Benedetto XVI: l'eredità di tre encicliche

"Deus caritas est", "Spe salvi" e "Caritas in veritate" rappresentano l'architrave del magistero di papa Ratzinger

Roma, (Zenit.org) Luca Marcolivio | 1425 hits

Tre encicliche in otto anni di pontificato: due su una virtù teologale, la terza di dottrina sociale. In questo ambito il magistero di Benedetto XVI ha puntato sull’essenzialità e, al tempo stesso, sulla profondità.

La quarta enciclica sarebbe dovuta essere sulla Fede, eppure, come hanno sottolineato alcuni commentatori, il suo pontificato, in tal senso, è un’enciclica vivente. Per Joseph Ratzinger l’accettazione del ruolo di Papa è stato un grande atto di fede, così come lo è stato la rinuncia al medesimo incarico.

La prima enciclica, Deus caritas est, è stata pubblicata il 25 gennaio 2006, dopo nove mesi di pontificato, e firmata esattamente un mese prima, nel Natale 2005.

In modo abbastanza irrituale, Benedetto XVI la annunciò il 18 gennaio 2006, nel corso dell’Udienza generale. In quell’occasione il Santo Padre si soffermò subito sui concetti di eros ed agape, che aiutano a comprendere due dimensioni complementari e, nel contempo, essenziali dell’amore.

L’eros, pur richiamando la dimensione più propriamente terrena e sensuale dell’amore, “viene dalla stessa fonte della bontà del Creatore, come pure la possibilità di un amore che rinuncia a sé in favore dell’altro”, spiegò il Santo Padre.

La seconda dimensione dell’amore, pienamente comprensibile in un’ottica trascendente, è proprio l’agape che si manifesta soprattutto “nella misura in cui i due si amano realmente e uno non cerca più se stesso, la sua gioia, il suo piacere, ma cerca soprattutto il bene dell’altro”.

La famiglia è il primo habitat naturale per la caritas, intesa in entrambe le accezioni individuate dal Pontefice, tuttavia la carità è anche un principio sociale, in quanto incanala l’uomo “verso la più grande famiglia della società, verso la famiglia della Chiesa, verso la famiglia del mondo”.

Il concetto di carità, soprattutto nella lingua italiana, viene spesso associato alla filantropia e, talora, anche alla Caritas intesa come organizzazione ecclesiale. Tuttavia essa è soprattutto “necessaria espressione dell’atto più profondo dell’amore personale con cui Dio ci ha creati, suscitando nel nostro cuore la spinta verso l’amore, riflesso del Dio Amore che ci rende sua immagine”, affermò il Papa.

La seconda enciclica di Benedetto XVI, Spe Salvi, è ispirata ad una frase di San Paolo: “Nella speranza siamo stati salvati” (Rm 8,24). La speranza cristiana non ha una dimensione solamente terrena. Gesù Cristo, infatti, ci ha condotto all’“incontro con una speranza che era più forte delle sofferenze della schiavitù e che per questo trasformava dal di dentro la vita e il mondo” (SS 4).

La speranza cristiana non è in qualcosa ma in Qualcuno. Inoltre essa è la fonte della vera libertà, in contrapposizione con i falsi miti del progresso e della scienza. Quest’ultima, in particolare “non redime l’uomo”, scrive il Papa, anzi, se male utilizzata, “può anche distruggere l’uomo e il mondo” (SS 24-26).

Tre sono i luoghi della speranza, indicati da Benedetto XVI: 1) la preghiera, in quanto Dio non nega mai il suo ascolto; 2) l’azione  che implica soprattutto il lato altruistico della speranza, l’impegno affinché “il mondo diventi un po’ più luminoso e umano” (SS 35); 3) la sofferenza che “permette di maturare, di trovare senso mediante l’unione con Cristo, che ha sofferto con infinito amore” (SS 36-39); 4) il giudizio di Dio, ovvero la giustizia divina finale che “revoca” la sofferenza passata.

Firmata il 29 giugno 2009, l’enciclica Caritas in Veritate è anch’essa ispirata a una frase di San Paolo: “Agire secondo la verità nella carità” (cfr Ef 4,15). La genesi di questo documento fu piuttosto lunga e travagliata: destinata ad uscire nel 2008, per iniziativa del Santo Padre se ne ritardò la pubblicazione per poter spiegare in modo più ponderato i cambiamenti in atto con la grande crisi economica mondiale scoppiata a cavallo di quegli anni.

La carità, spiega Benedetto XVI nell’introduzione, “è la via maestra della dottrina sociale della Chiesa” e, dato “il rischio di fraintenderla, di estrometterla dal vissuto etico”, va coniugata con la verità.

Ricordando il messaggio sempre attuale della Populorum progressio (1967) di Paolo VI, papa Ratzinger si sofferma sul concetto di “bene comune”, un principio sempre più calpestato da fenomeni degenerativi come, ad esempio, la finanza speculativa, la cattiva gestione dei flussi migratori, lo sfruttamento sregolato delle risorse della terra, i tagli indiscriminati alle spese sociali.

Per superare la crisi economica globale e le disuguaglianze sociali sempre più evidenti, è necessario tornare a valorizzare il capitale più importante: quello umano. Il primato dell’uomo si sostanzia innanzitutto nel rispetto della vita umana dal concepimento alla morte naturale: oltre a ribadire un netto ‘no’ all’aborto e all’eutanasia, Benedetto XVI condanna anche le politiche antinataliste.

La stessa economia di mercato, se vuole umanizzarsi, deve smettere di “contare solo su se stessa” e di essere un “luogo della sopraffazione del forte sul debole”, riscoprendo, invece, la logica del dono.

In questo contesto la carità va intesa non come filantropia bensì come fraterna condivisione, coinvolgimento totale e appassionato di gioie e sofferenze. 

La Caritas in veritate è anche l’enciclica che, più di ogni altra, ha approfondito l’etica ambientale. Essendo la natura un dono di Dio da usare in modo responsabile, il Papa suggerisce soluzioni di ‘ecologia umana’ che si rifanno ai principi non negoziabili come fondamento di ogni civiltà 

Altri principi cardine dell’enciclica sono il principio di sussidiarietà, che, “attraverso l’autonomia dei corpi intermedi”, diventa “l’antidoto più efficace contro ogni forma di assistenzialismo paternalista”, e lo sviluppo che, per essere tale, “deve comprendere una crescita spirituale oltre che materiale”.