Clemente Vismara: un bell'esempio di inculturazione

Una riflessione di Padre Gheddo sul missionario beatificato il 26 giugno 2011

| 1076 hits

di Padre Piero Gheddo

ROMA, domenica, 26 febbraio 2012 (ZENIT.org).- Un amico mi ha detto che Clemente Vismara è un missionario del passato, troppo superato dalla storia e dal cammino che ha fatto la Chiesa e la missione, per poterlo prendere a modello oggi. Penso che non sia vero. Ad esempio, oggi si parla molto, tra i missionari e i “missiologi” (gli studiosi della teologia missionaria) dell’inculturazione. Ai tempi del Beato Clemente questa parola non esisteva ancora, eppure, il suo genere di vita missionaria era quanto mai “inculturata”.

Che tipo di missione poteva fare padre Clemente nel 1924, mandato a fondare la nuova missione a Monglin, dove nessun altro missionario aveva mai evangelizzato e lui stesso era alla prima esperienza di missione? Nell’intervista che gli ho fatto in Birmania nel febbraio 1983, così ricordava il suo apostolato dei primi tempi a Monglin (“Mondo e Missione”, gennaio 1985):

“Fin dall’inizio il mio apostolato è stato tutto un girare, a cavallo o a piedi, per i villaggi. Avevo con me tre orfani, li tenevo sempre assieme, li educavo e loro mi aiutavano in tante cose. Se c’era tanto da mangiare, mangiavamo tutti; se c’era poco, prima mangiavano loro e poi io. Andando nei villaggi portavo un po’ di medicine e poi cercavo di aiutare la gente in tanti modi: falegnameria, agricoltura, igiene, meccanica, medicina, portare l’acqua ai villaggi e la pace tra i villaggi... Quando avevo finito le medicine, il denaro e il cibo, tornavo a casa, mi riposavo un po’ e ricominciavo. Tutto era fondato sull’amicizia personale: il farsi conoscere e conoscere la gente, famiglia per famiglia, villaggio per villaggio, dire a tutti che io volevo aiutarli e fare il possibile per aiutarli davvero. Intanto, tutti vedono che sei un prete e, quando hanno preso confidenza, ti chiedono qualcosa del tuo Dio. Quante volte, alla sera, seduti attorno al fuoco, ho raccontato le storie dell’Antico e del Nuovo Testamento, di Gesù Cristo, del Papa e via dicendo. Allora, a poco a poco, prima i più poveri, poi gli altri, decidono che la religione del Padre è quella buona e chiedono di essere istruiti nella fede. 

“Ma gli inizi, girando nei villaggi, non erano facili. Nei primi tempi, quando arrivavo vicino ad un villaggio, la gente fuggiva, si nascondeva nelle capanne, osservava di nascosto le mie mosse. Era la prima volta che un uomo di pelle bianca, con tanto di barba, andava in mezzo a loro. Avevo la mia tenda militare, la sistemavo accanto al villaggio, curavo i miei cavalli e preparavo da mangiare con i miei orfani. Allora, qualcuno più coraggioso si avvicinava e facevamo amicizia. Al primo seguiva il secondo, poi i miei ragazzini andavano in giro a dire che il Padre voleva bene a tutti: allora la gente si avvicinava, chiedeva qualcosa, mi portavano da mangiare ed io dicevo sempre che era buono, molto buono, benché a volte mi si rivoltasse lo stomaco...

“La mia linea di comportamento è sempre stata questa: da un lato essere contento dì tutto, dall’altro lodare quello che avevano, i loro cibi, la loro lingua, le capanne, le usanze, almeno quelle che non fossero decisamente contrarie alla legge di Dio. E poi fare felici gli infelici.

“Oggi si parla di «scelta preferenziale dei poveri» (leggo anch’io giornali e riviste che mi giungono dall’Italia). Per me non era una scelta, perché non avevo scelta. All’inizio o prendi i poveri o non prendi nessuno. Non ho quasi mai convertito gente importante e ricca, ma i rifiuti del mondo pagano: relitti umani, orfani, ammalati, gobbi, storpi, vedove, miserabili e chi più ne ha più ne metta. La mia preferenza fu sempre per gli orfani, dato che su questi monti, un po’ per la guerriglia, un po’ per la miseria, la fame, le malattie, ce ne sono in abbondanza. Uccellini senza nido, ai quali io ne offrivo uno. Sono il mio sole, la mia speranza, il mio futuro. Che mi serbino più o meno riconoscenza, poco m’importa: se stanno bene loro, sto bene pure io”.

Se questa, esclusi alcuni aspetti diciamo “tecnici” (per esempio andare a cavallo, dormire sotto una tenda), non è un’inculturazione modello, ditemi voi come potrebbe, anche oggi, un missionario inculturarsi meglio in un popolo del tutto nuovo a cui viene mandato.