Come trattiamo i nostri figli?

È necessario proporre un nuovo modello formativo che possa risolvere la crisi educativa delle nuove generazioni e ricordare ai genitori le proprie responsabilità verso i figli

Roma, (Zenit.org) Don Anderson Alves | 1643 hits

Attualmente si avverte sempre più una crisi educativa, una “intensa” crisi educativa. Ad un livello generale è possibile constatare che la soglia media di educazione è drasticamente diminuita con la conseguenza di grosse difficoltà nella realizzazione del processo di formazione dei giovani.

Sia i bambini che gli adolescenti imparano sempre meno. L’autorità dei docenti tende a offuscarsi e i giovani, nel pieno di un’apparente energia fisica, avvertono un senso di solitudine e di disorientamento. Ciò accade proprio in un’epoca d’incredibile sviluppo della pedagogia. Mai come in questi tempi ci sono state tante persone a studiare questa scienza con il risultato di così tante teorie pedagogiche. E, soprattutto, la crisi si è intensificata in un periodo di sviluppo materiale, proprio nelle società del benessere.

La nostra tesi quindi è che una delle principali cause della crisi attuale nell’educazione non sia la mancanza di risorse, ma qualcosa di più profondo: ovvero il fatto che non sappiamo più come trattare i nostri figli.

Sino alla metà del secolo scorso, si aveva un’idea ben chiara di cosa fossero i figli: innanzitutto un dono di Dio, un regalo datoci per essere curato con attenzione e affetto, ma anche molta responsabilità. La paternità veniva considerata, dunque, una speciale partecipazione al potere creatore di Dio, e di conseguenza i figli erano trattati con rispetto e la vita accolta con allegria e generosità.

Ciò era dovuto al fatto che il nostro modo di vivere sino ad allora era segnato dagli insegnamenti della cultura giudaico-cristiana. Si seguiva l’esempio di personaggi come Anna (1, Sam. 1), una donna sterile che chiese più volte a Dio un figlio. Dio realizzò il suo desiderio, ascoltando le sue ferventi orazioni, e la donna andava ogni anno al tempio di Israele per ringraziarlo del dono ricevuto. Anna era quindi pienamente cosciente del fatto che la vita umana venisse da Dio e ritornasse a Dio, essendo nulla impossibile a Lui.

A partire dalla rivoluzione del 1968, però, sorse una nuova cultura che abbandonò totalmente la visione biblica. Sigmund Freud sognava un giorno in cui la generazione dei figli si sarebbe separata dalla struttura familiare; un’idea questa che a partire dal 1968 cominciò ad essere sempre più frequente. Da allora, infatti, si infuse nei giovani l’idea che i figli fossero un ostacolo, qualcosa di limitante la propria libertà personale.

I figli cominciarono pertanto ad essere considerati una minaccia e la gravidanza una sorta di malattia da evitare ad ogni costo. Oggi, invece, alle persone, in particolare quelle che non sono più così giovani, è stata inculcata l’idea che i figli siano un “diritto”.

Tra una teoria e l’altra, quindi, i figli vengono considerati o come “minaccia” o come un “diritto”, mai come un dono. E da ciò emergono i problemi più gravi.

Negli Stati Uniti, secondo i dati raccolti dal Census Bureau e dall’American Community Survey, 15 milioni di bambini (uno su tre) cresce senza il padre e altri 5 milioni senza la madre. In Gran Bretagna, invece, nel 2012, avere un padre risulta nella top 10 dei regali chiesti a Babbo Natale. Anche in Italia sono oltre 2 milioni e 800 mila i bambini inseriti in famiglie monogenitoriali: 2 milioni e 400 mila circa vivono senza padre e altri 400 mila senza madre [1].

Il rischio attuale è che gli adulti ritengano i propri figli una specie di “merce”, un sogno consumistico da realizzare in un momento perfettamente determinato. I figli sono ogni volta di più un frutto di calcoli e non piuttosto di amore. Ciò lascia una ferita profonda nei figli stessi.

