Carlo Maria Martini: fedele alla storia, fedele all'Eterno

Il ricordo di mons. Bruno Forte dello storico arcivescovo di Milano, in occasione dell'evento a lui dedicato, lo scorso 3 marzo, a Torino, su iniziativa della Fondazione Martini

Torino, (Zenit.org) Bruno Forte | 333 hits

Lo scorso lunedì 3 marzo, si è svolto a Torino un incontro in ricordo del cardinale Carlo Maria Martini, su iniziativa della Fondazione Martini e con il patrocinio del Comune della città Natale del porporato. Intervenuto, durante la serata, anche mons. Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto, che ha pronunciato un lungo discorso commemorativo sulla figura dell'arcivescovo di Milano, di cui, di seguito, riportiamo alcuni estratti.

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Il cardinale Martini è uno di quei maestri verso i quali la distanza temporale non solo non fa diminuire l’interesse, ma in qualche modo l’accresce, portando a scoprire nuove risonanze e significati inediti del messaggio che ci hanno lasciato. Qual è questo messaggio nel caso di Martini? Provo a riassumerne le linee portanti: fedele alla storia, fedele all’Eterno, egli ha provato di continuo a coniugare queste due fedeltà. L’urgenza di essere fedele alla storia nasceva in lui dalla convinzione che per il cristiano la trascendenza divina va intesa sempre anche come un’imminenza, che tocca e trasforma dal di dentro il cuore umano.

Ispiratore di questa concezione era il pensiero di un altro grande gesuita, Karl Rahner, che aveva saputo coniugare i diritti del soggetto, rivendicati dalla ragione moderna, con quelli della verità oggettiva, postulati dal pensiero classico: l’uomo non è né un soggetto prigioniero del proprio mondo interiore, incomunicabile all’altro, né un semplice caso dell’universale, misurato da leggi astratte e assolute. Essere dell’apertura verso il Trascendente, l’uomo è l’“uditore della Parola”, proiettato fuori di sé in un esodo liberamente orientato all’avvento di Dio. Questa visione si ritrova nel pensiero di Martini anzitutto nella struttura dialogica che sempre vi ritorna, nell’accento posto sul rapporto d’alleanza fra l’uomo che esce da sé e il Dio che viene a lui. È però interessante rilevare i correttivi che Martini introduce nella concezione di Rahner: lì dove questa rischia di essere eccessivamente ottimista e di oscurare la realtà tragica del peccato e dei suoi effetti, Martini attinge dalla Scrittura e dalla sapienza pastorale della Chiesa il senso del dramma del male e delle sue conseguenze (si pensi all’analisi del Salmo 50, il Miserere). Lì dove l’attenzione all’individuo potrebbe prevalere sulla necessità della mediazione comunitaria, in Martini è molto marcato il senso dell’appartenenza alla Chiesa. È possibile allora rilevare come le intuizioni di Rahner abbiano trovato nel Cardinale un mediatore creativo, che ha saputo adattarle alle esigenze con cui il servizio pastorale lo ha messo in contatto, per aiutare la fede e l’amore al prossimo nel vissuto della sua gente.

Un secondo tratto del messaggio che ci ha lasciato Martini è costituito dalla sua volontà di essere fermamente fedele all’Eterno. Sia che esalti la dimensione contemplativa della vita, sia che inviti a porsi in ascolto della Parola di Dio, sia che evidenzi la centralità dell’eucaristia e l’esigenza che ne scaturisce di farsi prossimo, Martini ha presente come meta e criterio la ricerca di Dio e della sua gloria. Risuonano qui alcuni motivi fondamentali degli Esercizi ignaziani: “L’uomo è creato per lodare, rispettare e servire Dio, nostro Signore, e con ciò salvare la propria anima. Le altre cose sulla faccia della terra sono create per l’uomo, per aiutarlo a conseguire il fine per il quale è stato creato” (Principio e fondamento).

Il primato di Dio è affermato senza riserve: tutto, anche l’essere e l’agire ecclesiali, va sottoposto a questa suprema misura, ed è ciò che immette nella coscienza della Chiesa il bisogno di un continuo rinnovamento e di un’incessante riforma. Si coglie qui anche la ragione del forte attaccamento di Martini alla “santa radice” dell’albero cristiano, la fede di Israele, che in maniera unica e singolare fra i popoli ha testimoniato il primato del Dio dell’alleanza nella storia: a questa linfa egli ha attinto sempre, fino alla fine, come dimostra il suo amore al popolo ebraico e a Gerusalemme, la città dove aveva sognato di morire.

