Clonazione e chimere: obiezioni scientifiche e perplessità etiche

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ROMA, domenica, 23 marzo 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito per la rubrica di Bioetica l'intervento di Carlo Valerio Bellieni, Dirigente del Dipartimento Terapia Intensiva Neonatale del Policlinico Universitario "Le Scotte" di Siena e membro della Pontificia Accademia Pro Vita.

 


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Con la clonazione è possibile “ricreare” copie di persone già vissute e con la formazione di chimere possiamo formare organi da trapiantare? Quali sono gli ostacoli tecnici e quali i principi etici?

Per capire qualcosa sulle nuove forme di procreazione, bisogna capire come le cellule parlano e si riproducono. Una visione ormai sorpassata, ma che riempiva di stupore fino a pochi anni fa, era l’indagine del DNA nella certezza che tutta la nostra vita fosse scritta al suo interno. Sembrava che analizzando il DNA si potesse sapere tutto di un individuo. In realtà si è poi capito che le cose non stanno così: se è vero che il messaggio fondamentale è dato dal DNA presente nel nucleo cellulare, è vero anche che altro DNA è presente per esempio nei mitocondri, piccoli organelli diversi dal nucleo. Ma non basta: i geni scritti nel DNA si esprimono a seconda dell’ambiente che li circonda: molti geni sono fisiologicamente ridotti al silenzio dall’ambiente circostante: è questo il motivo che porterà alla formazione di cellule di vario tipo, che tuttavia contengono tutte lo stesso identico DNA e spiega perché due gemelli con lo stesso patrimonio genetico sono in certa misura diversi fra loro. Questo silenziamento avviene principalmente attraverso un’operazione detta “metilazione”, o per contatto con certe proteine dette istoni. Dunque l’ambiente influisce sull’espressione del DNA, sul linguaggio della cellula. Insomma, è nata una nuova branca della biologia che si chiama epigenetica: studia l’effetto dell’ambiente sui (“epi-”) geni arrivando ben al di là di quanto poteva prevedere chi 50 anni fa scoprì la doppia elica del DNA.

In natura avviene anche un ulteriore fenomeno epigenetico chiamato “imprinting genomico”: alcuni geni hanno una diversa espressività a seconda che vengano dal padre, piuttosto che dalla madre. E’ il caso di alcune malattie i cui geni se sono trasmessi dalla madre daranno per esempio la sindrome di Angelman e se trasmesse con l’identico gene (15q11), ma di provenienza paterna, darà origine alla sindrome di Prader-Willi. Su questa trasmissione e sull’espressione della malattia agisce in modo importante l’ambiente circostante: l’ambiente paterno adatterà lo stesso gene in modo diverso dall’ambiente materno e se il figlio riceverà il gene dal padre sarà diverso che riceverlo dalla madre. Studi sui rapporti di questo e la fecondazione in vitro sono in corso.

L’importanza che certe caratteristiche vengano trasmesse da genitori di sesso diverso è chiara quando si analizza il fenomeno della clonazione, che si effettua usando il patrimonio cromosomico di un solo individuo, invece che quello di due genitori di sesso diverso: di norma se si ottiene un embrione raddoppiando il patrimonio genetico maschile senza usare il DNA femminile otterremo un cosiddetto tumore del trofoblasto (non vitale), mentre se raddoppiamo il patrimonio genetico femminile (in assenza di geni maschili) otterremo un teratoma. Dunque, sembra che nel caso della clonazione la sopravvivenza - e la sopravvivenza senza malattie - sia un’eccezione, dato che le informazioni genetiche di origine paterna hanno un effetto sulla crescita, e quelle di origine materna sulla difesa e attecchimento dell’embrione, entrambi fenomeni indispensabili alla vita.

Il discorso è interessante anche al riguardo della creazione di chimere: normalmente si indica con questo termine un soggetto formato da cellule provenienti da animali diversi. Su questo argomento negli ultimi anni si sono incentrate le attenzioni di vari studiosi perché un aspetto dello studio delle chimere è quello di poter far sviluppare individui semi-umani da cui poter estrarre organi – o cellule – semi-umane da trapiantare agli umani. Il problema che si pone è che se è pur vero che le cellule così ottenute potrebbero non subire fenomeni di rigetto una volta trapiantate, il loro vissuto è stato certamente anomalo, sia per il contatto con parti di cellule di altra specie sia per la commistione del genoma. Dunque non sappiamo che conseguenze ne potranno avere nel loro sviluppo, né quale sarà il loro comportamento una volta trapiantate: ricordiamo che anche il cancro ha mostrato avere basi legate all’interazione con l’ambiente e non solo alla alterazione del DNA.

Il problema etico di fondo che risiede alla base di entrambe queste due novità procreative (clonazione e chimere) potremmo chiamarlo “riduzionismo”: pensiamo che tutto il mistero della nostra vita sia ridotto alla conoscenza del DNA, mentre questo ne è solo un aspetto. Pensiamo di poter gestire vita e malattie semplicemente gestendo il DNA, mentre la natura è più vasta e il nostro viaggio all’interno della conoscenza della riproduzione umana è appena all’inizio. Così come pensiamo di poter davvero gestire la nostra vita prescindendo dal Mistero che l’ha voluta e l’ha creata, fino al punto di poterla riprodurre a nostro piacere nelle forme e quantità che ci aggrada. L’epigenetica ci mostra che non siamo riducibili alle parti che ci compongono e nemmeno a quella specie di nostra carta di identità che è il genoma. Il genoma infatti è una fotografia (e quanto entusiasmo quando si scopri 100 anni fa la tecnica fotografica!); ma la vita del genoma è un film… e oggi anche i tradizionali film in celluloide sono preistoria, cosa che ci fa capire che anche l’epigenetica è appena agli inizi.

Ecco perché non è possibile ricreare copie di persone già vissute: perché esistono ostacoli tecnici ma anche perché le esperienze di una cellula e di una persona sono irripetibili e non riproducibili; le esperienze sono in grado addirittura di dar forma al genoma e modellarlo, escludendo una ripetizione deterministica della persona umana.

Ecco anche perché le chimere, facendo entrare a contatto l’essere umano con parti incongrue provenienti da altri animali ne possono mettere a rischio lo sviluppo e soprattutto non portar frutti per lo scopo per cui sono pensate.

Insomma, non siamo padroni della vita: proprio come chiunque cercasse di modificare un apparato gigantesco e complesso di cui lui/lei stesso è una parte e che in nessun modo può smontare né guardare dall’esterno.

[I lettori sono invitati a porre domande sui differenti temi di bioetica scrivendo all’indirizzo: bioetica@zenit.org. I diversi esperti che collaborano con ZENIT provvederanno a rispondere ai temi che verranno sollevati. Si prega di indicare il nome, le iniziali del cognome e la città di provenienza]