Cellule staminali e disinformazione

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ROMA, domenica, 18 luglio 2004 (ZENIT.org).- Di seguito pubblichiamo per la rubrica di Bioetica l’intervento della dottoressa Claudia Navarini, docente della Facoltà di Bioetica dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum.



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Una parte consistente delle battaglie sulle questioni bioetiche si combatte notoriamente attraverso strategie divulgative che puntano ad infondere “certezze” nell’opinione pubblica e a creare un clima culturale favorevole alla posizione che si intende promuovere. La maggioranza dei mezzi di comunicazione di massa non è purtroppo incline alla “cultura della vita” e lo dimostra attivando tattiche mistificatorie che tendono ad oscurare o fraintendere i dati ad essa conformi e ad enfatizzare quelli che se ne allontanano.

Il 10 luglio 2004 l’agenzia ANSA ha diffuso la seguente notizia sulla terapia con cellule staminali: “ (ANSA) - ROMA, 10 LUG - Una iniezione di sole cellule staminali direttamente dentro il cuore, nell'area malata. E' stato trattato così, per la prima volta in Italia, un uomo di mezza età che era affetto da ischemia cronica e che non poteva essere curato con tecniche come l'angioplastica o il by pass coronarico. E' stato un convegno per la presentazione di un progetto europeo, coordinato da ricercatori italiani dell'Istituto Dermopatico dell'Immacolata di Roma, a portare oggi alla luce il singolare caso effettuato quasi un anno fa al Centro cardiologico Monzino e che potrebbe aprire la strada alla terapia cellulare per la riparazione del cuore. Il paziente, dopo i test di controllo, ha mostrato un significativo miglioramento della ischemia cardiaca e questo, spiegano gli esperti, lascia ben sperare per il proseguimento delle ricerche sull'applicazione delle staminali”.

La notizia, di indubbio interesse per la ricerca biomedica, è stata ripresa dalla principali testate giornalistiche nazionali, talora in forma breve, talora per esteso, con dettagli ulteriori e con dichiarazioni del cardiochirurgo artefice del prezioso intervento. Quello che pochissimi hanno rivelato, tuttavia, è la provenienza delle cellule staminali riparatrici, ovvero il midollo osseo del paziente stesso.

Il silenzio sull’origine delle cellule – evidente soprattutto nei titoli ai quali gran parte del pubblico si ferma – è solitamente il segno che esse non provengono dall’embrione. Lo scontro che si sta verificando in Italia a proposito della legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita, infatti, verte anche sulla libertà di utilizzo delle staminali embrionali, quali presunta promessa per le terapie di un futuro che potrebbe essere vicinissimo.

Molti fautori della ricerca sulle cellule staminali embrionali hanno buon gioco nel lasciar credere che tanti successi ottenuti con le cellule staminali dette “adulte” siano in realtà di provenienza embrionale. Talora non serve nemmeno mentire apertamente: basta qualche parola in meno, qualche lacuna esplicativa, qualche sottinteso. Si conta sul fatto che, oramai abituata agli interminabili dibattiti su “staminali sì, staminali no”, l’opinione pubblica assocerà spontaneamente “staminali” ad “embrionali”.

“Nuova Agenzia Radicale” – supplemento quotidiano della rivista “Quaderni Radicali” – va oltre, saldando senza esitazione la notizia ANSA con la campagna referendaria per l’abrogazione della legge 40. Commenta infatti Giuseppe Rippa: “Questa notizia ANSA del 10 luglio ha una forza descrittiva che non lascia spazi a dubbi. Su questa Agenzia siamo tornati più volte su questo argomento, sia nel merito della questione delle cellule staminali, sia sul referendum per abrogare la famigerata legge 40 che pone limiti ‘indecenti’ alla ricerca scientifica” (G. Rippa, Staminali: con le cellule si cura l’ischemia del cuore. E c’è chi ancora sul referendum...., “Nuova Agenzia Radicale. La libera informazione del web”, 11 luglio 2004).