È questo stesso “pathos” dell’assoluto primato di Dio che rende il pensiero del grande biblista e pastore singolarmente aperto al dialogo ecumenico, come a quello con i mondi religiosi diversi dal cristianesimo e con l’esperienza della non-credenza: nella piena consapevolezza della grazia che è l’appartenere alla Chiesa, Martini riconosce nel “Dio sempre più grande” il termine su cui misurare la relatività di ogni presunzione, anche religiosa. Rispetto all’Assoluto divino ogni fede religiosa ha semi di verità che vanno riconosciuti e apprezzati: perfino nella non-credenza può riconoscersi una “cattedra”, perché nella voce di chi lotta con Dio, pensando di non credere in Lui, è sempre la misura del Suo mistero più grande che si affaccia.

Ciò costituisce per chi crede una formidabile scuola di umiltà dinanzi all’Eterno e alle vie insondabili che la Sua Grazia sceglie per raggiungere il cuore degli uomini. La proclamazione del primato di Dio è per Martini il contributo più grande che i credenti possano dare alla crisi della modernità e delle sue certezze ideologiche e all’insorgere inquieto del post-moderno, con il suo volto nichilista e al tempo stesso con la sua paradossale ricerca di senso, al di là delle catture ideologiche e delle scorciatoie della ragione strumentale.

L’ultimo tratto che vorrei evidenziare nel messaggio che Martini ci ha lasciato è l’urgenza di coniugare le due fedeltà, alla terra e al cielo, al mondo presente e al mondo che deve venire. Il biblista e pastore apprende questo compito dalla frequentazione assidua della Sacra Scrittura e dalla spiritualità ignaziana, educata alla valorizzazione dei “sensi spirituali”. Per Sant’Ignazio tanto l’“applicazione dei sensi” al mistero meditato, quanto la “composizione del luogo”, dove si situa ciò che è oggetto di meditazione, sono strumenti indispensabili per crescere nell’esperienza di Dio e nella conoscenza della sua volontà, perché il divino ci raggiunge sempre attraverso le forme dell’umano.

L’attenzione alla mediazione sensibile si trova diffusamente in Martini: il frequente ricorso alle immagini, il gusto narrativo, l’attenzione ai particolari, la concretezza delle applicazioni, sono altrettanti aspetti della valorizzazione di quell’“umanità di Dio”, che un’intera tradizione teologica ha esaltato, contro ogni spiritualismo disincarnato e ogni riduzione razionalistica del cristianesimo. Martini si serve del mondo della sensibilità secondo un procedimento che rivela l’influenza di un altro grande gesuita, Bernard Lonergan: le quattro tappe del metodo, da questi proposto - attenzione, intelligenza, giudizio, decisione -, si ritrovano in moltissimi dei testi del Cardinale.

È secondo queste tappe che il Cardinale ama scandire le sue analisi, partendo dalla concretezza percepita dai sensi per intenderla e valutarla alla luce della Parola di Dio e giungere così all’appello alla decisione, che incide nel cambiamento dell’esistenza davanti all’Eterno. Questa metodologia dona ai suoi ragionamenti uno spessore di vicinanza al vissuto, che tanto ne aiuta l’assimilazione spirituale, rendendoli lontani dalle speculazioni astratte, per le quali anzi sembra avere un’istintiva ritrosia. A riprova di questo appassionato impegno di coniugazione del tempo e dell’Eterno, vorrei citare alcune frasi della lettera Alzati va’ a Ninive, la grande città,  del 1991.

Martini scrive: “Il nostro problema fondamentale è quello di rimetterci in spirito contemplativo e in una situazione interiore di disponibilità… di fronte alla Parola, alla promessa e alla proposta di Dio che in Gesù Cristo offre salvezza a questo nostro mondo contemporaneo…, e mostrare la sua forza oggi non meno che nei primi tempi del Cristianesimo. Si tratta di far vedere che anche oggi - in una civiltà profondamente mutata dalla tecnica, segnata dal benessere, percorsa da conflitti e confusa dal moltiplicarsi dei messaggi - è possibile costruire comunità cristiane che siano nel nostro tempo testimoni di pace, di gioia evangelica, di fiducia nel regno di Dio che viene, comunità missionarie che sappiano operare per attrazione, per proclamazione, per convocazione, per irradiazione, per lievitazione, per contagio”.

È questo il sogno che il Pastore della Chiesa di Sant’Ambrogio e di San Carlo ha nutrito per sé e per il suo popolo, come per l’intera comunità ecclesiale e per l’umanità tutta, e che ha portato anche al centro della sua missione d’intercessione a Gerusalemme, come nell’umiltà dell’infermeria dei Gesuiti a Gallarate, dove ha chiuso la sua laboriosa giornata terrena.