopo da Varazze scrive: «Cristo ascese oltre tutti questi cieli fino al cielo supersustanziale. Che ascese al di sopra di tutti i cieli materiali si deduce da ciò che è detto nel Salmo: “La tua magnificenza è stata esaltata sopra i cieli” (Sal 8,2)».

Giotto dipinge Gesù mentre ascende al cielo, tra due schiere di angeli, una alla sua destra e l’altra alla sua sinistra; questi angeli risultano come trepidanti, in movimento ordinato e nel contempo ondulatorio, che trova rispondenza ancora nelle parole di Jacopo da Varazze: «salì al cielo con letizia, fra il giubilo degli angeli; per questo dice il Salmo: “Ascende Iddio fra le acclamazioni” (Sal 46,6)».

Sopra le prime due file di angeli, si notano altre figure, che possiamo individuare grazie a quanto scrive Jacopo da Varazze relativamente al punto quarto ovvero “Con chi ascese”: «si nota che salì al cielo con un grande bottino di uomini e con una grande moltitudine di angeli».

Ma dove ascende e perche? Quel luogo, verso il quale ascende, che è fuori del quadro visivo è il centro di tutto il dipinto, è il luogo dell’arte di Giotto, è il cuore della nostra fede. Scrive ancora Jacopo da Varazze: «Infatti come il Primo Adamo aprì le porte dell’Inferno così il Secondo aprì quelle del Paradiso […] L’ascensione di Cristo è il pegno della nostra ascesa; perché là dove è salito il capo c’è speranza che possa salire anche il corpo […] “Vado a preparare un posto per voi” (Gv 14,2)». 

Costituisce un meraviglioso accompagnamento a questo quadro, una omelia di Benedetto XVI, nella Solennità dell’Ascensione del 2009: «L’Ascensione di Cristo significa dunque, in primo luogo, l'insediamento del Figlio dell'uomo crocifisso e risorto nella regalità di Dio sul mondo […]  C’è però un senso più profondo non percepibile immediatamente. Nella pagina degli Atti degli Apostoli si dice dapprima che Gesù fu “elevato in alto” (v. 9), e dopo si aggiunge che “è stato assunto” (v. 11). L'evento è descritto non come un viaggio verso l'alto, bensì come un’azione della potenza di Dio, che introduce Gesù nello spazio della prossimità divina.

La presenza della nuvola che “lo sottrasse ai loro occhi” (v. 9), richiama un'antichissima immagine della teologia veterotestamentaria, ed inserisce il racconto dell'Ascensione nella storia di Dio con Israele, dalla nube del Sinai e sopra la tenda dell'alleanza del deserto, fino alla nube luminosa sul monte della Trasfigurazione. Presentare il Signore avvolto nella nube evoca in definitiva il medesimo mistero espresso dal simbolismo del “sedere alla destra di Dio”.

In Cristo asceso al cielo, l’essere umano è entrato in modo inaudito e nuovo nell'intimità di Dio; l'uomo trova ormai per sempre spazio in Dio. Il “cielo”, questa parola cielo, non indica un luogo sopra le stelle, ma qualcosa di molto più ardito e sublime: indica Cristo stesso, la Persona divina che accoglie pienamente e per sempre l’umanità, Colui nel quale Dio e uomo sono per sempre inseparabilmente uniti. L’essere dell’uomo in Dio, questo è il cielo. E noi ci avviciniamo al cielo, anzi, entriamo nel cielo, nella misura in cui ci avviciniamo a Gesù ed entriamo in comunione con Lui. Pertanto, 1'odierna solennità dell’Ascensione ci invita a una comunione profonda con Gesù morto e risorto, invisibilmente presente nella vita di ognuno di noi» [1].

*

NOTE

[1] Benedetto XVI, Omelia. Solennità dell’Ascensione del Signore, 24 maggio 2009.