Bisogna recuperare la capacità di portare insieme il dolore

L'intervento del presidente della CEI al convegno di Scienza e & Vita

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ROMA, sabato, 19 novembre 2011 (ZENIT.org).- Pubblichiamo la “lectio magistralis”, con la quale il cardinale arcivescovo di Genova, Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), ha inaugurato ieri, venerdì 18 novembre, l'VIII Convegno nazionale dell’associazione Scienza & Vita, che si conclude oggi a Roma.

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Saluto i partecipanti al Convegno sul tema “Scienza e cura della vita: educazione alla democrazia”, e ringrazio l’Associazione “Scienza e Vita” per questa iniziativa che affronta una questione quanto mai delicata e ineludibile non solo per ogni singola persona, ma anche per la società, sapendo che dalla responsabilità e dai modi di affronto della vita nei suoi vari momenti si ha una prima e decisiva misura del livello umano della convivenza. Siamo tutti consapevoli della delicatezza dell’argomento in gioco, così come delle visioni diverse che spesso si confrontano, tanto da essere considerata – la vita umana – uno di quegli argomenti “divisivi” di cui è meglio non parlare, come se l’ordine sociale, basato sulla giustizia, potesse reggersi sull’ingiustizia che deriva dal non affrontare ciò che fondamentale: “ come Chiesa e come credenti – abbiamo scritto nel Documento conclusivo della XLVI Settimana Sociale – siamo chiamati al grande compito di servire il bene comune della civitas italiana in un momento di grave crisi e allo stesso di memoria dei centocinquant’anni di storia politicamente unitaria” (Documento conclusivo, Reggio Calabria ottobre 2010, n.2). E’ questo lo spirito e l’intendimento dei cattolici consapevoli che, storicamente, “se non abbiamo fatto abbastanza nel mondo, non è perché siamo cristiani, ma perché non lo siamo abbastanza” (CEI, La Chiesa Italiana e le prospettive del Paese, 1981, n.13).

Tutti ci rendiamo conto che siamo dentro ad una crisi internazionale che non risparmia nessuno, e che nessuno, nel mondo, può atteggiarsi da supponente maestro degli altri. I grandi problemi dell’economia e della finanza, del lavoro e della solidarietà, della pace e dell’uso sostenibile della natura, attanagliano pesantemente persone, famiglie e collettività, specialmente i giovani. Su questi versanti, che declinano la cosiddetta “etica sociale”, la sensibilità e la presenza della Chiesa sono da sempre sotto gli occhi di tutti. Fanno parte del messaggio cristiano come inderogabile conseguenza: “Chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede” (1 Gv 4,20). L’incalcolabile rete di vicinanza e di solidarietà che abbraccia l’intero territorio nazionale grazie ai nostri sacerdoti, consacrati, innumerevoli volontari, associazioni, rappresenta una mano tesa trasparente, universalmente nota: è quotidianamente frequentata da un crescente stuolo di fratelli e sorelle in difficoltà che ricevono ascolto, aiuto, attenzione. Ed è sempre più anche luogo di incontro e di concreta integrazione tra popoli, religioni e culture. Una rete che si avvale di risorse provvidenziali e di quell’amore gratuito che nessuna legge può garantire poiché l’amore viene dal cuore e dall’Alto.

1. E’ possibile conoscere?

Ma oggi dobbiamo puntare la nostra attenzione sulla vita umana nella sua nudità: è evidente che gli aspetti citati fanno parte dell’esistenza concreta di ogni persona, ma essi non devono oscurare la vita nei momenti della sua maggiore fragilità e quindi di più pericolosa esposizione. Per questo credo sia inevitabile allargare, seppur brevemente, l’orizzonte per poter meglio affrontare il tema della vita umana nella sua assoluta indisponibilità o, se si vuole, sacralità. Per poter parlare di qualcosa, infatti, bisogna innanzitutto chiederci se esiste qualcosa fuori di noi. E, se esiste, possiamo conoscerla? Oppure siamo dentro ad una realtà unicamente costruita dal soggetto pensante, siamo alle prese solo con le nostre opinioni individuali, senza una presa diretta sulla realtà oggettiva? E’ il problema antico ma non scontato della conoscenza. Come rispondere? Dando fiducia al mondo e all’uomo! La conoscenza, infatti, parte da un atto positivo, di fiducia: fa appello al senso comune, all’esperienza universale. E’ più naturale, logico, istintivo, porre questo atto di fiducia oppure sfiduciare l’universo? E’ dunque un atto di sintonia, di comunione preriflessa con il

