Card. Erdő: "Le Chiese siano speranza per l'Europa"

L'intervento del presidente del CCEE all'incontro di Varsavia tra il Comitato Congiunto della Conferenza delle Chiese Europee e il Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee

Varsavia, (Zenit.org) | 798 hits

Pubblichiamo di seguito l'intervento del card. Péter Erdő, presidente del CCEE, pronunciato durante il primo giorno dell’incontro tra il Comitato Congiunto della Conferenza delle Chiese Europee (KEK) e il Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee (CCEE), sul tema “Fede e religiosità in un’Europa che cambia. I nuovi movimenti cristiani in Europa: sfide o opportunità?”, che ha preso il via ieri, lunedì 4 febbraio, presso il Centro della Caritas di Varsavia.

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Eminenza, Emmanuel di Francia,

Eminenza, Eccellenze, Stimati membri del nostro comitato congiunto,

Cari amici,

Sono lieto che il nostro incontro annuale tra CCEE e KEK, quest’anno si svolga qui a Varsavia e ringrazio molto Sua Eccellenza Mons. Józef Michalik, Arcivescovo di Przemysl per l’invito e tutto il lavoro preparativo. Grazie di cuore anche a Mons. Polak e ai suoi collaboratori della Conferenza Episcopale della Polonia.

Vorrei anche salutare, a nome del CCEE, tutti i partecipanti, e in particolare desidero dare il benvenuto al rev. Guy Liaggre, nuovo Segretario generale della KEK, che avevo già avuto occasione di incontrare durante la sua visita alla nostra Assemblea plenaria dell’anno scorso, a San Gallo e che ho avuto il piacere di rivedere nel dicembre scorso a Budapest insieme alla Presidenza KEK, Sua Eminenza il Metropolita Emmanuel e l'OKR in Cordelia Kopsch, in occasione di una loro cortese e gradita visita. Dio La benedica e renda fecondo il Suo ministero presso la KEK nell’impegno per l’ecumenismo in Europa.

Quest’anno abbiamo scelto come argomento principale del nostro incontro: la presenza della fede e della religione cristiana in un’Europa che cambia. Questo tema servirà come sfondo per guardare con più attenzione la questione dei nuovi movimenti religiosi cristiani in Europa e comprendere le sfide con cui a livello pastorale e sociale le nostre chiese e la nostra gente si vedono confrontate riguardo a questi movimenti.

Permettetemi, adesso, alcune riflessioni introduttive sulla situazione religiosa in Europa e sui rapporti della Chiesa con le forze politiche e culturali presenti nel continente. Il nostro continente presenta molti segni di una forte e profonda secolarizzazione, com’è ben noto. Eppure, e questo è un fenomeno pure generalmente riconosciuto, si constata un profondo bisogno da parte di tanti di avere un riferimento al mondo soprannaturale, di avere un posto per l’elemento religioso nella propria vita.

Molti si accontentano di esperienze momentanee che chiamano volentieri spiritualità, anche se non hanno una continuità o una comunità o Tradizione di riferimento. Altri cercano una spiegazione religiosa più profonda del mondo e della realtà. Di solito, da parte della società, ci sono due atteggiamenti principali nei confronti della religione e soprattutto delle chiese cristiane storiche nel nostro continente: uno è quello che possiamo chiamare secolarismo liberale, ossia laicità radicale.

Un altro atteggiamento è quello di cercare di far tesoro della tradizione cristiana del continente a livello politico. La politica quotidiana, però, data la società profondamente secolarizzata nella maggioranza dei paesi del continente, si trova in difficoltà. I protagonisti di questa politica sentono, giustamente, il pericolo della perdita dell’identità cristiana del proprio elettorato. Si rivolgono alla Chiesa e criticano a volte la gerarchia, o il clero, accusandoli di non impegnarsi sufficientemente nella politica quotidiana.

Si tratta di un’esperienza molto complessa. Per professare la dottrina sociale della Chiesa, per arrivare alle conclusioni morali concrete che vengono dalla convinzione cattolica, o cristiana, bisogna credere, bisogna avere l’esperienza dell’incontro personale e comunitario con il Signore Gesù vivo ed essere convinti delle verità fondamentali della nostra fede, come l’esistenza di Dio, la differenza tra il bene e il male, la rivelazione divina, la risurrezione di Gesù Cristo e la nostra risurrezione in cui speriamo; e quindi credere nella vita eterna, nel giudizio finale e nell’autorità della trasmissione storica del Vangelo che ci collega con la persona storica di Gesù Cristo.