Invece, non si è trattato di una “iniezione” di cellule staminali embrionali, come molti hanno scontatamente inteso, ma di un trapianto autologo di cellule staminali midollari, che rappresenta una delle vie più promettenti e attestate per ottenere risultati positivi attraverso tale tecnica terapeutica. Da alcuni anni è stata provata l’efficacia di tali trapianti nella cura di alcuni tipi di cancro, linfomi e leucemie, tanto che la terapia è oggi diffusamente conosciuta e accessibile (cfr. http://cis.nci.nih.gov; http://www.marrow.org; http://www.cancerbacup.org.uk). Il fatto che tali cellule possano assolvere anche ad altre funzioni, ad esempio riparare un cuore malato, rappresenta un’ulteriore conferma dei benefici che si possono trarre da tale ricerca.

Al contrario, sorprende l’estrema esiguità di dati relativi a successi ottenuti con cellule staminali embrionali. In un interessante articolo, lo scrittore e giornalista scientifico Michael Fumento elenca una serie di brillanti risultati terapeutici conseguiti attraverso le cellule staminali. E commenta: “a meno che non abbiate trascorso gli ultimi anni dispersi su un’isola deserta, avete probabilmente sentito parlare di almeno alcuni fra questi miracoli della medicina. Ma ecco cosa vi potrebbe essere sfuggito: mentre la stragrande maggioranza della copertura mediatica favorevole alle cellule staminali riguarda quelle ricavate da embrioni umani (…), nessuno dei trattamenti sopra elencati ha utilizzato questo tipo di cellule. Di fatto – mentre un attivista come l’attore con lesioni alla spina dorsale Christopher Reeve sostiene con rabbia che se non fosse per le restrizioni di Bush e del congresso ai finanziamenti ESC potrebbe tornare a camminare in pochi anni – non esistono interventi terapeutici provati o studi clinici sull’uomo che coinvolgano cellule staminali embrionali” (M. Fumento, The Stem Cell Cover-Up, “Insight on the news”, 24 maggio 2004,).

I “luoghi” di reperimento delle cellule staminali sono fondamentalmente due: 1. l’embrione allo stadio di blastocisti, che fornisce le cellule staminali embrionali (ESC); 2. vari tessuti dell’organismo già compiutamente formato, da cui provengono le cosiddette cellule staminali adulte (ASC), come il sangue (dei feti e dei neonati, rintracciabile nel cordone ombelicale e nella placenta, del midollo spinale degli adulti e anche del loro sistema circolatorio periferico), il cervello, il mesenchima di vari organi.

I tipi di cellule staminali che vengono ottenute dalle due “fonti” hanno caratteristiche differenti quanto al loro grado di differenziazione: le cellule totipotenti, proprie unicamente degli embrioni nei primi stadi hanno la possibilità di riprodursi e differenziarsi in modo da formare un altro organismo umano completo. È quanto avviene con i gemelli monozigoti, per una sorta di “riproduzione asessuata naturale”. Le cellule pluripotenti e multipotenti, presenti nell’organismo già formato, possono dar origine a qualsiasi cellula organica (ma non a tutto l’individuo) o ai diversi tipi di cellule della “categoria” – cellule ematiche, epiteliali, ossee, ecc. – a cui appartengono (cfr. R. Lucas Lucas, Bioetica per tutti, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo 2002, p. 82).

La “plasticità” delle ASC, che opportunamente trattate possono raggiungere un livello di differenziazione tale da rendere completamente inutile il ricorso alle ESC, è stato chiaramente indicato, fra l’altro, nel dicembre 2000 dalla Relazione di minoranza Osservazioni in Merito ad Alcuni Aspetti della Ricerca sulle Cellule Staminali Umane di alcuni membri della “Commissione ministeriale per lo studio della utilizzazione delle cellule staminali”, istituita a suo tempo dall’allora Ministro della Sanità Umberto Veronesi.