mondo il punto di partenza del nostro rapportarci con il mondo, non il rinchiuderci nel sospetto e nel dubbio metodico e universale che – forse con aria di profonda intelligenza – accusa di fanatismo chi affermi che la verità esiste ed è conoscibile. La storia umana della conoscenza – nonostante grovigli a volte sofferti – corre sostanzialmente su questo filo e testimonia che, ogni qualvolta lo scetticismo si è imposto, gli esiti personali e sociali non sono stati più felici.

Il figlio di questo atteggiamento è lo scetticismo che genera inevitabilmente quel nulla di significato e di valore, quello svuotamento della vita e del mondo che già Nietzsche aveva annunciato. In realtà egli lo fa derivare dalla dichiarata “morte di Dio”, ma quando la ragione viene cancellata dall’ orizzonte, anche la fede si indebolisce: “Cerco Dio! cerco Dio! (…) Dove se n’è andato Dio? – gridò – ve lo voglio dire! Siamo stati noi ad ucciderlo: voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini! Ma come abbiamo fatto? Come potemmo vuotare il mare bevendolo fino all’ultima goccia? Che mai facemmo a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov’è che si muove ora? Dov’è che ci muoviamo noi? Via da tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipitare? E all’indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla?” (Nietzsche, La gaia scienza, Mondadori 1971, pagg. 125-126). Il nichilismo di senso e di valori nasce da una visione materialista dell’uomo e del mondo, e si alimenta allo spettro ridente del consumismo che porta a concepire l’esistenza come una spasmodica spremitura di soddisfazioni e godimenti fino all’estremo. Ma ben presto – lo vediamo nella cronaca – ne deriva una immane svalutazione della vita. Essa non è più custodita dal sigillo della sacralità, e così quando non è più gradita o risulta faticosa, la si vorrebbe eliminare. “Si va costituendo – dice Benedetto XVI - una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie. Questa ideologia è divenuta un modo di vivere, una prassi, che troviamo presente in molti ambiti e che ha diversi volti” (J. Ratzinger, Omelia della Messa Pro eligendo Pontifice, 18.4.2005).

2. Cos’è la verità?

“Cos’è la verità?” chiedeva Pilato a Gesù prigioniero davanti a lui. E’ una domanda sempre attuale che richiede una risposta seria e motivata. Per aiutarci con un esempio, possiamo dire che la verità della cappella Sistina consiste nella sua corrispondenza con l’idea di Michelangelo: in questo caso, la Sistina dipende dal pensiero di chi l’ha ideata. Ma la verità della mia idea dell’aula in cui siamo consiste nella corrispondenza della mia idea con ciò che è oggettivamente davanti a me: in altre parole è il mio pensiero che dipende dall’oggetto conosciuto. La tradizione culturale parla di verità ontologica nel primo caso, e di verità logica nel secondo. E’ vero che nella conoscenza logica il soggetto entra in gioco con la sua soggettività, ma mai a tal punto da falsare la realtà stessa; infatti ognuno di noi si ribella quando si sente conosciuto da un altro in modo distorto.