Così anche per quanto riguarda i limiti al cambiamento del contenuto della fede. Non si può pensare di poter liberamente partire da date dimensioni sociali dalle quali trarre un atteggiamento tradizionale o che secondo un singolo o un gruppo corrisponde almeno in parte a quello che la Chiesa professa, pensando così di essere cristiani, trascurando invece in realtà, il fatto stesso della trasmissione storica e il modo in cui la Tradizione cristiana procede. Perché la trasmissione del buon messaggio funziona attraverso la Chiesa concreta, organizzata non in modo arbitrario, ma in fin dei conti, secondo la volontà del fondatore della Chiesa, di Gesù Cristo.

E quindi, cercare, per ragioni politiche quotidiane, di cambiare la struttura fondamentale della Chiesa e la legittimazione dalla dottrina della Chiesa e richiedere soltanto risultati morali, di solito predeterminati dalla politica e che devono essere a volte persino “politicamente corretti” per essere ben visti da parte della politica, vuol dire cadere in una trappola, vuol dire ripetere il tentativo impossibile del barone Münchausen che voleva uscire incolume dalle sabbie mobile tirandosi per i propri capelli.

Il cristianesimo, infatti, è una religione della rivelazione, non è una religione puramente razionale, non è una religione filosofica la nostra. Ci troviamo quindi di fronte ad una situazione in cui abbiamo da un lato un secolarismo radicale che riesce al massimo a tollerare ma non a considerare elemento fondamentale la religione e in particolare il cristianesimo e le Chiese tradizionali, dall’altro lato abbiamo, invece, alcuni politici che volendo sì riferirsi alla tradizione cristiana, allo stesso tempo però, cercano spesso di adattarla a ciò che sembra più adeguato per un determinato progetto politico.

In tutto questo ci può essere la tentazione di seguire il pensiero che si crede essere la percezione della maggioranza, ma per chi ha la fede questo non può essere un argomento, perché se l’argomento superiore è di questo ordine, vuole dire che o non riconosciamo il fatto della rivelazione o mettiamo in discussione e in dubbio la via attraverso la quale noi storicamente conosciamo questa rivelazione. È quindi l’eredità ossia la fede della Chiesa stessa assistita dallo Spirito Santo la via per riconoscere il contenuto della fede e non il puro ragionamento umano che cambia secondo le opportunità.

Data questa difficoltà, i cristiani, la Chiesa, devono sempre scrutare i segni dei tempi in modo sovrano, secondo i criteri della propria fede e devono avere più coraggio, anche se non necessariamente nella politica quotidiana. Noi dobbiamo essere talmente coraggiosi da prescindere, a volte, persino dalla politica quotidiana, dall’opportunità quotidiana, nel nome di un’umanità che si conosce nella sua pienezza attraverso la persona di Gesù Cristo, attraverso il Suo insegnamento, attraverso il Suo mistero.

Viviamo in un mondo difficile in cui dobbiamo anzitutto vedere e far valere con radicalità le richieste della nostra fede. Solo in un secondo momento possono interessare aspetti più secondari, a volte a livello emozionale, così cari a vari gruppi. Questo non significa che non si apprezzino gli effetti positivi a livello psicologico, sensitivo della religiosità, significa solo che essi non sono lo scopo ultimo dell’operare della Chiesa e del fedele.

In conclusione e in vista del lavoro delle prossime sessioni in cui ci dedicheremo a guardare più da vicino le sfide dei nuovi movimenti religiosi, spesso attraenti per tanta gente semplice anche per molti collegate con emozioni facili e forti ma profondamente sradicati dalla vera eredità cristiana, vorrei augurare a tutti due giornate di lavoro che possano aiutarci a vedere meglio come, in un Europa che sta cercando un cammino per riscoprire la sua identità, siamo responsabili, in quanto chiese cristiane, a mantenere acceso la luce dell’annuncio del Signore Vivo.

Lo scopo della Chiesa è la salvezza delle persone umane, delle anime, come diciamo tradizionalmente, e questo significa, con tutta l’umiltà, che la piena beatitudine può arrivare soltanto dopo la nostra morte, nell’aldilà, nel mondo che verrà. In questo mondo abbiamo la responsabilità di lavorare secondo i criteri del Vangelo, ma non possiamo attendere di trovare qui la piena felicità.

Le Chiese devono essere un segno della comunione, dell’impegno per la persona umana e portatrici della Buona Novella di Cristo che è la speranza per Europa e per tutta l’umanità.