Come in un canto, il kerygma è "l'acuto" di ogni catechesi

Nella prima predica di Avvento, padre Cantalamessa esorta a far risaltare l'annuncio di Cristo morto e risorto per i nostri peccati, quale "momento germinativo della fede"

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di Salvatore Cernuzio

CITTA’ DEL VATICANO, venerdì, 7 dicembre 2012 (ZENIT.org) – L’Anno della Fede, il 50° anniversario del Concilio Vaticano II e il Sinodo per la nuova Evangelizzazione. Le tre “grazie” che la Chiesa cattolica sta vivendo in questo anno sono al centro delle prediche proposte da padre Raniero Cantalamessa per il tempo d'Avvento.

Nella prima, tenuta oggi nella Cappella Redemptoris Mater del Palazzo Apostolico, alla presenza del Papa e della Curia romana, il predicatore della Casa Pontificia si sofferma sull’Anno della Fede e, quindi, sul tema “vasto come il mare” della fede. In particolare, concentrandosi sulla lettera Porta fidei di Benedetto XVI, Cantalamessa approfondisce la “calda” esortazione del Papa “a fare del Catechismo della Chiesa Cattolica lo strumento privilegiato per vivere fruttuosamente la grazia di questo anno”.

Non è una spiegazione delle parole del Pontefice, precisa il cappuccino, piuttosto uno sforzo a “mostrare come fare perché questo libro, da strumento muto, come un violino di pregio posato su un panno di velluto, si trasformi in strumento che suona e scuote i cuori”.

Ricordando la visione di Ezechiele “della mano tesa che porge un rotolo” (Ez 2,9-3,3), padre Cantalamessa mostra che è il Papa, in quest’anno, “la mano che porge di nuovo alla Chiesa il Catechismo della Chiesa Cattolica, dicendo a ogni fedele: Prendi questo libro, mangialo, riempitene le viscere”.

Che significa mangiare un libro? Vuol dire “assimilarlo" come il cibo – dice il Predicatore - quindi “non solo studiarlo, analizzarlo, memorizzarlo ma farlo carne della propria carne e sangue del proprio sangue”. Bisogna “trasformarlo da fede studiata in fede vissuta” – aggiunge -  e ciò è possibile farlo solo cogliendo “il cuore pulsante del Catechismo”, che non è “un dogma, o una verità, una dottrina o un principio etico, ma una persona: Gesù Cristo!”.

Nella prima parte del Catechismo dedicata alla fede si ricorda, infatti, il grande principio di san Tommaso d’Aquino secondo cui “l’atto di fede del credente non si ferma all’enunciato, ma raggiunge la realtà”. Questa realtà è “certamente Dio”, ribadisce padre Raniero, “non, però, un dio qualsiasi che ognuno si raffigura a suo gusto e piacimento, ma il Dio che si è rivelato in Cristo”.

La riflessione di Cantalamessa si sofferma quindi sulla distinzione tra kerygma e didaché. Il primo, spiega, “riguardava l’opera di Dio in Cristo Gesù, il mistero pasquale di morte e risurrezione”. La didaché, invece, indicava “l’insegnamento successivo alla venuta della fede, la formazione completa del credente”.

“Si era convinti che la fede, come tale, sbocciasse solo in presenza del kerygma – riferisce il cappuccino -. Esso non era un riassunto della fede o una parte di essa, ma il seme da cui nasce tutto il resto”. “Anche i quattro Vangeli furono scritti dopo per spiegare il kerygma” aggiunge. E lo stesso Credo, nel suo nucleo primitivo, metteva al centro Cristo e la Sua componente umana e divina.

Poichè eredi di un processo di “sviluppo della dottrina cristiana” secondo la definizione del beato Newman, tutti noi - “in primo luogo vescovi, predicatori e catechisti" –  siamo dunque chiamati a far risaltare il carattere “a parte” del kerygma quale momento “germinativo della fede”.

Come nel cantato di un’opera lirica dove ci sono gli ‘acuti’ che “scuotono l’uditorio e provocano emozioni forti, a volte anche brividi”, il kerygma “è l’acuto di ogni catechesi”.

Dopo questa splendida metafora padre Cantalamessa, però, ammonisce: “La nostra situazione è tornata ad essere la stessa del tempo degli apostoli: essi avevano davanti a sé un mondo precristiano da evangelizzare, noi abbiamo davanti un mondo post-cristiano da rievangelizzare”. Dobbiamo, quindi, “ritornare al loro metodo, riportare alla luce ‘la spada dello Spirito’ che è l’annuncio di Cristo morto per i nostri peccati e risorto per la nostra giustificazione”.

Rievocando l'immagine del kerygma come “acuto della catechesi”, padre Raniero chiarisce che “per produrre questo acuto non basta alzare il tono della voce”, ma occorre un altro elemento fondamentale: “l’unzione”.

Autore di questa “unzione” è, secondo molti Padri della Chiesa, lo Spirito Santo, il Paraclito, lo Spirito di verità che “insegna ogni cosa”. Coloro, però, “che lo Spirito non istruisce internamente – scriveva Sant’Agostino – se ne vanno via senza avere nulla appreso”. C’è, dunque, bisogno anche “di istruzione dall’esterno - assicura Cantalamessa - c’è bisogno di maestri; ma la loro voce penetra nel cuore solo se ad essa si aggiunge quella interiore dello Spirito”.

In virtù di questa “si passa dalle enunciazioni di fede alla loro realtà” afferma il frate. Inoltre l’unzione della fede - aggiunge - produce “un effetto collaterale” nell’annunciatore: trasforma l’evangelizzazione "da incombenza e dovere, in onore e motivo di vanto”. La “lieta notizia”, infatti, “prima ancora che chi la riceve, rende lieto chi la reca”.

L'ultimo pensiero è dedicato, infine, a Maria. È Lei, conclude il predicatore della Casa Pontificia, “il modello di ogni evangelizzatore e di ogni catechista”, perché “insegna a riempirci di Gesù per darlo poi agli altri”.