Ora, se dal piano teoretico passiamo al piano pratico dell’agire, ci chiediamo: nella conoscenza dei valori morali in quale campo siamo? Ontologico, per cui siamo noi, come Michelangelo, a creare qualcosa? oppure in quello logico per cui noi dobbiamo piegarci alla realtà di qualcosa che ci precede e che non ammette distorsioni? Oggi si tende a pensare che, sul piano dell’etica, ognuno è costruttore di ciò che per lui, soggettivamente, ha importanza e significato; che il nostro compito è quello di comporre i diversi, a volte opposti, valori; che l’importante – quando va bene - è disturbare gli altri il meno possibile. Ma non esiste qualcosa a cui l’uomo possa rifarsi nella sua conoscenza e quindi adeguarsi raggiungendo così la verità? E’ fuori dubbio che non pochi di quelli che chiamiamo valori appartengono alla sfera della soggettività individuale e sociale, basta pensare al modo di vestire, di nutrirsi, a tante convenzioni che hanno un peso nella convivenza, hanno una importanza, ma sono destinati nel tempo a mutare. Ma è tutto solo così? Non esiste nulla di oggettivo in grado di essere metro della verità morale? Che possa regolare, normare i miei comportamenti? Qualcosa che sia talmente fondamentale per l’uomo da essere universale, cioè per tutti? Di solito, fino ad un certo punto di questo ragionare tutti si è concordi, ma quando entra in gioco la questione del “valido per tutti”, allora si accende una spia e sorge in noi una trincea difensiva quasi si sentisse in pericolo la propria libertà individuale, che si esprime nell’ autodeterminazione.

3. La libertà e l’autodeterminazione

Entra sulla scena, dunque, la libertà nervo sensibile dell’anima moderna. Mi pare interessante ricordare quanto affermava Hegel nella sua Enciclopedia delle scienze filosofiche: “La libertà è l’essenza propria dello spirito e cioè la sua stessa realtà. Intere parti del mondo, l’Africa e l’Oriente, non hanno mai avuto questa idea (…) i Greci e i Romani, Platone e Aristotele (…) non l’hanno avuta: essi sapevano che l’uomo è realmente libero in forza della nascita (come cittadino ateniese, spartano, ecc.); o della forza del carattere o della cultura, in forza della filosofia. Quest’idea è venuta nel mondo per opera del cristianesimo, ed essendo oggetto e scopo dell’amore di Dio, l’uomo è destinato ad avere relazione assoluta con Dio come spirito, e far sì che questo spirito dimori in lui. cioè l’uomo è destinato in sé alla somma libertà” (Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche, Tr. It., Laterza, Bari 1951, pp. 442-443). Del resto è noto che, prima del Cristianesimo, si concepiva come superiori all’uomo le grandi potenze del Fato, della Natura, della Storia; ed egli doveva obbedire a queste forze.

Ora, se l’uomo è libero per dono di Dio, ed egli si realizza attraverso l’esercizio della propria libertà (in actu exercito), bisogna chiederci se qualunque forma di esercizio realizza la persona oppure no. A ben vedere, come qualunque agire non si qualifica da sé ma è qualificato da ciò verso cui tende - camminare per fare una passeggiata non è lo stesso che camminare per andare a fare una rapina – così la libertà, se per un verso è valore in se stesso in quanto è condizione di responsabilità, per altro verso non è la sorgente della bontà morale. La libertà è qualificata dal contenuto che scelgo liberamente, e sta ad esso come il contenitore sta al suo contenuto. Il fatto che un atto sia una mia scelta non qualifica l’agire come buono, vero, giusto. Inoltre, non bisogna dimenticare che la bontà e il male morale non sono astrazioni lontane alle quali sacrificare gli uomini nei loro desideri individuali; il bene è tale perché mi fa crescere come persona mentre il male mi diminuisce nella mia umanità. E se le persone crescono nel loro essere persone, la società intera cresce dato per acquisito che tra l’individuo e la collettività vi è un rapporto reciproco. Oggi la tendenza diffusa è rendere la libertà individuale un valore assoluto, sciolto non solo da vincoli e norme ma anche indipendente dalla verità di ciò che sceglie; in tale modo però essa si rivolta contro l’uomo e perde se stessa, diventa prigioniera di se stessa come ogni personalità narcisista. Ecco perché il Signore Gesù ricorda che la verità libera la libertà e rende libero l’uomo. Oggi vi è una certa allergia per ciò che si presenta come assoluto, cioè oggettivo, universale e definitivo: sembra di sentirsi come in una gabbia insopportabile. Ma, dobbiamo chiederci, qual’ è la vera prigione: l’assolutismo di una libertà individualista o l’assolutezza della verità?

