Bioetica e consumo delle droghe

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ROMA, domenica, 1° aprile 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito per la rubrica di Bioetica l'intervento del dottor Renzo Puccetti, Specialista in Medicina Interna e Segretario del Comitato “Scienza & Vita” di Pisa-Livorno.



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La relazione esistente tra bioetica e consumo di droga trova il suo epicentro nella presa d’atto che la problematica, come in altri casi, chiama in causa valori quali la libertà personale da un lato e la responsabilità verso se stessi e verso gli altri, dall’altro.

Qualsiasi discussione circa la moralità di un determinato comportamento non può mai prescindere dalla verifica della realtà oggettiva, quello che in morale si definisce “finis operis”, cioè il contenuto intenzionale dell’atto nella prospettiva di chi lo compie. Ovviamente la responsabilità morale presuppone la consapevolezza del reale contenuto delle azioni.

Che cosa fa la persona quando si fa uno spinello? Non possiamo tacere l’esistenza di un intero filone di pensiero che a vari livelli ha profuso notevoli sforzi nel tentativo, invero piuttosto riuscito, di accreditare la convinzione di una pressoché totale innocuità del consumo di cannabis, con l’avvallo del carrozzone massmediatico e i colpevoli silenzi di chi sarebbe istituzionalmente preposto ad informare correttamente.

Appartiene a tale filone, o almeno così viene da taluni accreditato, un lavoro pubblicato sull’autorevole rivista medica “The Lancet” in cui un gruppo di esperti ha riclassificato alcune sostanze psicoattive in ordine alla pericolosità. L’alcool e il fumo sarebbero più pericolosi non soltanto della cannabis, ma persino dell’LSD e dell’ecstasy (1). In realtà il lavoro non costituisce uno studio sperimentale originale, ma una valutazione di alcuni esperti ottenuta secondo un protocollo, detto “Delphi”, teso a raggiungere il consenso fra gli stessi, peraltro metodologicamente già messo in discussione (http://www.pillole.org/public/aspnuke/news.asp?id=3243&sid=576748093).

Le evidenze circa il ruolo dell’assunzione di cannabis sulla mortalità globale sono incerte. Un primo studio, condotto su 45.540 soggetti svedesi ed un follow-up di 15 anni, ha evidenziato un incremento della mortalità di 2,8 volte associato al consumo pesante di cannabis, ma includendo nell’analisi le variabili sociali, non vi era più una differenza significativa (2). Un successivo studio, condotto su 65.171 persone di entrambi i sessi, ha evidenziato un incremento della mortalità del 28-33% nei fumatori di marijuana, ma solo nel sesso maschile (3). Da questi dati il rapporto tra cannabis e mortalità, quando presente, sembrerebbe più mediato che diretto. Sono ormai accertati comunque i numerosi effetti deleteri del fumo di cannabis sulla salute psichica. Ne ha fornito una panoramica efficace la dottoressa Del Poggetto, specialista in Psichiatria, sia in un precedente intervento su ZENIT (http://www.inferdigitum.com/public/aspnuke/presentazioni/DROGHEcristina2.pdf), sia in una esaustiva presentazione powerpoint (http://www.inferdigitum.com/public/aspnuke/presentazioni/DROGHEcristina2.pdf).

A titolo aggiuntivo possiamo citare lo studio condotto su gemelli neozelandesi da cui risulta che l’uso di cannabis si associa ad un rischio quasi triplo di suicidarietà e tale cifra è ancora maggiore se l’inizio della dipendenza si verifica prima dei 17 anni di età (4). Fumando una “canna” si deposita nei polmoni una quantità quadrupla di catrame rispetto a quanto avviene inalando una sigaretta, frutto, probabilmente, della maggiore profondità dell’aspirazione e del prolungato trattenimento dell’inalato (5).

Contrariamente ad alcuni elementi che facevano supporre il contrario, in una recente conferenza alla Thoracic Society tenutasi ad Auckland (Nuova Zelanda), la dottoressa Sarah Aldington ha illustrato i risultati di un’indagine caso-controllo da cui risulta che l’uso di cannabis ha incrementato di 5 volte il rischio di cancro al polmone (http://www.nzherald.co.nz/section/story.cfm?c_id=204&objectid=10431024); in base a questi dati fumare cannabis una volta al dì comporterebbe lo stesso rischio di fumare un pacchetto di sigarette di tabacco al giorno. D’altra parte non è di immediata facilità fare luce su questi aspetti del problema, dal momento che l’uso di più sostanze psicoattive è per molti la regola e, ad esempio, così come il fumo di tabacco è un fattore di rischio per uso anche di cannabis (6), questo è un fattore che si associa all’uso di numerose altre droghe, compreso il fumo (7).