D’altra parte, una vasta letteratura scientifica mostra i maggiori vantaggi delle cellule staminali ricavate da organismi formati rispetto a quelle ricavate dall’embrione precoce. Le prime, infatti, sono più “governabili” proprio per il loro minore grado di indifferenziazione, mentre le seconde, maggiormente flessibili, presentano rischi superiori di evolvere verso formazioni tumorali. Inoltre, e soprattutto, la modalità di recupero delle cellule staminali “adulte” è più semplice, perché non richiede l’elaborato processo della creazione di embrioni in vitro, ed eticamente valida, perché non implica la distruzione dell’embrione “donatore” (N.D. Theise, Stem cell research: elephants in the room, Mayo Clin Proc. 78 (8), agosto 2003: 1004-9; S. Mancuso, Stem cell research need not be carried out utilizing human embryos, Reprod Biomed Ondine, 6 (2), marzo 2003: 168-9; G. Miranda (ed.), The Stem Cell Dilemma. For the good of all human beings? International Colloqium, 13-14 November 2001, Rome, Italy, Guilé Foundation Press, Boncourt 2002).

I problemi etici legati all’uso delle ESC derivano dal fatto che l’asportazione della massa cellulare interna della blastocisti, da cui ricavare appunto le cellule, causa la morte dell’embrione, il quale è “un soggetto umano con una ben definita identità” e come tale “ha diritto alla sua propria vita” (Pontificia Accademia per la Vita, Dichiarazione sulla produzione e sull’uso scientifico e terapeutico delle cellule staminali embrionali umane , 24 agosto 2000). Il fatto che da tale operazione possa scaturire un bene per altri, come lasciano intendere espressioni quali “clonazione umana terapeutica”, non giustifica la grave violazione dei diritti umani insita nella pratica. “Un fine buono”, precisa la Dichiarazione, “non rende buona un’azione in sé cattiva”.


Se si continua a parlare e ad incentivare la ricerca sulle cellule staminali embrionali, non è allora primariamente per amore della scienza e dell’umanità, perché, anzi, tale intento porterebbe piuttosto a promuovere e sollecitare con ogni mezzo gli studi sulle staminali “adulte”, lasciando l’inizio della vita umana al luogo e al corso suoi propri al riparo dell’utero materno. In realtà, un filo rosso lega aborto, contraccezione, fecondazione artificiale e ricerca sull’embrione, come pure selezione genetica ed eutanasia. È la mentalità soggettivista ed utilitarista che considera la vita umana come qualcosa di “disponibile”, soprattutto quando è una vita talmente debole da non avere voce per far valere i suoi diritti.

Solo una simile mentalità può ingenerare l’aberrante convinzione che gli embrioni in vitro siano “uomini di serie B”, il cui minor valore rispetto ai più fortunati fratelli in utero e a quelli più grandi già nati autorizzerebbe un loro uso sperimentale. E solo questa mentalità può far dire a Giulio Cossu, direttore dell'Istituto di Ricerca sulle cellule staminali Dibit di Milano, che “questi embrioni, senza un utero, sono 'cadaveri', quindi usarli come fonte di staminali da utilizzare nelle sperimentazioni è eticamente identico alla donazione degli organi da cadavere” (G. Cossu, Le Accademie Nazionali di Medicina, le staminali e l'Ue , “Cellule staminali, notiziario quattordicinale”, III, 62, 28 maggio 2004,).

È d’altro canto significativo che nel regno del libero mercato, gli Stati Uniti d’America, la furiosa pressione delle lobby sostenitrici dell’utilizzo di ESC abbia come obiettivo il ripristino del finanziamento pubblico alla ricerca sugli embrioni, interrotto dal presidente George W. Bush. Infatti, una delle principali difficoltà di tale ricerca è la scarsità di investimenti privati, anche nel paese in cui essi più facilmente sono attratti da sperimentazioni di successo. Ma proprio il successo manca a questa ricerca che, mentre viene sostenuta per ragioni ideologiche, non riesce a convincere i potenziali investitori a bruciare risorse in un’attività improduttiva.

[I lettori sono invitati a porre domande sui differenti temi di bioetica scrivendo all’indirizzo: bioetica@zenit.org. La dottoressa Navarini risponderà personalmente in forma pubblica e privata ai temi che verranno sollevati. Si prega di indicare il nome, le iniziali del cognome e la città di provenienza]