4. Partecipazione dei cattolici alla civitas

Ma torniamo alla domanda: esiste qualcosa con la quale la nostra libertà deve rapportarsi come ciò che la precede nel valore e la qualifica moralmente? Qualcosa che, conosciuto dalla nostra ragione, permetta di superare l’angusto cerchio dell’opinione e di camminare liberi nella verità oggettiva per tutti e per sempre? Verità che dia senso al vivere e alla storia, alla persona e alla società? Risuonano sempre attuali le parole di Schopenauer quando parlava della “naturale disposizione metafisica dell’uomo”, quella disposizione universale che spinge ciascuno a suo modo a cercare una risposta alla più tremenda e fondamentale delle domande: “Per quale motivo esiste qualcosa piuttosto che il nulla se nulla ha necessità di esistere?”. Una verità, dicevo, che crei appartenenza e generi una comunità di vita e di destino? Oppure non esiste altro che vari, piccoli e brevi significati, relativi alla riuscita nella vita, al piacere, alle voglie, alle emozioni, alla fortuna? Ogni anno in Europa muoiono circa 50.000 persone per suicidio, e in una quindicina di Paesi europei la più alta percentuale di morte dei giovani è costituita dal suicidio! Se tutto è relativo, merita ancora vivere quando la vita mostra le sue durezze?

La Chiesa, inviata dal suo Signore come sale della terra e luce del mondo, svolge la sua missione evangelizzatrice in molti modi, con la Parola, i Sacramenti e il servizio della carità. Fa parte del suo servire il mondo l’essere con umiltà e amore coscienza critica e sistematica della storia: non è arroganza, ingerenza o intransigenza, ma fedeltà a Dio e agli uomini. E’ portare il suo contributo alla costruzione della civitas terrena. Per questo non c’è da temere per la laicità dello Stato, infatti il principio di laicità inteso come “autonomia della sfera civile e politica da quella religiosa ed ecclesiastica – ma non da quella morale – è un valore acquisito e riconosciuto dalla Chiesa e appartiene al patrimonio di civiltà che è stato raggiunto (…) La laicità, infatti, indica in primo luogo l’atteggiamento di chi rispetta le verità che scaturiscono dalla conoscenza naturale dell’uomo che vive in società, anche se tali verità sono nello stesso tempo insegnate da una religione specifica, poiché la verità è una” (Congregazione per la Dottrina della Fede, Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, 24.11.2002, n. 6).

E’ dunque giusto riconoscere la rilevanza pubblica delle fedi religiose: però se il semplice riconoscimento è già un valore auspicabile e dovuto, dall’altro è fortemente insufficiente in ordine alla costruzione del bene comune e allo stesso concetto di vera laicità. Potremmo dire che è come una cornice di apprezzabile valore ma che deve essere riempita di contenuti. Fuori dall’immagine, la laicità positiva non può ridursi a rispetto e a procedure corrette, ma deve misurarsi con l’uomo, per ciò che è in se stesso universalmente, cioè con la sua natura. E’ questa - la sua conoscenza integrale e il suo rispetto plenario - che invera le diverse culture e ne misura la bontà o, se si vuole il livello intrinseco di umanesimo. A questo livello primario si colloca il doveroso apporto dei cristiani come cittadini, consapevoli che le principali virtù di chiunque si dedichi al servizio della città è la competenza e il merito: questo è l'insieme di onestà, spirito di sacrificio e stile sobrio. Essi

offrono il loro contributo senza per questo dover mettere tra parentesi la propria coscienza formata dalla Dottrina Sociale della Chiesa, dal Magistero autentico e da una solida vita spirituale nella comunità ecclesiale, ricordando che la coscienza è l’eco della voce di Dio – come affermava il beato Newman – ed deve essere sempre attenta perché le opinioni, le ideologie, gli interessi o le abitudini, non oscurino quella suprema voce che indica la via della verità e del bene. Il ministero di Pietro, che è servizio di verità e di carità, è posto da Cristo Gesù perché la coscienza non si smarrisca tra gli innumerevoli rumori del mondo.