Soprattutto il non considerare più i figli come dono di Dio ma averli attraverso un risultato tecnico, costituisce un passo significativo verso la destrutturazione delle famiglie e la distruzione dell’educazione. Di fatto succede spesso che i genitori, paradossalmente, tentino di iper-proteggere i figli, cercando di sollevarli da qualsiasi pericolo, ma, al tempo stesso, non hanno nessuna voglia di trovare del tempo per dedicarsi al difficile compito di educarli. I bambini vengono mandati ancora prima a scuola e i professori devono impegnarsi a trasmettere valori che i bambini avrebbero dovuto ricevere invece a casa.

C’è poi un altro grave pericolo: gli adulti cercano di aver figli più per ricevere da questi ultimi un’approvazione che per trasmettere loro un amore totale, gratuito e disinteressato. Molte volte, però, nelle famiglie, succede qualcosa di orribile: i genitori finiscono per comportarsi come bambini, lamentandosi della loro infanzia, e i figli finiscono per comportarsi come adulti, obbligati da tali atteggiamenti [2]. Con un tale ribaltamento dei ruoli nessuno si assume la propria responsabilità familiare, e ciò si riflette sul rendimento dei giovani nelle scuole e Università.

Su questo punto possiamo forse tornare a dare un’occhiata al libro che ha formato la civiltà occidentale: il Vangelo. Esso ci racconta solo una scena dell’adolescenza di Gesù e del suo “processo educativo”. Quando Gesù aveva dodici anni, fu portato al tempio da Maria e da Giuseppe per partecipare alla festa della Pasqua (Lc 2). Quando la famiglia stava per far ritorno a casa, Maria e Giuseppe si distrassero e Gesù, da vero adulto, rimase nel tempio discutendo con i dottori della legge. Rincontratolo, Maria lo riprese, pur sapendo chi le stesse di fronte allo stesso Figlio di Dio: “Figlio che hai fatto? Ecco io e tuo padre ti cercavamo angosciati”. E Gesù dopo aver manifestato la piena consapevolezza della sua identità divina - “Non sapete che devo occuparmi delle cose del Padre mio?” - fa ritorno a casa i genitori e “stava loro sottomesso”.

Davvero impressionante! Maria e Giuseppe non fuggirono dalle proprie responsabilità educative pur sapendo bene che quell’adolescente che avevano di fronte era il Figlio di Dio. E Gesù, vero Figlio di Dio, ritorna a casa con la sua famiglia obbedendo loro in tutto sino all’età di trent’anni. Vediamo così che nella famiglia di Nazareth nessuno rifugge dalle proprie responsabilità, uniti da un vero amore che emerge nell’autorità, nell’umiltà e nel servizio, non nell’autoritarismo o nell’indifferenza.

Sembra perciò che per recuperare il senso di una vera educazione, per affrontare la grave crisi attuale, dobbiamo aiutare le famiglie a considerare la vita come un dono di Dio e, di conseguenza, a trattare i propri figli con diligenza, non delegando tutta la responsabilità educativa ad estranei o a mere intuizioni.

Il compito è arduo, ma può essere realizzato in pieno, specialmente alla luce della fede che per secoli ha illuminato la nostra società. In sostanza, dobbiamo ritornare a seguire il modello della Sacra Famiglia andando al di là dei parametri contraddittori di una “rivoluzione” che ci ha portato soltanto ad un’esaltazione dell’egoismo e dell’irresponsabilità e al conseguente aumento della sofferenza dei più deboli.

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NOTE

[1] Per i dati cfr.: http://www.agensir.it/pls/sir/v3_s2doc_b.rss?id_oggetto=252815

[2] Cfr. G. CUCCI, La scomparsa degli adulti, «La Civiltà Cattolica», II, 220-232, quaderno 3885, 5/5/2012.

* Don Anderson Alves è sacerdote della diocesi di Petrópolis, Brasile. E' dottorando in Filosofia presso alla Pontificia Università della Santa Croce a Roma.