Come arrivare a conoscere il vero volto di Dio

La parola del Vangelo di oggi fa comprendere che il giudizio non appartiene agli uomini, perché tutti siamo nel peccato

Roma, (Zenit.org) Osvaldo Rinaldi | 681 hits

Le tre parabole della misericordia di Dio costituiscono il cuore del Vangelo di Luca, il punto di osservazione dal quale poter contemplare la vera immagine di Dio. Dio è amore, e solo incontrando e gustando la misericordia di Dio, possiamo conoscere il suo vero volto.

Ognuna delle parabole dipinge un unico ritratto, risaltando caratteristiche diverse del mistero di Dio, per rendere più accessibile la comprensione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Il filo conduttore, che accomuna queste tre parabola, è la parola “rallegrarsi”.

La parabola della pecorella perduta presenta il Figlio di Dio, Gesù Cristo, il Buon Pastore, che è sceso dal giardino del cielo al deserto di questo mondo, assumendo la nostra natura umana dal grembo di Maria nel mistero dell’incarnazione, per salvare quello che stava andando perduto.

Egli ha preso sulle sue spalle il legno redentore della croce per perdonare i nostri peccati, e per sottrarci da quell’isolamento spirituale nel quale diventiamo facili prede della voracità insaziabile del maligno. Egli è salito sulla croce per attirarci a Lui, e così formare una comunità di fedeli che credono nell’amore misericordioso di Dio.

E proprio questa è la missione della Chiesa, che non deve limitarsi ad essere un rifugio di consolazione per i deboli e per i peccatori, ma deve diventare un punto di partenza per raggiungere ed ricondurre a Dio gli smarriti di cuore che hanno perso il senso della propria esistenza. Solo così sarà possibile condividere quella gioia del cielo, quella gioia divina che possiede il Figlio, e che si può sperimentare solo attraverso il dinamismo della missione, attraverso quell’uscire dalle comodità per andare sulle vie del mondo dove Dio ci chiama a seguirlo.

La parabola della dramma descrive la missione dello Spirito Santo che vuole farci riscoprire le due facce della stessa moneta, le due persone distinte della Santissima Trinità, la vera immagine del Padre e del Figlio.

L’uomo tende a crearsi varie immagini di Dio, basandosi su esperienze e convinzioni personalistiche. Il ritrovamento della moneta perduta, scoprire il vero volto di Dio, è possibile solo attraverso la lampada della fede e lo “spazzare”, per così dire, i peccati con la pratica della confessione. Questi sono gli strumenti che dispone la casa di Dio, la Madre Chiesa. La fede alla Parola di Dio, l’obbedienza alla tradizione della Chiesa, unita con la pratica dei Sacramenti ci conduce all’incontro con il vero Dio. Il ritrovare il vero volto di Dio produce allegria e letizia spirituale, che non può essere tenuta per se; deve essere condivisa. Questo rallegrarsi non deve essere una situazione di un momento, ma deve trasformarsi in una perenne liturgia di lode, perché si è venuti a contatto con l’eternità, con il sempre e il per sempre di Dio.  

La parola del Padre misericordioso vuole scolpire nel cuore di ogni uomo la vera identità di Dio Padre, descrivendo come Lui si relaziona con noi.

Ognuno di noi identificandosi con entrambi i figli può giungere alla conoscenza del nostro Padre celeste. Molti di noi hanno vissuto l’esperienza di lasciare la Chiesa, di allontanarsi dalla casa del Padre, per trovarsi a vivere schiavi delle passioni di questo mondo. E molti di coloro che sono passati da queste esperienza di tenebra spirituale sono giunti a desiderare una vita migliore, hanno avuto l’ispirazione e il pensiero trascendente che la Chiesa possa essere quel luogo nel quale scoprire una relazione d’amore con Dio.

Quale grazia abbiamo ricevuto quando abbiamo avuto la consapevolezza di sentirci peccatori (Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; Lc 15,18). Sentirsi peccatore è la via stretta che ci spinge ad andare verso Dio.

E questo cercare Dio ha una finalità precisa: riscoprire quella dignità perduta di Figlio di Dio(“non sono più degno di esser chiamato tuo figlio”. Lc 15, 19). L’aver sperimentato che da soli non siamo in grado di riscattarci dalla nostra situazione di schiavitù, diventa la porta del cielo per sperimentare la paternità di Dio.

“Trattami come uno dei tuoi garzoni.” (Lc 15, 19)  è una raffigurazione che l’uomo fa di se stesso nei confronti di Dio. Ma questa visione dell’uomo peccatore, che perde definitivamente la condizione filiale, non è gradita a Dio, che ci considera tutti suoi figli anche quando pecchiamo, anche quando gli voltiamo le spalle. Il suo infinito amore si manifesta proprio in questo suo rimanere sempre fedele e benevolo nei nostri confronti, anche quando umanamente non esisterebbero ragioni per esserlo.

Dio Padre è colui che è sempre sul terrazzo del cielo da dove ci guarda, anche quando siamo lontani ed abbiamo appena manifestato il desiderio di tornare da Lui. Il Padre è colui che già sa tutto quello che è successo, e per questo non chiede nulla. Egli vuole solo che il figlio rientri in se stesso, si raccolga in preghiera per iniziare un nuovo rapporto con Lui. E poiché questo è avvenuto nella stanza silenziosa del suo cuore, al Padre non resta che fare festa, per far ritrovare al figlio la sua purezza originaria (rappresentata dalla veste bianca), la nuova appartenenza alla famiglia dei figli di Dio (simbolizzata dall’anello), e la dignità della libertà (figurata dai sandali ai piedi).

Tutto questo avviene durante la celebrazione eucaristica, dove Dio prepara una festa per noi. Questo giubilo interiore deriva dal fatto che durante ogni settimana, a causa della nostra debolezza umana, sperimentiamo incredulità, tristezza, delusione, insuccessi. La liturgia domenicale diventa un momento per riprendere quell’atteggiamento di allegria distintivo di ogni cristiano.

Il figlio più grande rappresenta quella parte di noi che si illude di vivere sempre con assoluta fedeltà a Dio Padre, e per questo mantiene un legame (che non si può definire né amicizia né fraternità) con un cerchio ristretto di persone, escludendo dalla sue relazioni i peccatori, coloro che hanno dimenticato o non hanno mai conosciuto l’amore di Dio.

La parabola fa comprendere che il giudizio non appartiene agli uomini, perché tutti siamo nel peccato. Il Padre esce e li convince ad entrare nella Sua casa, dove c’è sempre posto per tutti, perché tutti siamo peccatori e bisognosi dell’amore di Dio. Con la liturgia ed i sacramenti veniamo tutti rigenerati, purificati e santificati. Il prima del peccato viene rimosso dal “per sempre” della misericordia di Dio. Per questa ragione così profonda, ogni volta che vediamo un peccatore entrare in Chiesa non disprezziamolo come fa il pubblicano al tempio (Lc 18,9-14) ma rallegriamoci per lui e esaminiamo la nostra coscienza per riconoscere l’amore infinito di Dio per ogni sua creatura. Solo così la gioia della festa ci farà tornare a casa giustificati e riappacificati con Dio e con il prossimo.