5. Umanesimo e umanesimi

Se, come ha affermato il Santo Padre Benedetto XVI, “la questione sociale è diventata radicalmente questione antropologica” (Benedetto XVI, Caritas in veritate, 75), allora i cattolici non possono tacere circa la concezione dell’uomo che fonda l’umanesimo integrale. Non tutti gli umanesimi, infatti, sono equivalenti sotto il profilo morale; da umanesimi differenti discendono conseguenze opposte per la convivenza civile. Se si concepisce l’uomo in modo individualistico, come oggi si tende, come si potrà costruire una società aperta e solidale dove si chiede il dono e il sacrificio di sé? E se lo si concepisce in modo materialistico, chiuso alla trascendenza e centrato su se stesso, un “sasso” che rotola nello spazio, come riconoscerlo non come “qualcosa” tra altre cose, ma come “qualcuno” che è qualitativamente diverso dal resto della natura? L’uomo si autotrascende nel senso che è sempre più di se stesso, tende ad andare oltre di sé per essere sé, già e non ancora, finito e desiderio di infinità, tempo ma con la scintilla di eterno: è la creatura di confine fra cielo e terra, umano ma chiamato all’intimità con Dio. Individuo ma non individualista, unico ma non chiuso, soggetto aperto al mondo e agli altri in virtù dell’istinto di comunione nella verità e nell’amore. “ Il mondo moderno – scriveva J. Maritain – confonde semplicemente due cose che la sapienza antica aveva distinte: confonde l’individualità e la personalità” (J. Maritain, Tre riformatori, Brescia 1964, 26).

Purtroppo, segnali inquietanti di questa tragica confusione non mancano. Su che cosa, allora, si potrà poggiare la sua dignità inviolabile, e quale il fondamento oggettivo e perenne dell’ordine morale? Era questa la domanda che il Santo Padre Benedetto XVI poneva nel viaggio apostolico nel Regno Unito e anche a in Germania. E sta proprio qui il punto di incontro e d’intesa di ogni dialogo civile e politico, sta qui il giudizio di verità su ogni società, cultura e religione: “La Chiesa cattolica è convinta di conoscere, attraverso la sua fede, la verità sull’uomo e quindi di avere il dovere di intervenire in favore che sono validi per l’uomo in quanto tale indipendentemente dalle varie culture. Essa distingue fra la specificità della sua fede e le verità della ragione, a cui la fede apre gli occhi e alle quali l’uomo in quanto uomo può accedere anche a prescindere da questa fede. (…). La Chiesa, al di là dell’ambito della sua fede, considera suo dovere difendere, nella totalità della nostra società, le verità e i valori, nei quali è in gioco la dignità dell’uomo in quanto tale. Quindi, per citare un punto particolarmente importante, non abbiamo diritto di giudicare se un individuo sia ‘già persona’, oppure ‘ancora persona’, e ancor meno ci spetta manipolare l’uomo e voler, per così dire, farlo. Una società è veramente umana soltanto quando protegge senza riserve e rispetta la dignità di ogni persona dal concepimento fino al momento della sua morte naturale” (Benedetto XVI, Discorso al nuovo Ambasciatore tedesco, Roma 7,11,2011). Non si tratta quindi di voler imporre la fede e i valori che ne scaturiscono direttamente, ma solo di difendere i valori costitutivi dell’umano e che per tutti sono intelligibili come verità dell’esistenza. Poiché appartengono al DNA della persona non possono essere conculcati, né parcellizzati o negoziati attraverso mediazioni che, pur con buona intenzione, li negano. E’ questo il ceppo vivo e solido che costituisce l’etica della vita, ed è su questo ceppo che germogliano tutti gli altri necessari valori che vengono riassunto con etica sociale. Tra questi, la vita umana, dal suo concepimento alla sua fine naturale, è certamente il primo. La coscienza universale ha acquisito - e sancito almeno nelle carte - una elevata sensibilità verso i più poveri e deboli della famiglia umana. Ma ci dobbiamo chiedere: chi è più debole e fragile, più povero, di coloro che neppure hanno voce per affermare il proprio diritto, e che spesso nemmeno possono opporre il proprio volto? …Vittime invisibili ma reali! E chi più indifeso di chi non ha voce perché non l’ha ancora o, forse, non l’ha più? La presa in carica dei più poveri e indifesi esprime il grado più vero di civiltà di un corpo sociale e del suo ordinamento. E modella, educa, l forma di pensare e di agire – il costume- di un popolo e di una Nazione, il suo modo di rapportarsi al suo interno, di sostenere le diverse situazioni della vita adulta sia con codici strutturali adeguati, sia nel segno dell’attenzione e della gratuità personale.

