Chiesa e famiglia per una dimensione morale della comunicazione

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ROMA, lunedì, 24 maggio 2004 (ZENIT.org).- Che cosa ha la Chiesa da proporre a proposito dell’etica nei processi comunicativi? Come si esprime la sua fondamentale preoccupazione morale in proposito? Esiste oggi una dimensione morale nei processi comunicativi? E se si, in che modo si colloca la famiglia che è fruitrice e animatrice di comunicazione?



A queste ed altre domande ha cercato di rispondere monsignor Livio Melina, Vice Preside del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia, con una relazione al Convegno sul tema “I Media in Famiglia: un rischio e una ricchezza”.

Nel corso dell’importante assise, svoltasi presso la Pontificia Università Lateranense di Roma, nei giorni 21 e 22 maggio scorsi, nell’ambito della 38ª Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, monsignor Melina ha sottolineato l’importanza di cercare un criterio nel rapporto tra Informazione e sapienza.

Nel messaggio per la XXXIII Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali tenutasi nel 1999, Giovanni Paolo II spiegava che: "La cultura della sapienza, propria della Chiesa, può evitare che la cultura dell’informazione dei mezzi di comunicazione divenga un accumulo di fatti senza senso".

”La sapienza - ha continuato il professore – è la capacità di dire la finalità della comunicazione, quella che dà senso al comunicare, senza la quale c’è solo un accumularsi di dati insensati, una perdita appunto del senso”.

Nel Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali del 1988 il Papa scriveva, invece, che: "La comunicazione ha il compito di unire le persone e di arricchire la loro vita, non di isolarle e sfruttarle" .

”Comunicando le persone si uniscono tra loro e si arricchiscono”, ha precisato Melina, “La comunicazione non è quindi un fattore meramente strumentale, ma in se stessa costituisce un valore che contribuisce al bene della persona, cioè al libero compiersi di una vita veramente buona, mediante la costruzione della comunione delle persone”.

“A questo punto diventa chiaro che il valore morale non è qualcosa di aggiunto, ma è intrinseco all’atto stesso del comunicare”, ha continuato il professore, specificando che “La famiglia come luogo originario e privilegiato della comunicazione” offre “il criterio e il paradigma di ogni autentica comunicazione sociale”.

Sorge, quindi, la domanda se siano soprattutto televisione ed internet, i moderni mezzi di comunicazione sociale, a favorire la comunicazione o al contrario ad ostacolarla, ridurla, turbarla, deformarla fino a distruggerla?

Melina ha criticato duramente la televisione che, a suo avviso, è diventata la bambinaia elettronica che sostituisce i genitori, che intrattiene anziani e malati, al posto della compagnia dei familiari, e che si sostituisce al dialogo tra marito e moglie, tra genitori e figli.

Il professore ha contrapposto a questa nuova solitudine la famiglia come “il luogo primario della formazione della persona” perché in grado di produrre qualcosa che è essenziale per la vita degli uomini e cioè “una comunione vera e non virtuale tra le persone”.

In questo modo “la famiglia produce capitale sociale, diventa protagonista della costruzione della società”, ha aggiunto Melina.

Il Vice Preside del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II, ha concluso con le parole del poeta Thomas Stearns Eliot (1888-1965), il quale nel parlare della “sapienza della Chiesa”, spiegava che quest’ultima “prima di proporre regole sul giusto uso dei mezzi di comunicazione sociale, ci ha invitato a domandarci quale sia il fine della comunicazione tra gli uomini”.

“Ci ha fatto riscoprire la famiglia come protagonista del processo comunicativo. Ci ha costretto a rimettere al centro dell’attenzione la questione del soggetto personale e della sua tensione alla comunione con gli altri. Ci ha ricordato come sia centrale la problematica dell’educazione, quale introduzione alla realtà”, ha infine concluso il suo intervento.