Bianca come il latte, rossa come il sangue

Un ritratto dell'adolescenza autentico e profondo, privo del cinismo e del sentimentalismo

Roma, (Zenit.org) Raffaele Chiarulli | 705 hits

Il sedicenne Leo, liceale, è perdutamente innamorato di una ragazza che frequenta la stessa scuola e che sbatte il naso contro la realtà – facendosi molto male – quando scopre che la ragazza, Beatrice, a cui dopo mille esitazioni è riuscito a dichiararsi, è probabilmente destinata a morire perché malata di leucemia.

Il mondo di Leo gli crolla addosso e a nulla sembra che servano la vicinanza dei migliori amici e la comprensione dei genitori...

È possibile tratteggiare un ritratto dell’adolescenza autentico e profondo, privo del cinismo e del sentimentalismo a cui ci hanno abituato anni di narrativa di consumo e di bassissimo livello? Si può, ancora oggi, parlare ai nostri ragazzi del dolore, della sofferenza e della morte, con uno sguardo che vada oltre la punta del nostro naso? È possibile, dunque, aprirsi alla domanda irrinunciabile su cosa ci aspetta dopo la morte e, soprattutto, su cosa ci aspetta prima, parlando schiettamente di Dio (magari attraverso uno pseudonimo suggerito dal T9 del cellulare), in modo non scontato, senza toni predicatori e fregandosene del rispetto umano? Si può! Un “Bravo!”, allora, ad Alessandro D’Avenia, autore del romanzo di formazione Bianca come il latte, rossa come il sangue e alla Lux Vide, casa di produzione televisiva (quella dei santi e dei papi, e di tanti adattamenti letterari) che ha deciso di esordire sul grande schermo con questo riuscito adattamento.

Un bel film, tenero e dolce ma spiritoso e brillante, che ci riconcilia con il cinema italiano (ma guarda, nessuna battuta sulla chiesa e sull’Imu…) e con gli adolescenti al cinema. Merito di una confezione accurata, cui spicca una sceneggiatura miracolosamente in equilibrio sulle punte, che diverte senza scadere nella farsa e commuove senza cedere al patetismo: è il quarto numero della “Serie Bonifacci” (una “serie Fibonacci” anagrammata), in cui ogni film sembra migliore della somma dei due precedenti (oltre a questo, Amiche da morire è l’altro riuscito di questo 2013, in cui lo scrittore ha vergato anche i deludenti Il principe abusivo e Benvenuto Presidente!). Un’iniezione salutare quella dell’umorismo bonifacciano nella prosa piana e mimetica del romanzo, che è raccontato in prima persona dal punto di vista di un adolescente.

La storia, arcinota a legioni di fan (soprattutto adolescenti, ma anche moltissimi educatori e insegnanti), è quella del sedicenne Leo, liceale perdutamente innamorato di una ragazza che frequenta la stessa scuola, che sbatte il naso contro la realtà – facendosi molto male – quando scopre che la ragazza, Beatrice, a cui dopo mille esitazioni è riuscito a dichiararsi, è probabilmente destinata a morire perché malata di leucemia. Il mondo di Leo gli crolla addosso e a nulla sembra che servano la vicinanza dei migliori amici e la comprensione dei genitori. Fondamentale è l’incontro con un professore (un supplente d’italiano, di cui non sapremo nulla, neanche il nome, quasi a cristallizzare la sua funzione archetipica) e con la stessa Beatrice, che da meta agognata, da obiettivo da conquistare, si trasforma in una vera guida, una Beatrice dantesca, capace di svelare Leo a se stesso. Per entrambi questi personaggi, calza la definizione di Marguerite Léna: “un vero maestro è colui che serve e converte il suo dominio in amicizia”. Per il giovane protagonista l’essere amato – scoprire quindi nell’autorità del maestro una paternità e nell’amore di e per Beatrice una vera compagnia al destino – sarà un passaggio fondamentale per capire cosa davvero sia l’amore, superando le facili idealizzazioni.

Un film di rara sincerità, insomma, all’interno della cinematografia italiana, che ha tutti i numeri per diventare un classico e puntare con coraggio ai mercati internazionali (lo sanno gli animatori di cineforum per adolescenti, costretti all’esterofilia per mancanza di materia prima). Da un punto di vista tecnico, i puristi potrebbero rimproverargli qualche semplificazione e didascalismo. Senz’altro, qua e là, si nota pure che il regista ha dimestichezza soprattutto con la prassi televisiva. Eppure la storia è talmente intensa che riesce a catturare perfettamente, oltre che il senso di alcune tematiche fondamentali (anzi, proprio per questo), anche il cuore dello spettatore più smaliziato. Un film rivolto agli adolescenti, quindi, ma che piacerà anche a tutti coloro che ricordano con nostalgia e affetto quanto si sono divertiti e quanto hanno sofferto negli anni turbinosi del liceo.

Se Luca Argentero funziona bene come attore brillante ma dimostra margini di crescita come attore drammatico, i giovani interpreti sono davvero bravissimi: dopo Scialla! e Un giorno speciale, Filippo Scicchitano è più che una promessa, una certezza; Gaia Weiss riesce a essere credibile e naturale nella parte non facile della donna angelicata da quadro preraffaellita; Aurora Ruffino – la più brava e spontanea di tutti – è una presenza magnetica che conquista al primo sguardo.

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Titolo Originale: Bianca come il atte, rossa come il sangue
Paese: Italia
Anno: 2013
Regia: Giacomo Campiotti
Sceneggiatura: Alessandro D’Avenia, Fabio Bonifacci
Produzione: Luca e Matilde Bernabei per Lux Vide, in collaborazione con Rai Cinema.
Durata: 102
Interpreti: Filippo Scicchitano, Gaia Weiss, Aurora Ruffino, Luca Argentero

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