A volte si evidenzia che un conto è la presa in carica, il prendersi cura della vita fragile di chi questo vuole e comunque ne ha diritto, e un altro sarebbe la volontà diversa di chi determina un diverso comportamento. Torniamo ad un punto cruciale: se la libertà individuale abbia o non abbia qualcosa di più alto a cui riferirsi e a cui obbedire. Abbiamo visto che l’autodeterminazione non crea il bene e il male, ma ciò che è scelto. Ora la libertà è tenuta a fare i conti con la natura umana, con il suo bene oggettivo poiché per questo Dio ce l’ha donata, perché costruissimo noi stessi e non per andare contro noi stessi. Ma anche fuori da un’ottica religiosa, penso si possa giungere alla medesima conclusione. A questo punto credo che le questioni siano due. Innanzitutto, come anche recita la nostra Costituzione, il bene della salute e quindi della vita, ma dovremmo dire ogni uomo, è un bene non solo per sé ma anche per gli altri; e questi altri non sono solamente i familiari e gli amici – che purtroppo a volte possono non esserci – ma sono la società nel suo insieme. Qui sta una nota dolente a cui bisogna sempre più reagire: se l’uomo sta scivolando dalla realtà di persona a quella di individuo assoluto e geloso della propria assoluta indipendenza e autonomia, allora la società si concepirà come una massa di monadi dove ciascuno si arrangia a portare la vita, nutrendo dei diritti verso il corpo sociale come la casa, il lavoro, la sicurezza…ma lasciando gli altri fuori per tutto il resto. Il punto non è far entrare la società nel privato, ma si tratta di ricuperare la natura relazionale della persona sicché la società possa e debba concepirsi e strutturarsi non solo come erogatrice di servizi, ma come comunione di destino. Cambia totalmente la prospettiva. Nessuno deve sentirsi solo e abbandonato nella società-comunioe, né nei momenti di gioia né negli appuntamenti del dolore, della malattia e della morte. E se dietro al rispetto di ogni volontà ci fosse il desiderio di non prendersi in carica, poiché il prendersi cura richiede intelligenza e cuore, tempo e sacrificio, risorse umane e economiche? Una cultura siffatta sarebbe più rispettosa o più egoista, umana o violenta? E poi, mi sembra esiste un secondo nodo: dobbiamo recuperare il senso del dolore che è sistematicamente emarginato, nascosto nella sua naturalità, oppure è esorcizzato somministrandone dosi massicce e continuative nel tentativo di anestetizzare la sensibilità della gente e renderla quindi impermeabile. Due modalità diverse ma lo scopo è identico: far morire la morte. La cultura contemporanea deve riconciliarsi con il dolore e la morte se vuole riconciliarsi con la vita, poiché i primi fanno parte della seconda. E quindi dobbiamo recuperare la capacità di portarlo insieme. La persona sofferente ha paura di essere sola, abbandonata: tutti abbiamo sperimentato quanto una persona malata cerchi il contatto fisico della mano dell’altro, e questo piccolo, umanissimo gesto ha il potere di tranquillizzare e rasserenare. E’ la presenza, la compagnia d’amore che dobbiamo riscoprire non solo come singoli e famiglie, ma come società. Ma per questo dobbiamo rimettere al centro la relazione, sull’esempio di Dio che in Cristo ci ha incontrato nel nostro dolore, nelle molte fragilità della vita e nelle stesse gioie, facendo sentire che nessuno è solo, e che assolutamente nessuno sarà da Lui abbandonato. Grazie.