Chi è il nostro prossimo, cos'è il bene comune?

Una riflessione sui rapporti umani nell'Anno della Fede

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di Franco Previte

ROMA, sabato, 20 ottobre 2012 (ZENIT.org).- Le n/s riflessioni per vivere nella società, specie in questo “Anno di Fede” che celebra la Chiesa Cattolica dedicato alle virtù della fede, della speranza, dell’amore per il prossimo come dice il Santo Padre Benedetto XVI, è un impegno per rinnovarle nei n/s cuori di cattolici o di laici ed avere entrambi un senso di gratitudine e di speranza per quel grande dono della vita che il Creatore ci ha dato.

Nel tempo in cui viviamo, pieno di novità e di insidie, la parola del Santo Padre, per i cattolici, è via sicura per farci camminare da cristiani come fecero gli Apostoli e la Madre Addolorata che seguirono Gesù sulla via della Croce, cosi come il comune cittadino segue e spera in un mondo migliore e nell’aiuto solidale per dare voce a coloro che vivono nella sofferenza.

Il mondo civile formato da cristiani o laici in questo “Anno di Fede”, deve continuare a “lavorare” per il bene comune, per essere di conforto “ai più deboli ed ai più bisognosi", come sancisce l’etica sociale ed essere “lontani” da un relativismo incessante, come spesso, giustamente, si sofferma il Santo Padre e da un egoismo imperante troppo sviluppato.

“Non pochi cristiani, dedicano la loro vita con amore a chi è solo, emarginato od escluso (Punto 14 Lettera Apostolica Porta Fidei in forma di Motu Proprio con la quale si è aperto l”Anno della Fede”) ed a questi  “cristiani” dobbiamo riconoscenza.

Nel titolo di questa umile riflessione, non possono essere esclusi, direi i rapporti umani nella sofferenza psicofisica”, richiamato giustamente dal Santo Padre argomento di profonda attualità, oggi molto disatteso dalla comunità civile .

In una società complessa, qual è la nostra, è importante e bisogna chiedersi : chi è il nostro prossimo, cos’è il bene comune?

Il nostro prossimo è quanti ci stanno accanto nel nostro vivere quotidiano, il bene comune si può riassumere in quell’insieme  di pace, solidarietà, unione di cui tutti abbiamo bisogno per vivere, ma che nessuno può “costruire” da solo se non trova chi lo possa aiutare. Esso è anche il fine comune che dovrebbe costituire il punto di partenza nel dibattito contemporaneo e che , secondo correnti filosofiche, esprime un’idea che è utile alla collettività. Questa, comunque, è la n/s speranza !

Riassumendo, in poco, il nostro prossimo ed il bene comune: è la società, ma principalmente la famiglia, istituzione fondamentale della società, focolare domestico che aggrega ed è aggregante, che viene considerata nell’insieme dei suoi componenti, comprese quelle che “vivono” situazioni di abbandono e disperazione innanzi a follie drammatiche, come spesso ne veniamo a conoscenza in un ritmo quasi quotidiano e  quelle dove insiste un malato psico-fisico.

Questi rilevamenti ci inducono a pensare e meditare sulle necessità che la disabilità, più volte richiamata dal Santo Padre nella Lettera Apostolica Porta Fidei, non deve essere considerata solo a parole, ma una questione morale e  sociale.

L’inserimento nel mondo del lavoro e della autonomia economica sono fattori estremamente importanti per l’integrazione delle persone con disabilità permettendo rapporti umani e pertanto non discriminanti.

Questi “sfortunati della vita” hanno bisogno di trovare qualcuno che li valorizzi non per quello che appaiono, ma per quello che sono rispettando così le loro aspirazioni comuni ad ogni uomo.

E’ la capacità di ascolto, è la valutazione dell’analisi del bisogno e del fabbisogno  della singola persona che è indispensabile per dare risposte appropriate.

La famiglia italiana, soffre di un certo malessere, è “bombardata” con mille pericoli, è “assillata” da ogni sorta di necessità, è bisognevole di aiuti dettati dall’etica civile.

E’ famiglia, quella che continua a mantenere la promessa di fedeltà reciproca dei coniugi, che continua a farsi carico dei propri figli, che continua ad aiutare i propri genitori anziani, ma è anche famiglia quella che continua a curare i propri membri disabili psico-fisici.

Ma il diritto alla vita, come ci ricorda l’avvenimento in questi giorni la Chiesa Cattolica nell’annuncio della 21/ma “Giornata Mondiale del Malato”, è l’essere riconosciuti come persona e curati !

La famiglia, nella quale insiste un “malato” psicofisico, spera nella risoluzione di questo disagio, che non è solo di natura sociale, di emarginazione, di disinteresse, di silenzi, ma costituisce uno stato di emergenza latente, di necessità, di priorità.

La patologia fisica, soprattutto quella mentale, spesso cronica, costituisce uno stato evidente di crisi sociale, perché il sofferente è purtroppo un elemento involontariamente disgregante della famiglia stessa ed anche della società.

Prima di concludere vorrei ri-ricordare che due Papi diversi, uno polacco, Papa Woityla fedele al Suo spirito battagliero ed alla Sua capacità di relazione con in Governi e la parte laica della società ; l’altro tedesco, Papa Ratzingher, con il tono risoluto, ma nel contempo pacato, sono stati ambedue di “pungolo” nel quadro politico-sociale per quanto concerne la problematica della sofferenza psicofisica.

Di fronte ai richiami del Magistero della Chiesa nella “ Giornata Mondiale del Malato” del prossimo 11 febbraio 2013,  nel perdurare queste considerazioni e riflessioni, urge rimuovere e risolvere i problemi di carattere sociale in cui vivono tante famiglie per cause diverse, perché la famiglia è sempre stata e deve restare il motore universale della società civile, più volte rievocata in questo “Anno della Fede”.

E sempre con le parole del Beato Giovanni Paolo II° : “Andiamo avanti con speranza”.