L’assunzione di droghe non ha risvolti solamente su colui che ne fa uso, ma si riflette anche sulle altre persone; basti pensare agli effetti della marijuana sulla guida. Nel 5% degli incidenti mortali avvenuti in dieci anni negli USA è stata riscontrata la positività del guidatore alla sola cannabis, che, è stato calcolato, aumentava del 29% i casi di comportamenti di guida pericolosi (8). Dati ancora più significativi derivano da uno studio francese, dove la positività alla cannabis è stata riscontrata con una frequenza più che tripla nei soggetti responsabili di un incidente automobilistico mortale con un effetto dose-dipendente (9); benché, secondo gli autori dello studio, l’alcool rimanga implicato con frequenza di gran lunga superiore negli incidenti mortali. In effetti certi titoli di giornale sembrano pericolosamente cavalcare il messaggio che la cannabis faccia meno male e sia meno pericolosa dell’alcool e del fumo.

Il sillogismo proposto è più o meno di questo tenore: alcool e fumo sono sostanze lecite e socialmente accettate e sono più dannose della marijuana, quindi non ha senso mantenere illegale la marijuana; nessuno scrupolo nello sparare balle spaziali del genere che non vi sono morti a causa della marijuana (http://www.ilmanifesto.it/argomenti-settimana/articolo_b445f242d1e097a03de274c568f4e132.html); senza considerare la pubblicistica degli effetti miracolistici attribuiti alla preziosa erba che farebbe un sacco bene per un sacco di acciacchi, insomma una panacea che sballa sì, ma in modo politicamente corretto.

La storia che le canne fanno bene dovrebbe essere raccontata a quella mia paziente, studentessa universitaria, che mi si presentò accompagnata dai genitori in preda a crisi di panico subentranti, ansia anticipatoria, stato confusionale dopo essere appena tornata da una vacanza ad Amsterdam, dove un amico le aveva proposto qualche tiro di uno spinello; le ci volle un anno di terapia psicofarmacologica e di psicoterapia per uscirne.

Già, proprio lo stesso effetto che le avrebbe fatto una sigaretta normale o un bicchiere di vino! O no? Quanto male possano fare certi “cattivi maestri” che fumano cannabinoidi, dicendo ideologicamente che non è pericoloso, ma anzi, che quasi quasi, fa pure bene, non è affermazione frutto di un moralismo retrò, ma quanto dimostrano gli studi clinici condotti sull’argomento (10, 11); questo è quanto dice proprio quella scienza di cui certi saccentoni si vantano di avere l’esclusiva.

Possiamo allora rispondere alla domanda iniziale in questo modo: fumare lo spinello significa mettere a rischio la propria salute fisica, la propria salute psichica, la propria libertà, negando la quale si nega la verità sulla persona e la pienezza della vita. Allo stesso tempo poniamo a rischio la vita e la salute del nostro prossimo.

Come nota a margine, è interessante rilevare come la fede e la pratica religiosa siano fattori che, lungi dall’essere mere dimensioni private dell’individuo, entrino nella sfera sociale attraverso la carica morale che dalla fede deriva. Nello specifico la religiosità rappresenta un forte fattore di protezione nei confronti della cultura dello sballo nelle varie declinazioni rappresentate dall’uso di marijuana, alcool e droghe pesanti (http://www.youthandreligion.org/publications/docs/RiskReport1.pdf). Dicevano che la religione è l’oppio dei popoli, ma hanno finito per trasformare l’oppio nella religione dei giovani.


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1. Nutt D et al. Development of a rational scale to assess the harm of drugs of potential misuse. Lancet 2007 Mar 24; 369.1047-1053
2. Andreasson S, Allebeck P. Cannabis and mortality among young men: a longitudinal study of Swedish conscripts. Scand J Soc Med 1990;18: 9-15
3. Sidney S, Beck JE, Tekawa IS, Quesenberry CP, Friedman GD. Marijuana use and mortality. Am J Public Health 1997;87: 585-90
4. Lynskey MT, et al. Arch Gen Psychiatry. 2004 Oct;61(10):1026-32.
5. Joy, J.E., Watson, S.J. and Benson, J.A. eds.(1999). Marijuana and medicine: assessing the evidence base. Washington: National Academy Press.
6. Degenhardt L, Hall W. The relationship between tobacco use, substance-use disorders and mental health: results from the National Survey of Mental Health and Well-being. Nicotine Tob Res. 2001 Aug;3(3):225-34.
7. Degenhardt L, Hall W, Lynskey M. The relationship between cannabis use and other substance use in the general population. Drug Alcohol Depend. 2001 Nov 1;64(3):319-27.
8. Bedard M, Dubois S, Weaver B. The impact of cannabis on driving. Can J Public Health. 2007 Jan-Feb;98(1):6-11.
9. Laumon B, Gadegbeku B, Martin JL, Biecheler MB; SAM Group. Cannabis intoxication and fatal road crashes in France: population based case-control study. BMJ. 2005 Dec 10;331(7529):1371.
10. Tomter Bogt et al. Addiction Volume 101 Page 241 - February 2006
11. Kuntsche E, Jordan MD. Adolescent alcohol and cannabis use in relation to peer and school factors. Results of multilevel analyses. Drug Alcohol Depend. 2006 Sep 15;84(2):167-74.