Come San Francesco

Con la lavanda dei piedi dei giovani detenuti, Papa Francesco ha commosso tutti. La presenza di due musulmani e di due donne ha però suscitato qualche perplessità.

Roma, (Zenit.org) Pietro Messa, O.F.M. | 613 hits

La lavanda dei piedi compiuta da Papa Francesco durante la liturgia della Messa nella Cena del Signore celebrata giovedì 28 marzo nell’Istituto Penale “Casal del Marmo” in Roma ha suscitato alcune perplessità, soprattutto a motivo che tra le persone vi sono stati due mussulmani e due ragazze.

Tale gesto del Papa richiama quanto narrato da Bonaventura da Bagnoregio in uno dei sermoni dedicati al Santo di Assisi: «Gregorio IX, pieno di sapienza, stante la familiarità che aveva con il beato Francesco, divenne suo imitatore e teneva nella sua camera un lebbroso, al quale serviva, vestito da frate. Ma un giorno quel lebbroso gli domandò: “Ma il sommo pontefice ha solo questo vecchio per farmi servire? Fa troppa fatica!”» (Fonti Francescane, 2698).

L’esempio di san Francesco influenzò anche Chiara d’Assisi; infatti nel Processo di canonizzazione svoltosi nel novembre 1253 – a tre mesi circa dalla sua morte – sora Agnese di Oportulo testimonia che per umiltà lavava i piedi alle suore e al termine li baciava pure (Fonti Clariane, Ed. Porziuncola, Assisi 2013, 316). La testimone evidenzia che ciò avvenne di Quaresima e che fu un giovedì, particolare non indifferente per la comprensione del gesto e coglierne una reminiscenza della liturgia propria del Giovedì Santo.

Interessante che questa notizia ci è trasmessa da sora Agnese di Oportulo la quale insiste soprattutto sulla orazione, ascesi penitenziale e umiltà di Chiara; un posto rilevante nella sua testimonianza hanno appunto alcune pratiche che si potrebbero definire di tipo devozionale come l’orazione delle Cinque Piaghe raccomandata a lei personalmente da Chiara nel momento del suo transito oppure il bacio ai piedi delle servigiali. La stessa testimone è immersa in questo clima di devozione penitenziale tanto da spingersi non solo a ripetere lo stesso gesto di lavare i piedi a Chiara, ma perfino a bere l’acqua con cui compì tale azione (Fonti Clariane, Ed. Porziuncola, Assisi 2013, 325).

Similmente si comportò Angela da Foligno che il giovedì della settimana santa, giorno liturgico caratterizzato dalla lavanda dei piedi, andò al ricovero lavando i piedi alle donne malate e le mani agli uomini. Un gesto che ha come motivo la ricerca di Gesù; tale atto se sembra consistere nel vivere la carità vendendo anche alcuni dei propri vestiti per sfamare gli indigenti, dall'altra parte appare come un mezzo per umiliarsi, fino a bere l'acqua sporca.

Ciò si colloca nel pieno della liturgia che nel Medioevo dava alla lavanda dei piedi il significato di un exemplum humilitatis più che di carità (cfr. P.F. Beatrice, La lavanda dei piedi. Contributo alla storia delle antiche liturgie cristiane, Roma 1983, 197-221).

Che san Francesco divenne esempio non stupisce visto che fine di una canonizzazione, compresa la sua avvenuta nel 1228, è anche quella di offrire un modello di santità. Papa Gregorio IX, santa Chiara, la beata Angela lo imitano, o meglio come il Santo d’Assisi seguono l’esempio di Gesù che si mise a lavare i piedi. Tuttavia c’è da considerare che lo stesso gesto viene compiuto con fini diversi: se per Francesco d’Assisi – come afferma nel suo Testamento – centrale era l’usare misericordia, per papa Gregorio IX il servire, per santa Chiara l’esercizio dell’umiltà, mentre per Angela da Foligno è trovare Cristo tra i poveri e gli afflitti. A prima vista tali motivazioni appaiono simili, ma ad una lettura più attenta vi si colgono diversità di sfumature che conducono ad esiti altrettanto diversi.

Papa Francesco, che ha assunto tale nome proprio in riferimento al Santo d’Assisi, anche lui ha voluto recarsi in un luogo di afflizione compiendo il gesto della lavanda dei piedi; ma pure qui vi è una diversità perché se nei suddetti esempi era un gesto caritativo-penitenziale, in questo è l’atto liturgico proprio del Giovedì Santo, con gesti e significati intimamente connessi tra di loro, in modo che – parafrasando le parole del Vaticano II – i gesti, manifestano e rafforzano la dottrina e le realtà significate dalle parole, mentre le parole proclamano le opere e illustrano il mistero in esse contenuto (Dei Verbum, 2).